Il prezzo della difesa dei diritti ambientali

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Maria do Socorro Silva - Foto: Globalwitness.org

La terra é un luogo pericoloso per i difensori dei diritti ambientali, oggi più che mai. Secondo un recente rapporto della ONG britannica Global Witness, dal titolo evocativo “A che prezzo?”, lo scorso anno é stato il peggiore per i difensori dell’ambiente, del territorio e delle comunità, con ben 207 persone assassinate. Si tratta soprattutto di persone che in qualche maniera lottavano contro interventi lesivi del territorio da parte del settore dell’industria agroalimentare. Un’altra ONG,  Front Line Defenders, concorda con queste cifre: nella sua ultima relazione riporta 312 difensori dei diritti umani assassinati nel 2017, di cui 209 erano attivisti ambientali.

Alcuni esempi: Hernán Bedoya, colombiano, é stato ucciso da 14 colpi d’arma da fuoco sparati da un gruppo paramilitare. La sua colpa: aver partecipato ad una manifestazione contro una piantagione di palma da olio e di banano che si stavano espandendo sul territorio della sua comunità, a scapito del bosco circostante. Nelle Filippine una comunità é stata attaccata dall’esercito, che ha provocato 8 morti e 5 feriti, oltre alla dislocazione forzata di 200 persone che si erano opposte alla realizzazione di una piantagione intensiva di caffè. In Brasile la comunità indigena di Gamela é stata attaccata da un gruppo di agricoltori che hanno ferito gravemente 22 persone, tra cui alcuni bambini, che avevano cercato di proteggere le proprie terre dal taglio indiscriminato di legname. 

Questi sono solo alcuni esempi dei numerosi casi riportati nel rapporto di Global Witness che, come già accaduto negli scorsi anni, sottolinea come sia l’America Latina la regione più pericolosa per gli attivisti ambientali, con cerca 60% dei casi registrati. Basti pensare che solo in Brasile si sono verificati 57 omicidi ai danni di persone che difendevano l’ambiente ed i territori in cui vivevano, trattandosi nella maggior parte dei casi di difensori delle risorse naturali della selva amazzonica. 

In Asia la situazione più drammatica é quella che si vive nelle Filippine, dove il numero di omicidi ai danni di attivisti é salito del 71% rispetto al 2016. Sono infatti ben 48 le persone uccise, evidente risultato della politica aggressiva del presidente Duterte nei confronti dei difensori dei diritti umani e ambientali, alimentata da una rinnovata presenza militare in regioni ricche di risorse naturali. Quasi la metà degli omicidi avvenuti nelle Filippine é da relazionarsi alle lotte contro l’industria agroalimentare.  In Africa sono sarai 19 gli attivisti assassinati, 12 dei quali nella Repubblica Democratica del Congo. La maggior parte di essi cercava di difendere aree protette da cacciatori di frodo e attività minerarie illegali. 

Naturalmente é probabile che vi siano molti altri paesi e regioni dove si sono verificati simili delitti, ma tali eventi non sono stati registrati o si trovano in zone in cui la verifica risulta impossibile.  Rispetto al 2017 meno persone indigene sono state uccise, passando dal 40 al 25% del totale degli omicidi. Bisogna tuttavia tenere presente che i popoli indigeni costituiscono solo il 5% della popolazione mondiale: é quindi evidente come la loro presenza ed il loro ruolo come difensori dell’ambiente sia importante e allo stesso tempo scomodo per chi difende gli interessi della grande industria agroalimentare e mineraria.  Sebbene nel 2017 ogni 10 attivisti assassinati 9 siano uomini, secondo il report di Global Witness le donne difensore dell’ambiente si sono trovate a dover affrontare specifiche violenze di genere, dalle molestie fino alla violenza sessuale. Spesso le attiviste si trovano sottoposte a campagne di diffamazione, minacce contro i figli e tentativi di minare la loro credibilità. A volte le minacce vengono dalle loro stesse comunità, dove culture spesso molto maschiliste si oppongono al fatto che le donne occupino posizioni di leadership.

I difensori dell’ambiente si trovano loro malgrado a confrontarsi con interessi politici, economici e militari che attuano (e spesso interagiscono fra loro) al fine di controllare ed impossessarsi di risorse naturali preziose, come terra, acqua, minerali, legname, sottraendole alle popolazioni che avrebbero il diritto di goderne, diritto che viene spesso sancito da trattati internazionali e da leggi statali o federali. Leggi e trattati che vengono sovente calpestati, nel nome di uno sviluppo che taccia le popolazioni locali di arretratezza. Molti difensori dei diritti ambientali non godono di alcuna protezione da parte dei nessun tipo di autorità. Ció avviene nonostante essi difendano diritti che sono riconosciuti a livello internazionale, come il diritto ad un ambiente salubre, il diritto a partecipare alla vita pubblica, il diritto alla protesta e il diritto alla vita

I dati riportati nel rapporto di Global Witness sono molto probabilmente al ribasso, come accennato, viste le molteplici difficoltà nel reperire dati completi e aggiornati. Tuttavia questo tipo di informazione é cruciale per mostrare i rischi che corrono le persone impegnate su questo fronte ed il fatto che tali rischi sono in continua crescita, evidenziando la necessità che governi ed imprese che si sono macchiati di questi crimini affrontino le gravi accuse che, a ragione, vengono loro mosse. 

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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