Il Trattato di amicizia Italia-Libia: parole senza senso

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Il 2 marzo 2009, con lo scambio dei rispettivi strumenti di ratifica tra il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi e il leader libico Muammar Gheddafi è entrato in vigore il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista”, firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 e ratificato dal nostro Parlamento con la legge n.7 del 6 febbraio 2009.

Con questo trattato internazionale le Parti ritennero di porre termine al «doloroso "capitolo del passato"», vale a dire il contenzioso aperto per cui la Libia continuava a rivendicare riparazioni per i danni subiti in periodo coloniale, mentre l’Italia avanzava pretese risarcitorie per le lesioni degli interessi di nostri connazionali (persone fisiche e giuridiche) costretti ad abbandonare il paese nord africano in seguito ai fatti che portarono al potere il colonnello Gheddafi.

Il preambolo è un vuoto e nauseabondo richiamo a quelle che sono considerate le basi sulle quali avviare questa nuova fase delle relazioni bilaterali: i profondi legami di amicizia, il comune patrimonio storico e culturale, l’impegno per il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilità, in particolare nella regione del Mediterraneo, e della costruzione di forme di cooperazione ed integrazione a livello regionale, attraverso l’Unione Europea e l’Unione Africana. In definitiva, il rispetto reciproco, la pari dignità e la piena collaborazione dovrebbero consentire un rapporto pienamente paritario e bilanciato tra i due paesi, rapporto che viene definito «speciale e privilegiato», caratterizzato da un forte ed ampio partenariato.

Passando alla parte dispositiva dell’accordo, si evidenzia come nei primi sette articoli vengano specificati i principi generali che reggeranno le future relazioni tra le Parti.

Tra questi, si richiama, in maniera ridondante, il rispetto della legalità internazionale, la centralità delle Nazioni Unite e l’impegno all’adempimento in buona fede degli obblighi internazionalmente assunti (art.1), il rispetto della uguaglianza sovrana dei contraenti (art.2), l’impegno a non ricorrere alla forza (art.3), la reciproca non ingerenza negli affari interni (art.4), cosa peraltro pericolosissima che va in contraddizione con gli articoli precedenti. La dottrina delle Nazioni Unite prevede che “quando sono violati o sono in procinto di esserlo i diritti umani la Comunità Internazionale, di cui l’Italia è parte, ha il diritto dovere d’intervenire sotto l’egida dell’Onu per porre fine alla violazione”. Questa “non ingerenza”, quindi, è in palese contrato con il diritto internazionale.

Rimanendo sempre all’interno dell’art.4 vediamo che nel secondo comma «l'Italia non userà, ne permetterà l'uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia». Questo rigo ha fatto arrabbiare, per usare un termine moderato, l’alleanza atlantica. Tale obbligazione, infatti, risulterebbe in conflitto con l’impegno precedentemente assunto dal nostro paese in virtù del Patto Atlantico che all’art.5 ove si stabilisce espressamente che «Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America settentrionale, deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area Nord Atlantica». Il rigo succitato non permetterebbe né alla NATO e né ad altre “organizzazioni regionali su base militare” di utilizzare basi italiane per far rispettare il no fly zone che Obama vorrebbe imporre davanti ad un’incapace ed inetta Europa.

Continuiamo nella lettura del trattato di amicizia: l’impegno ad adottare modalità pacifiche di risoluzione delle eventuali controversie (art.5), il rispetto dei diritti umani, conformemente alle legislazioni nazionali ed alla luce della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (art.6), l’avvio di un comune spazio di dialogo tra culture e civiltà (art.7). La summa di questi 3 articoli sono sotto gli occhi di tutti con le stragi quotidiane del Rais. Se non bastasse la Lega Nord, principale alleato di governo, propone in Veneto di sparare agli immigrati. Rispetto dei diritti umani?

Passando dunque al Capo II del trattato “Chiusura del capitolo del passato e dei contenziosi”, subito troviamo il contestato art.8, “Progetti infrastrutturali di base”, che per molti osservatori rappresenta il vero “prezzo” pagato dall’Italia per addivenire alla suddetta “chiusura”. In effetti, è questa la norma che prevede l’impegno del nostro paese «a reperire i fondi finanziari necessari per la realizzazione di progetti infrastrutturali […] nei limiti della somma di 5 miliardi di dollari americani, per un importo annuale di 250 milioni di dollari americani per 20 anni» e, contestualmente, in maniera condizionata, il fatto che saranno aziende italiane a provvedere «alla realizzazione di questi progetti» e il governo italiano a gestire direttamente i fondi assegnati.

Dall’altra parte, la Libia «rende disponibili tutti i terreni necessari per l'esecuzione delle opere senza oneri», agevola il reperimento dei materiali e l'espletamento delle procedure doganali, esenta da imposte le importazioni e i consumi di energia elettrica, gas, acqua e linee telefoniche.

Questo tipo di aiuti vincolati obbligano il paese destinatario ad affidare la realizzazione delle opere solo a imprese italiane. Si realizza una distorsione del mercato concorrenziale con un aumento dei costi di oltre il 30% rispetto a quanto si spenderebbe appaltando le opere a imprese locali o al miglior offerente scelto con un bando internazionale. Ciò è in contrasto sia con la legislazione europea e sia con l’accordo per l’Unione per il Mediterraneo.

Per quanto riguarda, invece, il regime fiscale cui vengono sottoposte le operazioni di cui sopra, l’art.8 prevede espressamente della esenzioni. Ad oggi la Libia non è tra i paesi inseriti né nelle “black lists” delle società controllate estere e né dei paradisi fiscali. Il “non scritto” dell’art.8 potrebbe facilitare l’insediarsi di un territorio off-shore. L’Eni, per esempio, è il primo produttore di gas e petrolio in Libia, con una produzione di idrocarburi nel 2009 pari a 244 mila barili di olio equivalente al giorno. L'attività' produttiva ed esplorativa di Eni in Libia e' condotta nell'offshore del Mediterraneo, di fronte a Tripoli, e nel deserto. A fine 2009 Eni era presente in 13 titoli minerari, per una superficie complessiva di circa 36.374 chilometri quadrati (18.165 chilometri in quota Eni). Un’estensione dell’offshore anche in territori libici che non siano mare e deserto è, quindi, nell’ “interesse italico”. Ma la cosa è altresì pericolosissima in quanto può dare inizio a traffici di ogni sorte come testimonia la Transnistria, un territorio che batte moneta all’interno dell’Europa, ove le mafie transnazionali possono svolgere ogni tipo di traffico.

La norma che segue (art.9) disciplina il funzionamento della Commissione mista che gestirà l’affidamento della realizzazione delle opere infrastrutturali e stabilisce impegni per il governo libico per tutelare le imprese italiane discriminate nel passato.

L’art.10, dal canto suo, enuncia speciali iniziative da avviarsi a beneficio del popolo libico: costruzione di edifici ad uso abitativo, assegnazione di borse di studio, programmi di cura specializzati, pagamento di pensioni e restituzione di reperti archeologici. Insomma, esattamente ciò che il dittatore promise alle prime avvisaglie di ribellione.

Con l’art. 11 i nostri concittadini espulsi dalla Libia beneficeranno di un trattamento privilegiato per l’ottenimento visti di ingresso per il paese nord africano senza limitazioni o restrizioni di sorta.

Viene poi costituito un Fondo Sociale (art.12) per la realizzazione delle iniziative di cui all’art.10 e ci si impegna a raggiungere una soluzione concordata per quanto riguarda i crediti e debiti di aziende italiane nei confronti delle amministrazioni libiche (art.13).

Con l’art.14, che istituisce un Comitato di Partenariato bilaterale e periodiche consultazioni politiche, si apre il Capo III del trattato, “Nuovo Partenariato bilaterale”, in cui vengono elencati gli ambiti e le modalità di cooperazione. Nello specifico, si tratta di cooperazione scientifica (art.15), culturale (art.16), economica e industriale (art.17), energetica (art.18). Quest’ultimo articolo sfocia anche nella “green economy”. Gheddafi come Obama o Merkel? Per palazzo Chigi è possibile! Bene. Peccato che il rais abbia appena tentato di bombardare i pozzi petroliferi creando un disastro ambientale senza precedenti.

Attenzione. Le novità non son finite. L’art. 19 parla espressamente di “lotta al terrorismo”, come se le bombe sganciate sulla popolazione inerme ed il reclutamento di mercenari genocidari potesse esser definito con un altro nome. Tra i mercenari la TV Al Jazzera ha parlato anche di presenze italiane tant’è che i deputati del Pd Emanuele Fiano, Piero Fassino, Lapo Pistelli e Francesco Tempestini hanno presentato un’interrogazione al ministro della Difesa per verificare se vi siano riscontri. Paradossalmente se vi saranno riscontri a conferma vi sarà anche un Trattato che potrebeb dare parziale copertura.

L’art.19 continua con la lotta alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti, all'immigrazione clandestina, che come sappiamo, è diventata l’arma di ricatto del leader libico nei confronti dell’Europa. Questo articolo prevede la realizzazione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane (art.19, comma 2). Speriamo che queste società operino a fianco dell’Alto Commissario per i rifugiati ai confini con l’Egitto mettendo il proprio expertise a servizio della Comunità Internazionale anziché di un genocidario.

Siamo al dunque. L’art. 20 cita la cooperazione nel settore della difesa. Unimondo ha già monitorato a riguardo che l’Italia è il primo fornitore europeo di armi alla Libia tant’è che il ministro Frattini è l'unico ministro europeo che non ha fatto dichiarazioni in merito all'interruzione di forniture di armi alla Libia mettendo nell’imbarazzo generale la società civile italiana.

Inedito e contradditorio l’art 21. Si cita testualmente il settore della non proliferazione e del disarmo. Ma come. Finmeccanica ha come secondo azionista proprio la Lybian Investment Authority (LIA), l’autorità governativa libica che detiene una quota del 2,01%: quota che Gheddafi mira ad espandere fino al 3% per eleggere fino a quattro delegati. Si è passati dai poco meno di 15 milioni di euro del 2006 ai quasi 57 milioni del 2007. Ma è soprattutto nell’ultimo biennio – anche a seguito di questa “amicizia” che si è passati a 93 milioni di euro nel 2008 e proseguito nel 2009 con quasi 112 milioni di euro. Non possiamo certo definirlo disarmo l’export di aeromobili, veicoli terrestri, bombe, siluri,razzi, missili e accessori” e “apparecchiature per la direzione del tiro”. Lo vogliamo chiamare disarmo tutto ciò?

L’art. 22 parla di cooperazione a livello parlamentare e tra enti locali. Certo. Ciò che non si fa a livello statuale lo si può fare come enti locali con la cooperazione decentrata. Il trucco è questo. Lo Stato italiano non da alcun aiuto per favorire la cooperazione internazionale e, quindi, per fare scuole, ospedali, pozzi. Auspica che lo faccia regioni e comuni già vessati per carenza di risorse. Poi fa la sommatoria degli aiuti da altri versati e si presenta a testa alta nelle assise internazionali. Un meccanismo tremontiano che permette di non spendere e mettere il cappello sulla generosità altrui. La stessa cosa è stata applicata in sede di G20 dal nostro Ministro per l’economia. Il debito non è più da considerarsi solo quello pubblico m anche quello privato. Certo. Lo Stato ha una voragine di quasi 2.000 miliardi di euro ma si nasconde dietro alla capacità di privati cittadini che, nonostante la tassazione più alata di Europa, riescono a mettere ancora qualcosa dentro il salvadanaio e a non indebitarsi come, peraltro, alcune finanziarie governative vorrebbero.

E per concludere l’ultima disposizione dell’art.23 (oltre a disciplinare l’entrata in vigore del trattato stesso) istituisce una ricorrenza comune: la Giornata dell’Amicizia italo-libica, il 30 agosto, data di sottoscrizione dell’accordo. Questo perché, per quanto importanti possano essere le nostre relazioni internazionali, non v’è controversia che non si possa risolvere davanti ad una bella festa! Beh. Di questo siamo esperti.

Fabio Pipinato
(direttore di Unimondo)

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