Immigrazione: i piccoli frutti di Mohamed

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Mercato in Marocco - Foto: AESSE

Appuntamento a Sant’Orsola – Valle dei Mocheni. A 20 chilometri da Trento. Ai piedi del Lagorai. Davanti ad un piattino di fragole, lamponi e mirtilli offertomi da Najji Mohamed – marocchino, classe 61. In Italia dalla caduta del Muro di Berlino.

Entrato con un visto turistico ha lavorato in nero a Milano. Dopo quattro mesi la sanatoria e quindi l’opportunità di tornare in Marocco per metter su famiglia. Mai più clandestino.

Tornato in Italia, cerca un lavoro regolare. Lo trova. Cavatore di porfido in Val di Cembra (TN). Lavoro duro, paga buona. Gli permette di abitare il territorio conoscendo gente, annusando opportunità sino al passaggio: da cavatore a trasportatore. Per conto della Cooperativa Sant’Orsola.

Patente “C” per “girare l’Italia” per 13 anni: dal lunedì al sabato. Da marzo a novembre. In inverno, quando non c’era più frutta di stagione, trasportava terriccio, concime e piantine ai piccoli coltivatori. Najji scaricava, osservava, imparava ed annotava. Quel “learning by doing” (imparare facendo) tanto caro alle ACLI. Sa tutto su lamponi, more, fragole, fragoline, ribes rosso, bianco e nero. Insomma, ne ha viste di “tutti i colori” tant’è che oggi potrebbe dirigere la sezione “ricerca e sviluppo” della cooperativa. Sa riconoscere gusto, colore, brillantezza, forma, consistenza di ogni piccolo frutto. Mica male per un ex cavatore di pietra dalle mani a morsa.

Poi il salto a piè pari. Da intraprendente ad imprenditore. Fa società con un altro compaesano. Prima undici poi ventisei campi in affitto in Veneto nel veronese. Il segreto in due parole: lavorare ed innovare. “Non si nasce imparati!”. Per la raccolta si fa aiutare soprattutto da giovani marocchini. In tutto 25 dipendenti. Metà uomini e metà donne. Meglio le seconde; più ligie al lavoro. Il turn over è piuttosto alto. Secondo Najji chi nasce in città, veste bene, ha un’ auto di proprietà o ha studiato, prima o poi lascia la terra anche se il reddito è minore. Chi invece calza stivali, è abituato a lavorare sin da giovane, sopporta caldo e freddo, tiene famiglia ed affonda nel fango non lascia l’azienda agricola. Non si mette in malattia. Gli extracomunitari sono la forza lavoro dell’agricoltura italiana; quest’ultima è la colonna vertebrale dell’economia. I veneti si stancano a stare in serra. A casa la trovano pronta mentre noi non abbiamo avuto alcun aiuto dalla parentela.

Lavoro duro? No. La coltivazione è sempre più fuori suolo, ad altezza uomo. Non serve piegarsi per raggiungere le piantine. Ma, secondo Najji, i piccoli frutti non sono né cristiani e né mussulmani. A tempo debito devono esser raccolti. Foss’anche venerdì, sabato o domenica. Ci si riposerà il giorno dopo. Un giorno di ritardo e si butta il lavoro di mesi. Qui non parliamo di lattuga, carote o patate che possono essere raccolte in ritardo. Un po’ come il latte. Le vacche vanno munte al bisogno.

Le soddisfazioni? Quando arrivai in Italia pesavo 53 kg ed oggi il doppio: 106. Parametro tutto africano che fa a pugni con i nostri “centri benessere”. La sauna si fa lavorando. Sotto serra.

-“Ho una moglie e cinque figli: due nati in Marocco e tre in Italia. Auto e casa di proprietà. Nel 2007 sono stato eletto, dall’assemblea della Cooperativa, consigliere di amministrazione: 56 milioni di fatturato, 1266 soci, 8.000 tonnellate commercializzate.”

Najji conosce quasi tutti i soci della Cooperativa presenti nelle dieci regioni italiane. Il segreto dei “piccoli frutti” – a suo dire – è l’aver messo a frutto i saperi della gente di montagna. Insomma, l’aver coniugato i saperi con i sapori (sorride!). Ciò ha bloccato l’esodo dai paesi più remoti che vengono nuovamente abitati da migranti. Nuova linfa a scuole, ai mercati di paese, alla socialità.

Il segreto? La qualità del prodotto e la “filiera corta”: dalla campagna alla tavola. Non potevamo certo competere con il Cile per i mirtilli o la Germania per le fragole ma le massaie riconoscono il “sapore di casa”. Non è un caso che il mercato dei “piccoli frutti” stia andando in controtendenza rispetto al mercato ortofrutticolo (in calo per l’attuale minor disponibilità finanziaria delle famiglie).

Il settore, inoltre, è un motore di sviluppo. Laddove non nasce il melo o la vite come in zone remote della Calabria possiamo coltivare i “piccoli frutti” offrendo nuove opportunità. La Cooperativa Sant’Orsola ha 27 aziende agricole socie in Calabria con 40 ettari di terreno coltivato. Si rapportano direttamente con la centrale della Val dei Mocheni bypassando la malavita locale. Il partenariato nasce dalle relazioni e quindi dalla presenza di Mons. Bregantini nella Diocesi di Locri.

“Se tornerò in Marocco non mi dispiacerebbe diffondere lo spirito di reciproca mutualità che è proprio della cooperazione”. È un po’ triste vedere i contadini del mio paese avviarsi verso il mercato per vendere i prodotti del proprio campo in balìa di un mercato i cui prezzi impazziscono di giorno in giorno”.

Fabio Pipinato

(Segnaliamo ai lettori che è iniziata una collaborazione tra il mensile nazionale delle ACLI AESSE - Azione Sociale - e Unimondo)

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