Germania, matrigna o guida?

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“È colpa della Merkel”, “Non siamo schiavi dei tedeschi”: quante volte in questa campagna elettorale abbiamo sentito tali affermazioni. Parole a vanvera, dettate dalla propaganda, ma che trovano il loro appiglio in questa delicatissima fase di crisi economica in cui siamo immersi. Cosa c’è di vero e cosa c’è di falso? Il nostro orizzonte di analisi non può che essere l’Europa, un’Europa che non può reggersi soltanto sulla condivisione di una stessa moneta o sulla libera circolazione di capitali, merci e persone.

Per affrontare questioni comuni in un momento di crisi serve un’integrazione molto più profonda, che passa attraverso la condivisione modelli economici, sociali, oltre che di sofferenze e sacrifici. La ricerca di nuove soluzioni passa, insomma, attraverso un processo la cui natura è inevitabilmente politica e ha a che vedere con la capacità di prendere e imporre decisioni, destabilizzando equilibri consolidati e facendo valere il proprio peso specifico. È questo il momento in cui chi ha potere, può esercitarlo per decidere in quale direzione andrà l’Europa. E chi ha più potere di tutti, a oggi, è indiscutibilmente la Germania.

“È ormai sotto gli occhi di tutti” annotava un anno fa Meridiani Online “che in un’Europa martoriata dalla crisi e priva di ricette innovative per uscirne, la Germania è sempre più leader incontrastata. Non si tratta più solamente dello strapotere economico, ma anche di un crescente attivismo politico e diplomatico con cui gli altri Stati europei non riescono a tenere il passo”. Certo, come osservava giustamente Die Zeit nel 2012, la Germania “ha fatto le riforme che l’Italia doveva fare già dieci anni fa e ora si può permettere questa egemonia sulla casa comune europea”. Alla prova dei fatti, la Germania è l’unico Paese europeo a essere uscito indenne se non rafforzato dalla crisi economica (anche se nell’ultimo trimestre il PIL è diminuito) e a potersi permettere una guida decisa al timone del progetto Europeo. E questo non è sempre stato un esito scontato: nel corso del 2011 e del 2012, alcuni osservatori hanno suggerito che la Germania stesse agendo nel proprio interesse nazionale e che fosse addirittura tentata dall’idea di abbandonare gli alleati Europei, flirtando con la Cina e dimenticandosi della sua “home base”. Per mesi, anche l’Economist ha temuto che la Germania potesse decidere di affondare l’Europa per la terza volta in meno di cent’anni, abbandonando il progetto comune per tornare al marco tedesco. Alla fine Angela Merkel sembra aver deciso di investire tutto sul progetto europeo, ma a modo suo.

Anziché favorire il dialogo, l’inclusione e la concertazione, ci troviamo di fronte a una Germania egemone che tenta di “germanizzare" l’Europa attraverso l’imposizione della disciplina di bilancio perfino a quei Paesi, come l’Italia, la Grecia e la Spagna, che non hanno mai avuto i fondamentali socio-economici per cimentarsi in questo lavoro. Si tratta di un approccio fortemente criticato dagli oppositori interni ad Angela Merkel, come l’autorevole ex ministro degli esteri Joschka Fischer, il quale nel 2012 aveva già spiegato come “l'attuale strategia chiaramente non funziona. Va contro la democrazia, come dimostrano i risultati delle elezioni in Grecia, in Francia e anche in Italia. E va contro la realtà: lo sappiamo sin dalla crisi del 1929, dalle politiche deflattive di Herbert Hoover in America e del cancelliere Heinrich Brüning nella Germania di Weimar, che l'austerità in una fase di crisi finanziaria porta solo a una depressione. Sfortunatamente, sembra che i primi a dimenticarlo siamo proprio noi tedeschi.”

Come Fischer, altri intellettuali europei temono che la Germania stia progressivamente abbandonando l’ideale europeo fortemente perseguito da Brandt, Adenauer e Kohl. È da questa preoccupazione che proviene l’avvertimento lanciato da Ulrich Beck, il famoso sociologo tedesco che introdusse nel dibattito pubblico l’idea di modernità riflessiva. Nelle sue più recenti riflessioni, Beck mette in guardia contro “il rischio di una deriva «euronazionalista» che può essere il risultato della politica di Angela Merkel e che può diventare la prosecuzione di quel «nazionalismo del marco» su cui è stata costruita l'identità del Paese nel dopoguerra.” Il progressivo superamento dei nazionalismo era una delle principali ragioni ideali alla base della costituzione della Comunità Europea. Oggi, per un tragico scherzo del destino, nuovi nazionalismi sembrano essersi impossessati del progetto europeo. Quello che Beck definisce euro-nazionalismo tedesco consiste nell’imposizione di un paradigma unico in termini di lavoro, consumo e industrializzazione. D’altra parte, la Germania Ovest è già riuscita a esportare il suo modello una volta, impiantando il suo stile di vita in Germania Est. E adesso, suggerisce Beck, starebbe provando a fare la stessa cosa con Italia, Grecia, Spagna e Portogallo.

È folle, tuttavia, pensare di poter contrastare questa deriva di un euro-nazionalismo con una crociata anti-tedesca, magari lanciandosi in una campagna populistica contro la perfida Berlino. Servono, piuttosto, idee nuove per progettare un unico edificio europeo e per rendere compatibili diversi modelli sociali ed economici che si trovano a convivere sotto la stessa moneta, che oggi è divenuta il principale simbolo dell’egemonia tedesca. In concreto, l’unico modo per sfidare l’egemonia tedesca è attraverso una forte leadership europea capace di influenzare i termini dell’agenda e del dibattito. Ad oggi, Angela Merkel è stata contrastata nei fatti solo dell’inedito asse franco-italiano: Hollande e Monti sono stati in grado come nessun altro leader europeo prima di loro di sfidare apertamente la Cancelliera di ferro e imporre temi nuovi nell’agenda politica europea, come quello della crescita. Tuttavia, la debolezza del Presidente francese in patria e le imminenti elezioni in Italia lasciano la Germania capace di fare il bello e il cattivo tempo, evidenziando la palese dipendenza di tutti gli altri Paesi da quello che oggi si presenta come il principale motore economico e politico del continente.

A questo si somma la scelta del primo ministro inglese David Cameron di indire un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Il progressivo allontanamento di Londra dal centro della costruzione europea in un contesto di crescente egemonia tedesca diventa ovviamente un grande pericolo. Intendiamoci: il tradimento della perfida Albione è, per certi versi, una mossa coraggiosa che potrebbe servire a chiarire alcune contraddizioni e ambiguità che il processo di integrazione europea aveva lasciato aperte. Vi è tuttavia un problema, che è legato alla contingenza storica: come evidenzia l’autorevole politologo Marc Leonard, anche coloro che nel Regno Unito sono favorevoli all’integrazione Europea finiranno per perderanno la loro voce nel dibattito sul futuro Europeo, almeno fino al referendum – che dovrebbe tenersi non prima del 2016. In assenza di una leadership europea capace di avanzare nuove proposte e di creare solide coalizioni di supporto a queste idee, l’integrazione Europea continuerà ad essere modellata in funzione dell’egemonia tedesca.

Lorenzo Piccoli

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