In Cile quasi tutte le famiglie hanno la nana, in Italia faccio questo lavoro

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Colf e badanti immigrate - Foto: ©L'Eco di Bergamo

Silvana, cilena. In Italia dal 1976; “Ormai da una vita... Sono nata a Santiago, ma poi sono cresciuta più a nord, dove ci siamo trasferiti per il lavoro di mio padre già impiegato nel settore del rame. Mio padre era di origine italiana. Era immigrato in Sud America alla ricerca di fortuna poiché, durante le due guerre mondiali, le condizioni economiche in Italia non erano delle migliori. Purtroppo è morto prima di poter ritornare nella sua patria natale. Eravamo sette fratelli piccoli ed era una grossa responsabilità per mia mamma, che non lavorava, allevarci da sola. Per questo si è deciso di tornare in Italia e tutti noi fratelli eravamo contentissimi di questo viaggio. Sognavamo di andare a Venezia per navigare sulle gondole. Per noi era l’opportunità di cambiare vita e iniziare tutto da capo. Sono arrivata qua all’età di 15 anni e l’accoglienza è stata buona. Siamo arrivati che avevamo già una casa; era un appartamento vecchissimo, sembrava di entrare in un museo, ma avevamo tutto il necessario.

La difficoltà principale è stata la lingua. Ci hanno mandato subito a scuola. Cercavamo di capire, ma in realtà eravamo spaesati. Dicevamo sempre di sì e fino all’ultimo abbiamo scritto la “y” al posto della “i” (“Io e y miei fratelli”). La maestra ci sgridava, ma era una cosa più forte di noi, era l’istinto che ci portava a fare quest’errore. I fratelli più piccoli sono quelli che hanno avuto meno difficoltà e in pochi mesi sapevano già parlare il dialetto locale. Comunque, nonostante questo piccolo ostacolo poi pian piano ci siamo inseriti. Ora le cose son migliorate e i figli di immigrati sono inseriti gradualmente nel sistema scolastico e affiancati dalle maestre d’appoggio.

Una cosa che sicuramente ha aiutato tutti noi in quest’esperienza migratoria è stato di spostarci con tutta la famiglia. La sera, quando ci ritrovavamo tutti a casa era come se fossimo in Cile: eravamo tutti assieme e si parlava lo spagnolo. Poi tutti i nostri vicini ci volevano bene, forse perché eravamo tra i primi stranieri ad arrivare. Oggi, invece, le persone sono molto più diffidenti verso gli stranieri e a volte la politica strumentalizza le differenze e la paura del diverso per creare divisioni interne alla società.

Quale lavoro fai?

Nel presente lavoro come colf; ho due figli e un marito. Anche lui è di origine cilena, ma ci siamo incontrati qua, in Italia, per puro caso.”

“In verità ho studiato come ragioniera e per un periodo ho lavorato, ma quando sono diventata madre ho deciso liberamente di stare a casa e non mi pento neanche un secondo della mia scelta. Andavamo al parco assieme, in biblioteca e ho insegnato loro lo spagnolo, così che potessero avere la fortuna di essere bilingue. Ho cercato di educarli secondo la logica della parità dei sessi, siamo noi che facciamo la differenza tra maschi e femmine. Credo che anche i ragazzi e i mariti devono contribuire alla gestione della famiglia e dell’economia domestica. In seguito, quando sono diventati grandi e indipendenti, ho ripreso a lavorare come colf.

Anche il rispetto dei genitori e degli anziani è fondamentale per il mio popolo. Ad esempio noi diamo del lei ai genitori e, quando si è su un autobus, a noi viene naturale alzarci per far sedere una persona anziana. A volte mi rendo conto che non si sa come comportarsi per paura di offendere la persona che si ha di fronte ma quando si vede qualcuno in difficoltà è il minimo cedergli il posto. Invece, in Italia, i giovani fanno finta di niente, passando per maleducati.

Un’altra caratteristica tipica del popolo cileno è l’accoglienza. Casa mia, ad esempio, è aperta a tutti; la definirei un porto di mare. Quando qualcuno suona al campanello, a me viene spontaneo invitarlo in casa, ascoltarlo e offrirgli qualcosa. La diffidenza non fa parte di noi.

Non siamo attaccati alle cose materiali, diamo più importanza ai rapporti sociali e allo stare insieme. Per questo amiamo far festa, ballare e cantare assieme. È qualcosa di innato, è parte della nostra cultura.”

E oggi?

“Io qua sto benissimo e infatti sono tornata in Cile solo una volta in più di trent’anni. Questo anche perché tutta la mia famiglia risiede ora in Italia e laggiù non ho più parenti. Comunque conservo ancora tanti ricordi della mia patria natia. Un ricordo vivo è quello di mio padre. Mi capitava di vedere dei ragazzi che non avevano niente da mangiare mentre i loro padri passava le serate al bar a bere. Noi, al contrario e per fortuna, avevamo molto. Poi ho scoperto che mio padre faceva due turni di lavoro per assicurarci tutto ciò, rinunciando ad altro. Mio padre sapeva far tutto, c’insegnava a fare la maglia e la domenica era la sua gioia fare gli gnocchi per tutti.

Ma i ricordi che ho del Cile non sono solo positivi. Una cosa che mi ha angosciato anche quando ci sono ritornata nel 1998 è la disuguaglianza sociale. Nulla è cambiato, anzi, le cose sono peggiorate. La classe media è scomparsa e i ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri vivono sempre più nella miseria. È normale vedere passare per la strada una Ferrari e contemporaneamente sull’altro lato un vecchietto con il suo carretto. E la cosa che più dispiace è che chi sta bene disprezza e si sente autorizzato a prendere in giro e umiliare i più sfortunati o chi fa un lavoro umile. Io non tornerei in Cile solo per questo; è una cosa che mi fa rabbrividire e che non posso accettare.

In Cile quasi tutte le famiglie hanno la nana, una domestica. Pure io in Italia faccio questo lavoro, eppure in Cile nessuno mi credeva e si chiedevano come io, con questo umile lavoro, potessi permettermi un viaggio intercontinentale. Eppure è un lavoro come un altro e io sono soddisfatta e orgogliosa della mia vita.”

Veronica De Pedri in collaborazione con Aesse

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