Invertire la rotta, prima che sia tardi

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Foto: atlasweb.it

Nel precedente articolo abbiamo parlato di Staffan De Mistura come figura emblematica che incarna l’idea di un multilateralismo intelligente e realistico, capace di portare a risultati concreti. Staffan De Mistura sarà a Trento assieme a Roberto Savio a febbraio per ricevere il premio “Ipsia per la Pace”.

Purtroppo la sua visione sta piano piano tramontando con esiti imprevedibili. Molti storici riconoscono nel tempo attuale quello precedente la Seconda Guerra Mondiale, che portò a quasi ottanta milioni di vittime. L'Unione Europea, oggi sotto assedio dalle forze del nazionalismo e del sovranismo, ha reso impossibile una guerra fra Germania e Francia, il cui conflitto è stato alla base delle due Guerre Mondiali. 

Ma gli etologi ci insegnano che l’uomo è l’unico animale che non impara dagli errori. E quando il Presidente del maggior Paese del mondo suggerisce ai suoi alleati che è tempo solo di badare ai propri interessi, configura un mondo che ritorna alla epoca delle cannoniere: cioè l’epoca in cui i rapporti internazionali si basavano sulla forza e non sul diritto. 

Un’epoca cui pose fine, in buona misura, proprio la stessa maggior potenza del mondo, che fermò la Francia e l’Inghilterra quando volevano, nel 1956, riappropriarsi del Canale di Suez, ritornato in mani egiziane. Tutti parlammo allora della fine dell’epoca delle cannoniere: il diritto internazionale era la base delle relazioni e non la forza. Gli Stati Uniti, che spinsero la creazione delle Nazioni Unite, volevano evitare la rinascita di conflitti, creando un organismo partecipativo, dal quale uscisse una governabilità mondiale, basata sull’idea della cooperazione e dello sviluppo. E ricordiamo che si impegnarono a contribuire al bilancio dell’Onu per il 25% dei costi, ed a dare la sede all’organismo, con una cessione del diritto nazionale, per una visione internazionale. Basta questo dato del contributo pari ad un quarto del bilancio, per misurare come oggi quegli Stati Uniti, quelli del Piano Marshall, siano scomparsi.

Oggi ci dimentichiamo che nel 1973, l’Assemblea Generale dell’ONU approvò all’unanimità una carta dei diritti e doveri delle Nazioni, basata sulla riduzione degli squilibri fra il Nord del mondo industrializzato ed il Sud sottosviluppato. E che questo sforzo andò avanti sino al summit di Cancún, nel 1981, al quale partecipavano i 25 capi di Stato più importanti (meno il blocco socialista), proprio per andare avanti in quella direzione. È per me indimenticabile lo shock che causò il recentemente insediato Ronald Reagan, che disse brutalmente: non è vero che tutti i Paesi hanno diritto a un voto. Il mio Paese supera almeno 60 Paesi per importanza, ricchezza e forza militare. Quindi questo sistema dove si adottano programmi nell’interesse generale è diventato per gli Stati Uniti una camicia di forza, perché ci assoggetta ad una gabbia che non è quella dei nostri interessi. Un summit nel quale partecipava anche la Margaret Thatcher, che diventò la sponda europea di una politica economica profondamente neoliberale, che rifiutava l’esistenza della società (ci sono solo individui), per la quale le spese sociali erano improduttive, la competizione era il solo valore possibile, legittimata dalla caduta del muro di Berlino, che rappresentava la fine di una minaccia per un mondo diverso. Nacque così il famoso TINA , There Is No Alternative, che oggi il mondo di una finanza senza controlli e senza regole sta imponendo sulla economia reale e sulla politica. Per ogni dollaro prodotto dall’uomo, nello stesso giorno ci sono 40 dollari di transazioni finanziarie. E non si può ignorare che le banche hanno pagato oltre 900 miliardi di dollari di multe dalla crisi del 2008 ad oggi.

Questa politica nata all’epoca di Reagan e Thatcher, ha dimostrato come è autodistruttore un capitalismo senza controllo e senza contenuti sociali. Oggi, gli istituti finanziari, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e lo stesso Ministero del Tesoro americano, che lanciarono allora il “Consenso di Washington”, (il manifesto del neoliberalismo, come base delle relazioni internazionali e nazionali) stanno riscoprendo la giustizia sociale e la necessità di regole per un capitalismo non distruttore. E’ troppo tardi. Stando ai dati diffusi da Oxfam, 26 individui possiedono oggi la ricchezza di 3,8 miliardi di persone. La famiglia Walmart, proprietarie della catena di magazzini, guadagna in un minuto quanto un suo impiegato in un anno. Nei paradisi fiscali, ospitati in gran parte dalle nazioni occidentali, sono parcheggiati 40 trilioni di dollari: quasi 8 volte il bilancio americano. Se quei 40 trilioni pagassero le tasse, queste sarebbero sufficienti a risolvere tutti i problemi di educazione e sanità del mondo.

Aumentano le spese degli armamenti ed abbiamo assistito alla eliminazione degli accordi contro la proliferazione delle armi nucleari, il INF, fra l’indifferenza generale. Il mondo si va frammentando, in società pervase dalla paura, dalla xenofobia, con il ritorno dell’antisemitismo e la assoluta incapacità di stringere accordi globali. Un mondo che si divide tra tanti muri e steccati, fra abitanti privilegiati delle città e quelli dimenticati del mondo rurale, che si sentono ignorati ed umiliati dalle élite, che votano per il Brexit, per Trump, per Orban, ecc. La rivolta dei giubbetti gialli è il simbolo di come le rivolte siano in realtà la crisi della democrazia, con il rifiuto dei partiti come strumento di partecipazione e rappresentazione. Ma il simbolo più allarmante della crisi, è la crescente astensione giovanile, che sta eliminando lo storico ascensore generazionale, mantenendo uno status quo che rifugge da cambiamenti ed azioni.

La speranza è che dalla società civile nasca un rinnovamento basato sui valori che ci stiamo dimenticando, anche se stanno nelle costituzioni: la trasparenza contro la corruzione, la partecipazione dei cittadini contro l’indifferenza, la giustizia sociale contro i crescenti squilibri, la pace contro le spinte nazionalistiche. E si arrivi così ad un momento nel quale gli interessi ritornano ad essere gli ideali, e dove si rifletta sulla nostra storia, perché si capisca che una governabilità mondiale basata solo su interessi e non su valori comuni è una illusione che la storia ha sempre smentito.

Articolo tratto dalla prefazione a cura di Roberto Savio al libro “Nei conflitti strade di pace - Una vita spesa al servizio degli uomini” (Staffan de Mistura in dialogo con Fulvio Scaglione).

Fabio Pipinato

Sono un fisioterapista laureato in scienze politiche. Ho cooperato in Rwanda e Kenya. Sono stato parte della segreteria organizzativa dell'Unip di Rovereto. Come primo direttore di Unimondo ho seguito la comunicazione della campagna Sdebitarsi e coniato il marchio “World Social Forum”. Già presidente di Mandacarù, di Ipsia del trentino (Istituto Pace Sviluppo Innovazione Acli) e CTA Trentino (Centro Turistico Acli) sono l'attuale presidente di AcliViaggi. Curo relazioni e piante. 

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