L'Amazzonia come “casa comune”

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Foto: Synod.va

Il Sinodo dei Vescovi che Papa Francesco ha voluto dedicare all’Amazzonia come “casa comune”, si è svolto a Roma dal 6 al 27 ottobre, ed è stata un’occasione unica per raccontare al mondo i drammi quotidiani che gli indigeni vivono nella loro foresta depredata, nei loro territori da cui vengono scacciati. È stata un‘occasione importante per chiedere l’aiuto della comunità internazionale, affinché i riflettori restino puntati su questa situazione.

L’Amazzonia ha un’estensione che supera i 7 milioni di kmq, più di 20 volte l’Italia. Da sola, la foresta amazzonica costituisce circa la metà di tutte le foreste pluviali ancora esistenti sulla Terra; ha un ecosistema estremamente diversificato, conta oltre 16mila specie di piante e oltre 390 miliardi di alberi. La sua preservazione non è solo essenziale per tutelare la vita delle migliaia di specie che la popolano, ma anche per contribuire a mantenere il giusto equilibrio di ossigeno nell’atmosfera. Include aree di Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana Francese e conta circa 33 milioni di abitanti, 3 milioni dei quali sono indigeni appartenenti a 390 popoli diversi. Il suo impatto sull’ecosistema planetario è insostituibile: il bacino del Rio delle Amazzoni e le foreste tropicali circostanti nutrono il suolo e regolano, attraverso il riciclo dell’umidità, i cicli dell’acqua, dell’energia e dell’anidride carbonica a livello mondiale. Eppure, a ridurne l’estensione a ritmi impressionanti sono non solo gli incendi ma anche la deforestazione causata dalle attività umane e le conseguenze del cambiamento climatico. L’entità di questi tre fenomeni ha fatto sì che alcuni scienziati, da anni, avvertano della possibilità che la Foresta Amazzonica stia per superare un punto di non ritorno.

Secondo alcuni studi scientifici, oggi le terre indigene costituiscono ‘la barriera più importante alla deforestazione dell’Amazzonia. Alcune delegazioni di attivisti indigeni dell’Amazzonia hanno partecipato al Sinodo e hanno denunciato l’omicidio di attivistila privatizzazione di beni naturali, inclusa l’acqua, la caccia e la pesca predatorie. Ma anche i megaprogetti infrastrutturali: idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento per produrre monocolture, strade e ferrovie, progetti minerari e petroliferi. Non ultimo, la violenza contro le donne, lo sfruttamento sessuale, il traffico di esseri umani e la condizione di povertà alla quale sono condannati i popoli dell’Amazzonia. 

Soprattutto, si è denunciato come si stia distruggendo l’Amazzonia e i popoli che la abitano. 

Un esempio concreto è stato raccontato delle comunità indigene dell’Amazzonia dell’Ecuadorvittime dei crimini ambientali commessi dalla multinazionale del petrolio Chevron Texaco: 68 miliardi di litri di scarti del petrolio hanno inquinato le acque e le fiamme dei “mecheros” (camini attraverso i quali si brucia il gas che esce quando si estrae petrolio) producono temperature fino a 100 gradi centigradi, distruggendo la vita tutto intorno. I popoli indigeni si stanno estinguendo perché si è interrotto il legame vitale con la natura. Nel 2001 una sentenza ecuadoriana ha condannato la compagnia petrolifera a risarcire le vittime con 9 miliardi e mezzo di dollari ma a distanza di 20 anni le organizzazioni indigene aspettano ancora giustizia. 

Ha denunciato la situazione degli indigeni del Brasile Sonia Guajajara, che nelle ultime elezioni presidenziali del 2018 ha sfidato Bolsonaro candidandosi come vicepresidente. Sonia vive in un territorio indigeno della foresta Amazzonica del Brasile e fa parte di una rete organizzata che rappresenta 350 popoli indigeni. Si è raccontata al programma Geo di Rai3“C’è in me uno spirito di lotta fortissimo, un senso di giustizia. Mi ha spinto alla lotta, il desiderio di garantire i nostri territori per tutti i nostri popoli, perché questa garanzia oggi non c’è e noi perderemo la nostra identità e il nostro modo di vivere. In tutto il Brasile i territori indigeni sono minacciati dalla politica del governo. Il presidente Bolsonaro porta avanti delle campagne in cui dichiara che bisogna acquistare, “titolarizzare” le terre, autorizzando la deforestazione. È la legge che autorizza lo sfruttamento economico e minerario dell’Amazzonia. Bolsonaro nega il riscaldamento globale e autorizza la distruzione dell’Amazzonia. Sta istituzionalizzando il genocidio etnico del nostro popolo. Si stanno distruggendo le strutture della nostra società, dell’ambiente e dell’acqua. I nostri popoli non potranno sopravvivere senza queste risorse. Ma non solo. Nessuno potrà sopravvivere. La foresta garantisce l’acqua e l’aria. I territori indigeni del Brasile sono tra i più grandi della foresta Amazzonica. Noi facciamo una lotta per tutti, per noi ma anche per l’intero pianeta”.

Oggi il Brasile continua i suoi aggressivi piani di sviluppo e industrializzazione dell’Amazzonia. Diversi complessi di dighe idroelettriche sono in costruzione. Le dighe forniranno energia alle compagnie minerarie, che sono pronte a realizzare attività di estrazione su vasta scala se il Congresso approverà un progetto di legge fortemente sostenuto dalla lobby mineraria.

I popoli indigeni contano almeno 370 milioni di persone e abitano in più di 60 nazioni. L’associazione SURVIVAL INTERNATIONAL denuncia che “nel mondo tutti i popoli indigeni, non sono quelli dell’Amazzonia, sono sotto attacco. Si aprono i territori a dighe, sfruttamento petrolifero e minerario. E c’è anche una deprivazione culturale: oggi più di 2milioini di bambini sono inviati in scuole dove viene programmata la cancellazione dell’identità e cultura indigena”. Vi invitiamo ad ascoltare la campagna #Tribal Voice che fornisce ai popoli indigeni un palcoscenico da cui parlare di ciò che è più importante per loro. Il mondo ha bisogno dei popoli indigeni!

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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