I reati sono in picchiata, la paura cresce: «C’è un’arma da fuoco nelle case di 4,5 milioni di italiani»

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A leggere i dati presentati nel 1° Rapporto sulla filiera della sicurezza in Italia, realizzato dal Censis con Federsicurezza, la nostra appare sempre più come una Repubblica fondata sulla paura, per di più ingiustificata. Nel 2017 sono stati denunciati complessivamente 2.232.552 reati nel nostro Paese, un numero in calo del 10,2% rispetto all’anno precedente. E non è una novità. Dal 2008 gli omicidi sono calati del 43,9%, le rapine del 37,6%, i furti del 13,9%. Eppure la paura e la sensazione di insicurezza si moltiplicano: la criminalità continua ad essere ritenuta un problema grave per il Paese, segnalato dal 21,5% degli italiani, al quarto posto dopo la mancanza di lavoro, l’evasione fiscale e le tasse eccessive.

E non è un caso che a essere più preoccupate sono le persone con redditi bassi, che vivono in contesti più disagiati e hanno minori possibilità di utilizzare risorse economiche personali per l’autodifesa: per loro – spiega il Censis – la criminalità diventa il secondo problema più grave del Paese (segnalato dal 27,1%), dopo la mancanza di lavoro. Si direbbe dunque che i problemi italiani stiano piuttosto nell’ignoranza dei fatti quanto nell’incapacità della loro analisinella povertà quanto nella disuguaglianza. Ma la lettura della politica ad oggi più in voga in Italia, quella rappresentata al meglio dalla Lega guidata dal ministro degli Interni Matteo Salvini, preferisce spostare l’attenzione – con la grancassa offerta da una buona parte dei media nazionali – sulla conseguenza anziché sulle cause: sulla paura.

Fino a poco tempo fa infatti la percezione della sicurezza in Italia da parte degli italiani sembrava quantomeno più aderente alla realtàCome documenta l’Istat, tra il 2008-2009 e il 2015-2016 «si stima un miglioramento generalizzato nelle preoccupazioni: il 41,9% dei cittadini è preoccupato di subire uno scippo o un borseggio (-6,3 punti percentuali dal 2008-2009), il 40,5% un’aggressione o una rapina (-7,1 punti percentuali ), il 37% il furto dell’auto (-6,7) e il 28,7% (-14) teme per sé o i propri familiari di subire una violenza sessuale. Il 60,2% dei cittadini è (molto o abbastanza) preoccupato dei furti nell’abitazione (unico dato stabile)». Poi la svolta analizzata dal Censis, le cui conseguenze sono già palpabili.

È già aumentato il numero degli italiani che possono sparare: nel 2017 nel nostro Paese si contavano 1.398.920 licenze per porto d’armi, con un incremento del 20,5% dal 2014 e soprattutto del 13,8% solo nell’ultimo anno. Si può dunque ritenere che oggi complessivamente c’è un’arma da fuoco nelle case di quasi 4,5 milioni di italiani. E il desiderio di armi cresce insieme alla paura. Come mostra l’analisi Censis e Federsicurezza, ormai il 39% degli italiani è favorevole all’introduzione di criteri meno rigidi per il possesso di un’arma da fuoco per la difesa personale, un dato in netto aumento rispetto al 26% rilevato nel 2015. Com’era lecito attendersi, i più favorevoli sono le persone meno istruite (il 51% tra chi ha al massimo la licenza media) e gli anziani (il 41% degli over 65 anni).

Ma non ci sono solo le armi. La paura, anche quando ingiustificata, alimenta sempre un ricco business. Il 66,3% degli italiani ricorre a porte blindate, il 42% a sistemi d’allarme, il 33,5% alle inferriate, il 31,3% a vetri e infissi blindati, il 30,7% a telecamere, il 19,4% a casseforti, e – in barba a ogni principio di efficienza energetica e di risparmio in bolletta –  15 milioni di italiani (il 29%) lascia le luci accese per precauzione quando esce di casa. Senza dimenticare gli oltre 64mila addetti (+16,7% nel periodo 2011-2017) di quasi 1.600 imprese di vigilanza (+11,3% nello stesso periodo) attive sul territorio, insieme agli altri 21mila addetti di istituti che offrono servizi fiduciari non armati. Di fronte a questi numeri lo stesso Censis nota che «una liberalizzazione eccessiva degli spazi di difesa individuali comporta il rischio di pericolose derive giustizialiste». Anche perché chi nel frattempo dovrebbe davvero occuparsi di sicurezza è sempre meno nelle condizioni di farlo, a causa dei tagli di bilancio: tra il 2008 e il 2016 si registrano 22.000 uomini e donne in meno nei diversi Corpi di polizia (in particolare, 86.000 under 45 in meno).

Che fare dunque? Concentrare gli sforzi dove realmente necessari potrebbe essere un’idea. Come informa il Censis,  in sole quattro province italiane si consuma il 30% dei reati. Capitale del crimine è Milano (9,5% del totale), seguita da Roma (9,2%), Torino (5,5%) e Napoli (5,5%); considerando invece l’incidenza del numero dei reati in rapporto alla popolazione, la classifica vede sempre Milano in vetta, seguita però da Rimini, Bologna, Torino e Prato. È dunque giustificata la maggior percezione di rischio criminalità diffusa al Centro (35,9%) e al Nord-Ovest (33%), ma soprattutto nelle aree metropolitane (50,8%), dove si sente insicuro un cittadino su due, rispetto al 31,9% di media.

È in queste aree che può avere un qualche senso parlare di “emergenza sicurezza”, ed è qui che è possibile migliorare grazie a interventi mirati, con maggiore e migliore uso dei Corpi di polizia. Per il resto, contro povertà, ignoranza e disuguaglianza non c’è pistola che tenga. Servirebbe semmai promuovere uno sviluppo sostenibile: al proposito può essere utile ricordare che nel celebre “Programma bioeconomico minimale” realizzato dall’economista Georgescu-Roegen, padre ispiratore dell’economia ecologica come oggi la conosciamo, al primo punto spicca la necessità di «proibire completamente la produzione di tutti i mezzi bellici»

Da: Greenreport.it

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