L'angelo Zeal gira negli ospedali per liberare pazienti «prigionieri»

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Zeal Akaraiwai - Foto: Corriere.it

A Lagos c’è un consulente finanziario che gira per gli ospedali nel tempo libero. Zeal Akaraiwai è un signore sulla quarantina, camicia bianca e Mercedes coi sedili in pelle. Non è un medico, ma si interessa ai pazienti, soprattutto a quelli poveri. Si fa dare la lista dei «ricoverati insolventi» e li va a trovare. Non spiega la ragione della sua visita, non dice di essere «il titolare» di un progetto che già dal nome suona impegnativo: «Angel Project». 

Zeal (zelo, di nome e di fatto) è «l’angelo» che si carica sulle ali il conto dei «malati-detenuti». In Nigeria, come in almeno trenta Paesi del mondo (molti africani), gli ospedali possono trasformarsi in prigioni. Solo il 5 per cento dei 200 milioni di abitanti nella nazione più popolosa del continente ha copertura sanitaria. Chi va all’ospedale e poi non può pagare le cure resta dentro. In Kenya ci sono pazienti forzatamente ricoverati da due anni. Due mesi fa il dottor Aish Jha, direttore dell’Harvard Global Health Institute, in un’intervista con l’Ap ha detto che gli ostaggi della Sanità «sono centinaia di migliaia se non milioni». Mister Zeal fa quel che può, nel suo grande piccolo, come racconta Linda Pressly che per la Bbc ha seguito Akaraiwai in uno dei suoi tour. Eccolo al capezzale di un barbiere con un polpaccio fasciato. «Che ti è successo?». «Mi hanno sparato». «Come pagherai il conto?». «Prego Dio». Zeal saluta il barbiere, parla con le infermiere per farsi confermare la storia. Il conto è di 250 dollari. Accanto al suo nome, Zeal fa un segno sulla lista: in serata il barbiere tornerà a casa. Grazie Zeal. 

Perché lo fa? È un modo per testimoniare la sua fede, dice alla Bbc. Zeal non resta in contatto con le persone che aiuta, non vuole essere ringraziato. Quello che gli piacerebbe avere in cambio è una storia. Vorrebbe che le persone la raccontassero così: che quando erano in ospedale un angelo è arrivato, ha pagato i loro debiti e se n’è andato. «Per questo lo ho chiamato Angel Project: diventa l’angelo che vorresti incontrare». Le detenzioni ospedaliere sono all’ordine del giorno in tanti Paesi. In Camerun hanno eliminato il problema chiedendo ai pazienti di pagare in anticipo, altrimenti via. In Kenya c’è una sentenza dell’Alta Corte che bolla la pratica come «illegale». Di fatto, gli insolventi continuano a restare ricoverati. A Nairobi Maimuna Omuya ha cercato di fuggire dalla maternità del Pamwani Hospital dove era relegata con altre 60 povere mamme. È fuggita con figlia e catetere ma è stata bloccata dai soldati che l’hanno ammanettata al letto. Ci è rimasta sei giorni, prima che una Ong risolvesse la questione. 

Una questione complicata. Zeal vede sempre più impellente la necessità di una copertura sanitaria universale: «Qual è il prezzo di una vita umana?». «L’angelo» non mena vanto di quel che fa. Anzi. «Mi rende triste, è la prova dell’ingiustizia del sistema». Dovendo porsi qualche limite, non interviene sui malati cronici, su quelli con un lungo iter di cure. Anche se spesso fa un’eccezione: all’ospedale di Lagos, lo stesso del barbiere ferito, c’è una bambina di dieci anni che dovrà sottoporsi a un intervento all’intestino e Mister Zeal continuerà a provvedere a lei fino a quando non tornerà a casa. «Ha gli occhi di mio figlio». Non va a trovarla, la «sbircia» da lontano: da che mondo è mondo, gli angeli lavorano meglio in incognito.

Michele Farina da Corriere.it

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