L'attualità del messaggio di "Laudato si’"

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Foto: Euronews.com

ll 24 maggio 2015, in occasione della festa di Pentecoste, papa Francesco pubblicava la Laudato si’, uno dei documenti più lucidi e radicali degli ultimi anni sugli effetti del cambiamento climatico sull’ambiente e sulla convivenza umana. Nell’enciclica confluivano non solo i risultati dei principali studi sullo stato di salute del pianeta e sui problemi legati all’inequità planetaria, ma anche i documenti elaborati in seno alle comunità cristiane di tutto il mondo. Salutata da molti come un documento quasi rivoluzionario, per il suo appello ad agire responsabilmente a tutti i livelli per contrastare gli effetti più drammatici della crisi climatica che viviamo, l’enciclica trovò anche non poche opposizioni in quei settori che sostengono che non ci sarebbe nessun mutamento in atto e che saremmo di fronte a semplici oscillazioni periodiche delle temperature. Poco importava che la Laudato si’poggiasse su autorevoli pubblicazioni scientifiche e che a partire da quelle tentasse di analizzare la stretta relazione fra degrado ambientale ed emergenza sociale; l’obiettivo ultimo era quello di delegittimare la fondatezza delle analisi e riaffermare così la legittimità dell’attuale sistema di sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali.

A quattro anni di distanza ho l’impressione che il messaggio della Laudato si’non abbia – forse dovremmo dire “purtroppo”– perso di attualità almeno per tre ragioni che lo rendono ancora prezioso per le prospettive che ci offre. Prima di tutto per lo sguardo globale. Alla base della Laudato si’ troviamo un’impressionante raccolta di documenti di carattere scientifico, politico, teologico sugli effetti del mutamento climatico su gran parte dell’umanità e sulle generazioni future. Tale sguardo entra oggi in conflitto con le tentazioni sovraniste che vorrebbero un mondo fatto di Stati divisi da confini invalicabili: il contrario di quella “famiglia umana” cui fa riferimento papa Francesco attingendo a una tradizione che affonda le radici nelle costituzioni del Concilio Vaticano II e nei documenti successivi. L’idea che ci si possa rinchiudere in casa propria proteggendosi con muri, armi e fili spinati non ha a che fare unicamente con l’odio verso i migranti. Si tratta invece di una vera e propria concezione del mondo di carattere ideologico, che assolutizza idolatricamente gli egoismi personali e quelli nazionali e che contrasta non solo con la globalizzazione in atto, ma anche con quell’attenzione ai deboli e alla giustizia sociale che costituisce il nerbo della Dottrina sociale della Chiesa e del messaggio evangelico.

E proprio “l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta”, insistentemente sottolineata, è una seconda ragione di attualità dell’enciclica. Da una parte la giustizia per i poveri e gli esclusi, che attraversa tutta la Laudato si’ richiamando a una responsabilità collettiva: “La mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle – scrive papa Francesco – è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile”. Dall’altra la fragilità della natura, che non è “qualcosa di separato da noi o una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati”. Questa relazione fra poveri e cambiamento climatico svuota ogni illusoria soluzione parziale (ed egoistica) del problema: “Data l’ampiezza dei cambiamenti, non è più possibile trovare una risposta specifica e indipendente per ogni singola parte del problema. È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura”. Non ci sono altre soluzioni, anche se una parte dell’umanità si illude che si possa ancora proteggersi attraverso la costruzione dei muri politici, geografici, sociali, culturali, e soprattutto mentali.

Una terza ragione di attualità della Laudato si’sta nella denuncia dei rischi contenuti nel cosiddetto “paradigma tecnocratico”, che “tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano”. Il problema non è ovviamente quello della demonizzazione della tecnologia – anche se essa rappresenta oggi una grandezza di carattere filosofico e antropologico –, quanto piuttosto la sua assolutizzazione e la mancanza di attenzione a “un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente e ai diritti delle generazioni future”. Il problema, in sintesi, è quello della funzione della tecnologia, messa oggi troppo spesso a servizio di “una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante” e di un potere militare che schiaccia interi popoli sotto il tacco dello sfruttamento e della violenza.

Dietro queste analisi si possono riconoscere due preoccupazioni di questo pontificato. La prima è quella del destino delle vittime del sistema economico, politico e militare nel quale siamo immersi, che è sorretto da una pericolosissima cultura dello scarto che, ricorda il papa, “colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura”, dimenticando che gli esclusi “sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone”. La seconda è quella relativa alla responsabilità personale di fronte alle vittime: i gesti di questo Papa, prima ancora delle parole, intendono essere la testimonianza del fatto che c’è sempre uno spazio nel quale tutti possono fare qualcosa per farsi carico della sofferenza degli altri. In altre parole la presenza delle vittime da una parte viene considerata come l’espressione più evidente dell’ingiustizia e della mancanza di equità del mondo nel quale viviamo; e dall’altra rappresenta il criterio per valutare la legittimità dell’agire personale e politico. Non a caso l’enciclica dedica una riflessione all’amore “civile e politico”, sottolineando come sia questo amore sociale a spingerci “a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società”. 

Su questa strada, obbligata per chiunque coltivi nella propria vita il senso della giustizia, occorre camminare, nella convinzione che non tutto è perduto, che lo spazio dell’azione c’è poiché “non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori”. In tale fiducia trova fondamento l’unica opzione politica che possa garantirci un futuro.

Alberto Conci

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