L’Italia non è un paese per giovani

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Foto: Mappeser.com

L’Italia è un paese per vecchi, rievocando uno degli ultimi successi cinematografici dei fratelli Cohen. L’Italia si avvia verso un invecchiamento della popolazione sempre più rapido e con sempre maggiori disparità al suo interno. Questo il verdetto del nuovo rapporto OCSE “Preventing Ageing Unequally” (Come prevenire l’ineguaglianza nell’invecchiamento), che proietta la nostra penisola al terzo posto dei paesi più anziani al mondo entro il 2050, dopo il Giappone e la Spagna. L’organizzazione di Parigi sottolinea che “già oggi l’Italia è uno dei più vecchi Paesi dell’Ocse” e in 30 anni avrà 74 over 65enni ogni 100 persone tra i 24 e i 64 anni, contro i 38 attuali (e i 23 del 1980), dietro solo al Giappone, che ne avrà 78, e la Spagna che arriverà a 76. Se guardiamo l’evoluzione degli ultimi anni c’è da meravigliarsi: se nel 1957 la metà della popolazione italiana aveva meno di 31 anni, ora ne ha più di 45. In 60 anni il baricentro è cresciuto di 15 anni. Un fenomeno che ha sí colpito tutti i paesi europei, ma con minore intensità dato uno spostamento medio dei paesi UE di 11 anni. Dati che arrivano dal report Istat dal titolo “Sessant’anni di Europa”, e che confermano la china di cui siamo testimoni. Con l’innalzamento della speranza di vita e il rallentamento delle nascite, il sillogismo non può che confermare un’inevitabile invecchiamento delle persone.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, durante gli anni ‘50, gli anni della Prima Repubblica, del miracolo economico, della RAI e dello splendore di Cinecittà, il Belpaese era incredibilmente tra i paesi più giovani d’Europa. A quell’epoca si verifica un aumento sostenuto della popolazione, le nascite schizzano grazie al boom economico, fino ai primi anni ‘80, quando la popolazione inizia pressoché a stabilizzarsi. Soltanto all’inizio del nuovo millennio la crescita della popolazione italiana riprende, forte dell’afflusso migratorio di popoli stranieri. Tuttavia l’insorgere della crisi del 2008 si riflette in un calo progressivo delle nascite, più marcato in Italia che altrove. La popolazione non solo ristagna, ma dal 2015 addirittura diminuisce.

Leggo impotente tutta la carrellata di notizie, e, con gli occhi di un italiano all’estero, cerco di rastrellare qualche pensiero. Mi viene spontaneo mettere a confronto il continente che mi sta dando ospitalità, l’America Latina, e pensare a quanto sia diverso. Di fronte al nostro inesorabile abisso demografico, i dati degli ultimi censimenti latinoamericani fanno rabbrividire: paesi come l’Honduras, l’Ecuador, la Bolivia, il Perù hanno percentuali di popolazione di età inferiore ai 30 anni tra il 56% e il 68%, con un’età media dei loro cittadini che oscilla tra i 28 e i 22 anni. Tuttavia il primo premio se lo aggiudica il Guatemala con una popolazione inferiore ai 30 anni pari al 71% del totale, e un’età media di 21 anni. È palpabile la massiccia presenza di ragazzi e ragazze per le strade. Anni luce di distanza dalla situazione in cui siamo immersi, che però in parte spiegano anche gli indici di povertà registrati in questi paesi, essendo le generazioni più giovani le più esposte al rischio indigenza.

In sostanza, in America Latina si fanno figli, in Italia non più. Se nell’emisfero latino i bus sono gremiti di bambini, che devi stare attento a non calpestarli, e sui sedili trovi puntualmente seduti mamma, papà e la prole di figli in braccio, nell’altro emisfero i treni italiani sono tristemente silenziosi, tanto che la conversazione di un bambino con la madre viene rimproverata perché “disturbatrice”. Neppure i vari appelli di persone influenti e dello spettacolo, come Maurizio Crozza nell’edizione di Sanremo 2017, hanno sortito esiti positivi: di recente l’Istat ha rilevato che rispetto a otto anni fa si contano 100 mila neonati in meno. Una crisi della natalità a cui il Governo risponde dimezzando il valore del bonus bebé dal 2019, e concedendo l’agevolazione economica solo fino al compimento del primo anno di età del neonato (o bambino adottato), e non più fino ai tre anni.

Detto ciò, perché preoccuparsi? Se fosse solo una questione demografica, ceteris paribus, si potrebbe fare a meno di provocare terrorismo psicologico. In realtà, come sappiamo, la demografia ha un impatto enorme sull’economia e sul mercato del lavoro. Le disparità di cui si parlava all’inizio sono causa diretta dell’andamento demografico, in un contesto, dove continua l’allarme giovani. Sempre per l’OCSE in Italia negli ultimi 30 anni si è allargata la forbice tra le vecchie e le nuove generazioni. Il tasso di occupazione, tra il 2000 e il 2016 si è alzato del 23% tra gli anziani di 55-64 anni, dell’1% tra gli adulti di età media (25-54 anni) ed è precipitato dell’11% tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni. Dalla metà degli anni ‘80 ad oggi il reddito degli anziani tra i 60 e i 64 anni è incrementado del 25% in più rispetto a quello dei 30-34enni. Parallelamente il tasso di povertà è cresciuto tra i giovani, mentre è calato rapidamente tra i più attempati: l’indicatore medio dei paesi OCSE misura 11,4%, il quale, se riferito alla popolazione giovane, sale al 13,9%, mentre per gli anziani (66-75 anni) si attesta al 10,6%.

Inoltre, avvisa l’Ocse, in Italia le disuguaglianze sperimentate tra i nati dopo il 1980 sono maggiori rispetto a quelle dei loro predecessori o genitori alla stessa età. Le cose si aggravano ulteriormente quando pensiamo al sistema pensionistico che ci aspetta. Si perché le disuguaglianze tendono ad accrescere durante la vita lavorativa ed è lecito prevedere una maggiore disuguaglianza tra i futuri pensionati, in considerazione del forte legame che esiste tra ciò che si è guadagnato nel corso della vita professionale e i diritti pensionistici che si fruiranno, sempre se si fruiranno.

Ma tanto si sa. Da noi non vi è bacchettata straniera che ci possa redimere, che possa intaccare i nostri vanti millenari, contestare le cartoline di cui siamo circondati, nelle quali sappiamo sempre rifugiarci e crogiolarci. E, per favore, non disturbate il nostro sonno. L’Italia è il paese che amiamo, col più elevato numero di patrimoni artistici, nonché uno dei paesi a più alta longevità, cos’altro ci deve importare? Poco o niente se sei anziano, in un paese di anziani, governato da anziani, votato da anziani, con classi dirigenti anziane a capo di un sistema atavico (o anziano?). Ancor meno se sei un politico, bollito e ribollito, oltre che condannato, all’ennesimo ritorno di fiamma, che elargisce promesse inverosimili allo stesso pubblico anziano di cui fa parte. O un direttore di giornale, che, pur di frenare il “nuovo”, da contro a qualsiasi individuo al di sotto dei 35 anni.

Credo che una condizione indispensabile per una società che voglia tornare a crescere e competere nelle industrie del futuro, sia re-iniziare a finanziare le idee di cui dispongono i giovani, validi, oggi costretti ad espatriare. E che il ruolo di responsabilità negli organigrammi aziendali o nelle gerarchie politiche, che essi ricoprono, contraddica la loro giovane età. Senza aspettare di aver varcato i 40 anni per vedersi affidare una qualche autorità o per sentirsi autenticati a dirigere un’azienda. Anche qui, purtroppo, il confronto con l’America Latina è desolante. Nel mio lavoro mi capita spesso di avere contatto con direttori di istituti di crédito quarantenni, e ragazzi poco più che trentenni a capo dei dipartimenti di risk management, marketing o risorse umane. Ovviamente in un ambiente del genere anche il sotto scritto è preso molto più sul serio. Nella famosa Valle del Silicio o Silicon Valley, culla dell’Information Technology, l’eta media dei CEOs è di 38 anni, gli stessi che ne avevano in media 31 quando fondarono le proprie aziende. In Italia, invece, gli imprenditori sono sempre più anziani. E i giovani oppressi da un sistema che non riescono a sovvertire, perché ormai in minoranza schiacciante.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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