L’inquinamento dell’acqua si misura a mercurio (ma senza termometro)

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Foto: Anred.org

Jáchal, provincia ovest di San Juan, Argentina, una città che si affaccia sulla Ruta40, la strada che attraversa il Paese da nord a sud. Perché si aggiudica l’incipit di questo articolo? Perché nella rete di acqua potabile di questa cittadina sudamericana sono state rintracciate percentuali di mercurio tra il 200 e il 300% superiori rispetto a quelle consentite dalla legge(art. 982 del Codice Alimentare dello Stato), per non parlare di quelle di selenio e antimonio, vertiginosamente aumentate dopo tre perdite subite dagli impianti di estrazione mineraria dell’impresa canadese Barrick Gold. “In tutto il dipartimento di Jáchal la qualità dell’acqua sta peggiorando rapidamente”, dichiara uno dei rappresentanti dell’assemblea Jáchal No Se Toca, Saúl Zeballos, mentre commenta i risultati delle analisi effettuale nei laboratori della Universidad Nacional de Cuyo.

Dodicimila abitanti per una cittadina che ottiene la sua acqua da un acquedotto di 22 chilometri, nei cui pozzi a uso domestico sono state rintracciate tracce di mercurio di gran lunga superiori a quelle consentite: la responsabilità di garantire acqua imbottigliata alla città, soprattutto all’ospedale e alle scuole, compete temporaneamente all’ente Obras Sanitarias Sociedad del Estado(OSSE), allertato sin da subito della gravità del problema nella persona del suo presidente Sergio Ruiz, dimessosi però “per ragioni personali” alla fine del gennaio 2019.

Da un lato dunque la legge da rispettare, richiamata nella lettera inviata da Jáchal No Se Toca: “secondo l’articolo 61 della Costituzione provinciale, è vostro dovere garantire la salute pubblica della popolazione attraverso azioni concrete”, si ricorda con convinzione, e alla luce dei fatti recenti anche con arrabbiata amarezza. Dall’altro la legge infranta e ignorata: Barrick Gold aveva già richiesto per “presunta parzialità” la rimozione del giudice federale che investiga sulla violazione a carico della multinazionale della Legge Nazionale dei Ghiacciai e non è certo un caso, perché proprio nella Cordillera, a circa 200 chilometri da Jáchal, si situano due imponenti progetti minerari dell’impresa canadese (Veladero e Pascua Lama) da cui si estraggono fin dal 2005 oro e argento. 

Negli ultimi anni, le fuoriuscite di sostanze nocive (quella del 2015 consistente in oltre un milione di litri di soluzione al cianuro, secondo fonti Greenpeace), si sono ripetute, dovute ascarsa manutenzione degli impianti o alla caduta di blocchi di ghiaccio che hanno danneggiato i macchinari per l’estrazione, con cadenza praticamente regolare e sono sempre state ammesse con difficoltà e vergognoso ritardo dall’azienda, più volte denunciata per non aver rispettato i protocolli per la sicurezza.

La battaglia prosegue ormai da anni e ha ancora bisogno di supporto e attenzione: Greenpeace Argentina, che aveva nel 2016 lanciato una petizione che ha raccolto ad oggi oltre 280.000 firme per la chiusura della miniera di Veladero, ha recentemente ribadito posizione e ragioni di questa richiesta: il Codigo de Minerìa (art. 264, comma e), che regolamenta la gestione delle miniere, stabilisce la chiusura definitiva di una miniera dopo 3 infrazioni gravi, soglia superata dal sito di estrazione di Veladero, che ha però, al momento, ottenuto solo sospensioni. 

Comprensibile? La miniera crea in fondo posti di lavoro, genera indotto. Eppure non è affatto così semplice. Restare sul territorio in cui si è nati e si vive, sabotato nella sua forma più pervasiva e necessaria – quella liquida dell’acqua – è una sfida che può costare la vita. Eppure sembrerebbe tutto così logico: la miniera distrugge il ghiacciaio e contamina l’ambiente circostante, con gravissime conseguenze sul territorio e sulla popolazione. Un’unica cosa andrebbe fatta, così come suggerito dal giudice Casanello, accusato di essere “ostile” alla Barrick: considerare in via definitiva la chiusura, perché sono i fatti nella loro più cruda realtà che dimostrano che le misure di prevenzione intraprese hanno fallito”. Chiudere la miniera, e imputare alla multinazionale – che pure sul proprio sito e salta la politica di sostenibilità e attenzione ai diritti dei lavoratori messa in atto – i costi e le operazioni di bonifica e di recupero dei danni ambientali, perlomeno lì dove, dato auspicabile ma nemmeno certo, sia ancora possibile: dobbiamo davvero arrenderci con tristezza al fatto che non si possa fare giustizia?

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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