L'aquilone di Lu

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Aquiloni in piazza Tienanmen - Foto: Flickr

Xuemei Lu. Cinese. Dal ’92 sposata con un italiano. Globetrotter. Ha girato Asia, Usa ed Unione Europea. L’Africa le fa paura. Non ha mai avuto problemi di trovar lavoro perché conosceva le lingue. Torna a Pechino, sua città natale, ogni 2-3 anni. Nella Piazza più grande del mondo (Tienanmen) fa pattinare sua figlia e fa volare l’aquilone.

Oltre ad una solida formazione in patria ha tre corsi per mediatrice culturale. Base, avanzato e specialistico. I primi due per introdurre i ragazzi nelle scuole ed il terzo per mediare in ospedale. Non è facile insegnare l’italiano ai cinesi, credetemi. Nel mandarino – la lingua più parlata al mondo – non c’è plurale, singolare, femminile, maschile, articoli ma soprattutto l’infinita declinazione dei verbi che caratterizza la lingua di Dante. Quanto a complicazioni il mandarino batte l’italiano per i suoi caratteri che vengono “fatti propri” solo in età adulta dopo molto studio.

Al mattino Lu lavora a Cinformi, una delle strutture per l’accoglienza degli stranieri più avanzate d’Italia. È l’unica operatrice cinese. Al pomeriggio ha due opportunità. O insegna origami presso alcune scuole e/o gruppi peraltro divertendosi e coltivando una passione oppure aiuta i ragazzi cinesi nel fare i compiti. Alla sera gestisce un circolo operaio. A dir la verità si tratta più di un circolo pensionati che di un dopolavoro vista l’età di chi lo frequenta. Insomma se ne sta quasi tutto il giorno fuori casa: lavora, lavora e lavora. Ed il week end? Lavora solo alla sera. “Per noi cinesi è quasi impossibile scindere vita e lavoro e delego volentieri mio marito alla cura della famiglia”.

Spesso va nelle scuole superiori per “narrarsi”. “I ragazzi mi chiedono subito dei diritti umani, del Tibet, della pena di morte, del controllo delle nascite. Ricordo loro che la Cina è anche questo ma non solo. Vi sono centinaia di cinesi poveri di cui nessuno parla. È il paese delle contraddizioni come le olimpiadi hanno ben mostrato. Un’orgogliosa dimostrazione d’unità, progresso, lavoro, pace”. “Da lontano è facile condannare una legge che limita le nascite ma il problema è come sfamare, vestire, dare abitazione, lavoro a 1,3 miliardi di persone”….La Cina sta cercando di uscire dalla rivoluzione culturale che Mao prospettò nel ’66 che comprendeva un’educazione di massa per far figli con libretto rosso in mano. La popolazione cinese raddoppiò in una sola generazione. Il freno posto dal governo ha solo rallentato la proliferazione in quanto dal suo decredo ad oggi la popolazione è aumentata di mezzo miliardo. “Non vorrete certo che v’invadiamo ulteriormente”. Sorride.

Ma parliamo di sviluppo. “Noi pensavamo di essere al centro del mondo. Di avere tutto: scuole, asili, fabbriche e lavoro. Poi nel ’79 furono aperte le frontiere e capimmo che decenni di notizie oltrefrontiera non erano del tutto esatte. Accentuavano solo le cose negative del capitalismo come l’abbandono degli anziani negli ospizi o la solitudine nei condomini”. Così “scoprimmo che gli europei avevano il telefono in casa, la tivù, l’utilitaria, la lavatrice”. “Cominciammo anche noi ad inserirci nel mercato globale pensando fosse tutto facile. Invece prendemmo le prime grandi fregature sia dall’Unione Europea che dal Giappone con contratti capestro. Ad arricchirsi furono solo i doganieri. Per loro il mercato libero significava tangenti e per noi il conseguente rincaro dei prodotti”.

Nel breve periodo gli Stati occidentali hanno tentato di rifilarci la merce scadente, che non andava nel loro mercato. Un esempio tra tutti la Citroen che tentò per decenni di venderci le vecchi auto che nessuno più voleva in Francia. I tedeschi, invece, capirono subito la globalizzazione e offrirono Wolksvagen ed Audi di qualità aggiudicandosi, oggi, la metà del mercato automobilistico dall’Europa. La Fiat, ahinoi, arrivò tardi. Ma anche questo fa parte di una concezione antropologica perdente. Se continuate a considerarci Paese in via di sviluppo avrete solo da perdere”. Il libero mercato non perdona i pregiudizi.

Ora la crisi sta rallentando l’export a due cifre della Cina. La Repubblica Socialista punta tutto sul mercato interno. Molta acqua è passata sotto i ponti e la Repubblica Popolare ha piano piano aumentato il suo stile di vita. Le metropoli sono irriconoscibili. Nonostante forti disparità il tenore di vita è aumentato per molti ed è con soddisfazione che vedo mia madre godersi la sua pensione e mia figlia far volare l’aquilone.

Fabio Pipinato

 

Io c’ero

“Io c’ero a partire dal 22 aprile dell’89. Volevamo tre cose: dialogare con il primo Ministro Li Peng, debellare le tangenti ed una maggiore democrazia. Il 4 giugno fu una tragedia ed ancor oggi non si conosce con precisione il numero di morti. Stavo lì. Davo pane ed acqua agli studenti. Vi fu una grande collaborazione e solidarietà con la popolazione non solo di Pechino ma di molte città. Bisognerebbe dare un Premio Nobel alla nostra gente che per un mese intero ha persuaso i nostri militari a non entrare in Piazza in quanto si trattava di “poveri studenti” e non di “terroristi” come qualcuno aveva interesse a far credere. Poi furono i militari in borghese risaliti dalle metropolitane ad imporre l’azione militare. Prima hanno occupato le sedi di Radio e Tv e poi hanno fatto “Piazza pulita” come è stato loro comandato. Hanno ferito ad una gamba anche un mio amico che è fuggito con me e che si nascose, sanguinante, in una siepe per tutta la notte. Il giorno dopo fu la volta dei genitori. Se volevano la salma dovevano firmare l’ammissione che il loro figlio era un terrorista. Ancor’oggi si fatica a far memoria dell’accaduto ma mi è giunta voce che sempre più cinesi si fermano a pregare nel luogo della tragedia bruciando alcune carte. Equivale al nostro metter fiori nei cimiteri. La polizia vede e sembra acconsentire”. [F.P.]

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