Fra Tunisia e Libia una multinazionale del traffico umano

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Foto: Unsplash.com

Tunisi, giugno 2020. Una tragedia. Una tragedia annunciata. Una tragedia senza fine. L’ultimo naufragio di un barcone di legno carico di esseri umani alla ricerca di un sogno da realizzare, subsahariani e tunisini, avvenuto nella notte fra il 6 e il 7 giugno al largo delle coste dell’isola di Kerkennah a poche miglia da Sfax, città portuale del sud della Tunisia, ha svelato le sue aride cifre: 58 migranti, 39 corpi restituiti fino ad ora dalle acque, la maggioranza donne subsahariane, fra cui una donna incinta e 3 bambini.

"Questa tragedia è la conseguenza inevitabile della politica migratoria restrittiva dell'Unione europea", ha affermato il Forum tunisino delle ONG per i diritti economici e sociali, deplorando "un approccio di sicurezza piuttosto che la gestione umana, soprattutto in considerazione della situazione in Libia ".

Al di là di questa e altre immancabili dichiarazioni di partecipazione al dolore e promesse di interventi miracolosi per fermare tragedie come questa, si assiste alla banalizzazione di un dramma che si ripete regolarmente in queste acque del sud del Mediterraneo: ottobre 2017- 48 morti, giugno 2018 - 100 morti, maggio 2019 - 60 morti, luglio 2019 - 80 morti. Una emergenza umanitaria di cui avevamo già parlato poco meno di un anno fa. Come sempre é stata aperta un'indagine per identificare gli organizzatori di questo passaggio illegale, ma é di pubblico dominio la connivenza fra “mercanti di uomini” libici e tunisini nel gestire, da tempo ormai, il passaggio di disperati prigionieri dai centri di detenzione libici a Sfax e il successivo imbarco verso l’ignoto.

Una comunità di pescatori che vive in basse case di pietra sulle isole Kerkennah nel Mediterraneo è diventata un punto di ritrovo per i trafficanti che inviano tunisini e non in Italia. I giovani navigano di notte su pescherecci, sperando di trovare un lavoro e una nuova vita raggiungendo le coste dell’ Europa.

Il costo dimbarco dei tunisini é la metà di quello delle persone subsahariane perché anche nella disperazione si sublimano divisioni sociali et etniche. “Le partenze clandestine dalla costa tunisina sono aumentate del 156% tra gennaio e la fine di aprile, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso”, secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). L'isola di Kerkennah, luogo di molti dei naufragi negli ultimi anni, è un piccolo angolo di paradiso. Delle 60 isole e isolotti della Tunisia, Kerkennah è certamente uno degli ecosistemi più ricchi e meglio conservati.  A nord-est del Golfo di Gabès, che è una delle tre principali depressioni della costa tunisina, considerata quasi come il vivaio del Mediterraneo, le isole Kerkennah sono particolarmente ricche di crostacei, gamberi, seppie, polpi e vongole.

E’ in questo ambiente visivamente ed emotivamente rassicurante che negli ultimi anni i pescatori della zona devono aguzzare la vista non solo per raccogliere ricche messi ittiche ma anche per dover recuperare, loro malgrado, corpi inanimati di persone che avevano in dote solo la speranza di una vita migliore.

Kerkennah é a 168 chilometri dall’isola di Lampedusa e a poco più di 100 chilometri da Ras Jedir, punto di frontiera terrestre fra Tunisia e Libia, con un confine desertico di altre 450 chilometri, facilmente superabile. Questo spiega il rapido, e finanziariamente allettante, accordo fra mafie libiche e tunisine, non esenti da complicità politico/amministrative in entrambi i fronti. Approfittando anche della non politica europea e della disssolvenza dell’Italia nella gestione del dossier migrazione.

La porta tunisina si aperta perché si é chiusa, per ora, la porta libica, grazie anche, si fa per dire, alla firma di accordi internazionali, come quello sottoscritto dall’Italia nel 2017 o quello più recente siglato da Malta. Il giornalista Nello Scavo su Avvenire scrive: “dopo la scoperta degli accordi segreti con Tripoli, conclusi tre anni fa, Malta ha deciso di uscire allo scoperto negoziando un memorandum ratificato dal premier Robert Abela, fresco di archiviazione per le accuse di respingimento, e dal presidente libico Fayez al Sarraj.

I due Paesi daranno insieme la caccia ai migranti nel Mediterraneo, ma con nuovi fondi. E’ prevista la creazione di "centri di coordinamento" nel porto di Tripoli e a La Valletta che saranno operativi da luglio. In realtà le operazioni congiunte andavano avanti da anni, ma adesso sono state ufficializzate. Le strutture congiunte "forniranno il sostegno necessario alla lotta contro l'immigrazione clandestina in Libia e nella regione del Mediterraneo", si legge nel memorandum. Inizialmente Malta finanzierà interamente l’attivazione delle centrali operative, ognuna delle quali sarà guidata da tre funzionari dei rispettivi governi. Fin da subito, però, il premier Abela si impegna a ottenere dall’Ue fondi aggiuntivi da destinare alla cosiddetta Guardia costiera libica, che verrà ulteriormente equipaggiata. Nessuna menzione si fa riguardo alla necessità di ristabilire il rispetto dei diritti umani nei campi di prigionia libici.

Degli accordi con un Paese che non esiste.

La migrazione illegale dalla Tunisia all'Italia ha avuto nell’ultimo periodo un aumento nonostante la presenza del Covid 19 e del confinamento. Secondo il quotidiano londinese Al-Araby al-Jadid, "191 immigrati hanno attraversato il confine marittimo in maggio e hanno raggiunto la costa italiana. "Altri 37 migranti hanno lasciato la Tunisia in aprile e sono arrivati ​​in Italia", ha dichiarato Ramadan ben Omar, portavoce del Forum tunisino delle ONG per i diritti sociali ed economici. Quasi l'80% di loro proveniva dalla città costiera di Sfax, ha detto, aggiungendo poi: "le forze di sicurezza tunisine hanno recentemente interrotto con successo oltre 64 traversate marittime illegali verso l'Europa”.

Questo non scoraggia la multinazionale del traffico umano. Non é certo la mobilità delle popolazioni che deve spaventare, anzi essa produce incontri e scambi socio-culturali positivi. E’ la sua gestione criminale che dovrebbe esere contrastata e fermata utilizzando mezzi e uomini adeguati. Come si legge in un interessante articolo del 2006 su MPI (Migration Policy Institute), “nel corso della storia conosciuta, c'è stata un'intensa mobilità tra le due parti del Sahara attraverso il commercio, la conquista, il pellegrinaggio e l'educazione religiosa trans-sahariana. Il Sahara stesso è una gigantesca area di transito e la diversa composizione etnica delle oasi testimonia questa lunga storia di mobilità delle popolazioni. Fu solo con l'arrivo del colonialismo, che ritracciò i confini dove non esistevano e che creò stati-nazione moderni, che queste mobilità e commercio trans-sahariani crollarono. Tuttavia, subito dopo l'indipendenza, abbiamo assistito alla creazione delle basi del sistema migratorio trans-sahariano contemporaneo". L’importante é separare il grano dal loglio.

Ferruccio Bellicini

Pensionato, da una quarantina d’anni vivo nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo: Algeria, prima, Tunisia, ora. Dirigente di una multinazionale del settore farmaceutico, ho avuto la responsabilità rappresentativa/commerciale dei Paesi dell’area sud del Mediterraneo, dal Libano al Marocco e dell’Africa subsahariana francofona. Sono stato per oltre 15 anni, alternativamente, Vice-Presidente e Segretario Generale della Camera di commercio e industria tuniso-italiana (CTICI). Inoltre ho co-fondato, ricoprendo la funzione di Segretario Generale, la Camera di commercio per lo sviluppo delle relazioni euro-magrebine (CDREM). Attivo nel sociale ho fatto parte del Comitato degli Italiani all’estero (COMITES) di Algeri e Tunisi. Padre di Omar, giornalista, co-autore con Luigi Zoja del saggio “Nella mente di un terrorista (Einaudi 2017).

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