Due ore e un sorriso. Oggi metto in Banca i miei risparmi

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Immagine: Intornotirano.it

Avete presente quelle stelle stilizzate che si disegnano sul foglio senza staccare la matita? E’ questa l’immagine che mi è rimasta impressa quando mi hanno spiegato per la prima volta come funziona una Banca del Tempo. Perché certo, intuire di cosa si tratti non è difficile, ma penetrarne i meccanismi non è scontato per chi, come la maggior parte di noi, è abituato ad avere a che fare con un mondo che monetizza pressoché ogni cosa. Sa volta che non sempre il tempo è denaro… Ecco, ora più che mai l’espressione cade a pennello e diventa anche il titolo di un video girato da Francesca Catarci e andato in onda su Geo& Geo.

Quella stella stilizzata rappresenta in maniera molto efficace gli scambi intessuti dai clienti di queste banche: non si tratta mai infatti di un rapporto “uno-a-uno” che coinvolge solamente due soggetti per volta in un do ut des biunivoco e vincolato. Si tratta piuttosto di una fitta rete di relazioni che ingarbuglia le vite, le competenze e le esperienze e che si disegna a seconda della domanda e dell’offerta, utilizzando come misura dello scambio non il denaro né altre forme surrogate della moneta, ma semplicemente le ore. E in effetti i soci di queste banche speciali (anziani, giovani, casalinghe, pensionati, esperti informatici, solo per citarne alcuni) mettono a disposizione essenzialmente tempo. Tempo per piccoli lavori non retribuiti e occasionali che, intervenendo nei bisogni quotidiani dei propri iscritti e/o soci, danno l’opportunità di conoscere persone nuove, sentirsi utili, essere aiutati quando se ne ha bisogno e, perché no, risparmiare. Uno degli aspetti più interessanti di queste banche emerge da una rapida scorsa ai registri dei soci: l’offerta è di molto superiore alla domanda. Sembriamo un popolo di egoisti e di individualisti, e il fatto che si sia così propensi a dare ci dovrebbe far riflettere. Da un lato, forse, la generosità e l’altruismo che sembravano smarriti erano soltanto dimenticati, impolverati sono strati di preoccupazioni, diffidenze, disagi. Dall’altro, però, non possiamo non notarlo, è anche vero che siamo così poco abituati a chiedere, a mostrarci vulnerabili, ad avere bisogno dell’aiuto degli altri che ci risulta quasi più facile offrire qualcosa che non ammettere di averne necessità.

Le BDT, Banche del Tempo appunto, si sono diffuse sul territorio italiano dalla metà degli anni ’90 proprio con lo scopo di promuovere un nuovo concetto di solidarietà sociale all’interno di quartieri, città, piccoli centri e luoghi di lavoro, università e scuole, attraverso la circolazione di saperi e abilità. Originariamente non vengono pensate per far fronte a una crisi sociale ed economica, ma come principio di costruzione di legami e di promozione della conciliazione lavoro-famiglia. Nel 1995 viene costituito anche l’osservatorio Tempomat, con sede presso la CGIL nazionale di Roma, con il compito di diffondere la conoscenza delle BdT, raccogliere dati sulle esperienze in atto, accompagnare l’apertura di nuove Banche, organizzare momenti di confronto e di formazione. Quando l’Osservatorio viene chiuso nel 2002 le banche attive sono già 250. Oggi sono più di 400, numero al quale si è arrivati anche grazie alla ripresa della preziosa operazione di raccordo e di sostegno alle Banche territoriali, con la nascita, nel 2007, dell’Associazione Nazionale.

Quali obiettivi dunque per queste “banche senza soldi”?

Primo. Promuovere scambi finalizzati a risolvere problemi pratici, ma anche ad arricchirci culturalmente e ad allargare le nostre relazioni sociali, contribuendo al superamento di condizioni di isolamento, solitudine, emarginazione culturale e sociale.

Secondo. Facilitare la conciliazione casa – lavoro – cura, potenziando il volontariato.

Terzo. Valorizzare competenze e vocazioni che altrimenti rischierebbero di rimanere inespresse sostenendo così percorsi di rafforzamento dell’autostima personale.

Quarto. Organizzare momenti e spazi di incontro, di comunicazione, di scambio intergenerazionale e interculturale.

Quinto. Autofinanziarsi, attraverso le quote associative e partecipando ai mercatini dell’usato di manufatti prodotti dalle BDT stesse.

Prendiamo un esempio su tutti. Cascina Cuccagna a Milano, progetto utile a livello economico, relazionale e di buon vicinato, che recupera all’uso pubblico gli spazi della settecentesca omonima cascina urbana, fin qui cadente e abbandonata, per farne un luogo di incontro e aggregazione, un laboratorio attivo di cultura, un punto di riferimento per la ricerca comune di benessere sociale e di qualità della vita. Un’impresa esemplare sostenuta e finanziata da chi ha a cuore il futuro della città, che ha come principio il fatto che saper fare, e soprattutto saperlo condividere, aiuta lo spirito, le relazioni e, non ultimo, anche il portafoglio! Mette in gioco risorse ed energie che non transitano da uno scambio monetario, ma da un passaggio reciproco di saperi e favori, tempo e auto-aiuto. Le BDT diventano quindi un modo formidabile per rimettere in circolo le emozioni, la fantasia, per far partecipare dal basso i cittadini: una contaminazione, un contagio positivo, un virus. Per la precisione quel virus virtuoso che può finalmente, se non definitivamente, debellare la crisi endemica di un sistema che vacilla in maniera preoccupante e che si riassume sotto un unico nome: individualismo. Un individualismo che è specchio e strumento di un modello di sviluppo alienante e distruttivo, che ci isola e ci fa vivere in un clima destabilizzante e corrosivo. Un sistema in cui chi non possiede beni materiali si ritrova emarginato, vittima di nuove povertà. Siamo abituati a leggere le città come luoghi di scambio di merci. Ma esse sono per lo più terreno di intrecci di gesti, sogni, tempo, emozioni. E le Banche del Tempo hanno il pregio di soddisfare assieme i bisogni materiali e quelli immateriali, entrambi allo stesso modo significativi e urgenti.

Anna Molinari

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