Edilizia civile e urbanistica

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“Non si può pensare un'architettura senza pensare alla gente”. (Richard Rogers)

 

Introduzione

Non troviamo spesso le parole “architettura” e “diritti umani” vicine eppure un forte legame le unisce indissolubilmente: si parla infatti della costruzione di abitazioni e della pianificazione di città e aree urbane destinate ad accogliere la maggior parte della popolazione del globo. La corsa all'urbanizzazione della Terra è inarrestabile. È quindi indispensabile una riflessione sul prezioso ruolo che riveste la progettazione dell’ambiente costruito, sul profondo effetto che ha sulle persone, le loro azioni, i loro diritti, in una parola sulla loro vita. Urbanistica ed edilizia civile hanno una grande responsabilità sociale, politica e ambientale, nei confronti degli individui e della comunità e su cui intervengono.

L’urbanizzazione ha già raggiunto livelli impressionanti, come fotografa il World Urbanization Prospects edito dalle Nazioni Unite. Secondo le previsioni le città continueranno a crescere sempre più: per il 2030 il 60% della popolazione mondiale vivrà nelle città; nel 2050 la percentuale urbanizzata salirà al 70%. Facile comprendere l’influenza diretta sulla quotidianità che rivestono sia l’edilizia civile, l’insieme delle tecniche edilizie e delle conoscenze finalizzate alla progettazione e realizzazione di edifici e costruzioni destinati all'uso civile, sia l’urbanistica, la disciplina che si occupa della pianificazione, risanamento e adattamento funzionale di aggregati urbani già esistenti e la progettazione di nuovi. Quest’ultima, in particolare, focalizzata sullo spazio urbanizzato e la pianificazione delle modificazioni di un’area, per estensione abbraccia anche tutti gli aspetti di tutela, programmatici e normativi dell'assetto territoriale, dell'attività edificatoria e delle infrastrutture.

Dopo la nascita dell’urbanistica come disciplina autonoma nel XIX secolo per organizzare l'impetuosa crescita urbana e i problemi sanitari e di abitazione legati alla rivoluzione industriale, superate le visioni utopistiche delle prime proposte, con gli interventi pratici dalla metà del secolo iniziano a definirsi i temi che saranno alla base dei piani regolatori nel secolo seguente: la gestione dei meccanismi di relazione, sia fisici che economici, tra spazi pubblici e privati; la definizione di meccanismi perequativi; l’equilibrio fra progresso industriale, tutela delle libertà individuali e salvaguardia della natura; riqualificazione di ambiti degradati; localizzazione delle attività funzionali; miglioramento delle condizioni di accessibilità e pianificazione dei sistemi di mobilità; gestione dei processi di urbanistica partecipata della popolazione; previsione e progettazione di scenari di trasformazione urbana che garantiscano un miglioramento della qualità della vita nelle città.

Una pietra miliare nel riconoscimento di un ruolo dell’architettura e dell’urbanistica come strumenti “sociali e politici” è, nel secolo successivo, l'attività del CIAM, il Congres Internationaux d'Architecture Moderne, nato per iniziativa di un gruppo di architetti emergenti fra cui Le Corbusier, Gropius, Berlage e Oud. Questo movimento, dal 1928 al 1959, ha cercato di dare un assetto unitario a esperienze architettoniche affini, tecnicamente e formalmente, nella concezione di un ruolo anche sociale nell'architettura per migliorare la condizione umana attraverso una razionale e funzionale organizzazione degli spazi. A partire da una riflessione sulla standardizzazione degli elementi, l'economia, l'urbanistica e il rapporto Stato-architettura, il quarto congresso del CIAM portò in particolare alla pubblicazione nel 1941 della Carta di Atene (.pdf) e la redazione di canoni per la costruzione di una “città funzionale” secondo una divisione delle sue aree funzionali attraverso cinture verdi con una edilizia residenziale in tipi unici ripetuti, edifici alti e distanti tra loro. Tale documento costituì il riferimento per le progettazioni di carattere urbanistico per molto tempo e ha avuto il merito di sostenere una riflessione sulle responsabilità sociali, politiche ed economiche dell’architettura e dell’urbanistica moderna, pur dimostrandosi inefficace soprattutto in merito all’approccio all’edilizia residenziale sociale e la rigida separazione di aree funzionali urbane oggi superata da nuovi approcci.

L’urbanistica, strumento di controllo del territorio, è anche strumento di tutela di quest’ultimo come bene comune, nel confronto fra interesse pubblico e rendita, in equilibrio fra necessità delle comunità e necessità degli individui. Allo stesso tempo, reinterpretano lo spazio e gli scambi sociali che vi prendono vita, definisce l’essenza e, in un certo senso, il compito stesso della società. In quanto tale, nella sua epoca più moderna, l’urbanistica ha intrattenuto un rapporto costante con il processo di espansione (e regolazione) dei diritti civili, l’estendersi dei diritti sociali ed economici, le politiche pubbliche e di welfare state, in particolar modo con le politiche riguardanti la dimensione residenziale. Oggi questa disciplina è sempre più messa in discussione dal mito del libero mercato e dall’individualismo delle “società dell’opulenza” e, allo stesso tempo, caricata di nuove aspettative connesse ai processi di globalizzazione e constante ridefinizione dei contesti urbani, dei fenomeni contemporanei di insalubrità - in primis le nuove forme di inquinamento - ma anche ai processi di frammentazione ed esclusione sociale, impoverimento, crescita dell'insicurezza e del disagio.

 

Diritto alla casa

Secondo le Nazioni Unite circa 100 milioni di persone nel mondo non hanno un’abitazione in cui vivere e più di un miliardo non è adeguatamente alloggiato. Un “alloggio adeguato” è connesso a un adeguato standard di vita ed è una condizione fondamentale per il godimento di tutti i diritti economici, sociali e culturali, così come sancisce la maggior parte degli strumenti sui diritti umani elaborati dalle Nazioni Unite: dall'articolo 25 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo all’art. 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, dall’art. 14 della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne all’art. 5 del CERD, la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, e così via, fino alla Carta sociale europea (art. 31) e la Convenzione relativa allo status dei rifugiati (art. 21).

Una casa non è solo un tetto sopra la testa, ma il diritto di vivere in sicurezza, pace e dignità. Nelle Osservazioni generali 4 e 7 del Comitato sui diritti economici, sociali e culturali vengono definiti i requisiti per un alloggio adeguato: sicurezza della permanenza, come protezione contro lo sfratto arbitrario, molestie e altre minacce; sostenibilità del canone di locazione; abitabilità, ossia una efficace protezione contro freddo, umido, caldo e altre minacce per la salute o rischi strutturali; non discriminazione nei confronti di tutti i gruppi svantaggiati, quali gli anziani, i bambini, i disabili fisici e mentali, le vittime di catastrofi naturali; adeguata posizione, in aree salubri, e con la garantisca di accesso a servizi sanitari, lavoro, scuole, asili nido e altre strutture sociali; e, infine, adeguatezza culturale, nel rispetto di identità e diversità culturali. Di queste voci dovrebbero tener conto programmi e politiche abitative, che il più delle volte si scontrano con interventi insufficienti, ristrettezze di fondi e logiche di mercato orientate verso altre priorità.

Baraccopoli e bidonvilles, così come quartieri urbani dal tessuto urbano sfilacciato, in Paesi in via di sviluppo come in Paesi industrializzati, mettono in luce le difficoltà di attuazione di queste politiche, quando non il completo fallimento. In questi insediamenti informali e precari vivono oggi milioni di persone senza servizi, sicurezza e tutele, individuali e collettive. Per quanto l’offerta di alloggi sociali sia una prima forma di risposta alle esigenze abitative, le soluzioni a queste realtà non possono trovarsi naturalmente nel solo comparto edilizio. È indispensabile una visione complessiva dell’abitare che dia forma a soluzioni durature. Attraverso standard, regolamenti, servizi, ma anche attraverso una nuova concezione della città e del contesto in cui l’edilizia opera, in balia di meccanismi che tropo spesso trasformano la domanda di abitazione in un investimento.

 

Una questione di salute pubblica

Il rapporto tra sviluppo urbanistico e benessere ambientale è sostenuto con forza dall'Organizzazione mondiale della Sanità: "una città sana offre e costruisce ambienti fisici che contribuiscono alla salute, allo svago e al benessere, alla sicurezza, all'interazione sociale, alla mobilità facile". In questa direzione è nato nel 1986 il Programma Healthy Cities, un network di città "virtuose" che fanno della progettazione "sana" un pilastro dell'amministrazione pubblica in attuazione del concetto di salute proposto nell’atto di costituzione dell’OMS, poi ripreso dalla Carta di Ottawa: la salute è “una condizione di completo benessere - fisico, sociale e mentale - e non solo l’assenza di malattia” a cui concorrono, insieme ai fattori genetici, fattori economici, sociali e ambientali.

È quindi partito l’intervento Healthy Urban Planning per lo sviluppo di principi e pratiche di pianificazione urbana per una città sana che annovera: equità, sostenibilità, cooperazione intersettoriale, coinvolgimento della comunità, azione internazionale e solidarietà. Sulle differenti scale di quartieri, abitazioni e spazi intermedi, ne esce un approccio, a cavallo tra politiche sociali, politiche urbanistiche e progettazione architettonica, che pone al centro della progettazione l’adattamento reciproco delle persone con il contesto (fisico e sociale). Questa profonda ridefinizione del concetto di salute pubblica - da un modello sanitario settoriale a una dimensione di benessere sociale multidimensionale - sprona a una ridefinizione delle politiche urbane e, quindi, della progettazione urbanistica, verso migliori condizioni di abitabilità, vivibilità e ospitalità delle città. Medici, architetti e urbanisti devono cioè focalizzare la propria attenzione su un orientamento “saluto genico” degli ambienti urbani, abitativi e infrastrutturali, un “disegno urbano” che sappia dare una cittadinanza e un significato alle nuove aree urbane.

 

Architettura e progettazione urbana sostenibile

La crisi energetica dell’ultimo decennio e la rinnovata coscienza ambientale ed ecologica connessa hanno messo in luce le significative ricadute ambientali legate all’edilizia civile e all’urbanistica. Questa sensibilità ha portato alla maturazione di un nuovo approccio alla costruzione e all’abitare, che tiene conto degli aspetti ambientali all’atto del costruire e delle sue conseguenze sulla salute degli abitanti e sul territorio circostante attraverso una serie di principi di eco-compatibilità e sviluppo sostenibile, per il contenimento dei consumi energetici e della salvaguardia dell'equilibrio ecologico. In una parola, green architecture: una specializzazione dell'architettura che opera nel rispetto dell'ambiente naturale, privilegiando l'impiego di materiali e di tecniche che consentono il risparmio energetico, non inquinanti e non nocive, senza dover per questo accettare una riduzione dei valori qualitativi ed estetici.

In questo quadro si innestano competenze per le integrazioni di nuove tecniche che sfruttano energie rinnovabili e la climatizzazione, oltreché attraverso lo studio e la sperimentazione di componenti edilizi a tecnologia avanzata. Una nuova impostazione alla costruzione che prende in considerazione l’intero ciclo di vita dell’edificio, sotto il punto di vista energetico, dei materiali utilizzati, della gestione, manutenzione e smaltimento, considerando tutte le sue fasi, dall’estrazione dei materiali, alla messa in opera fino all’eventuale rigenerazione finale.

 

Il suolo pubblico, fra diritto collettivo e speculazione privata

Il suolo e paesaggio, parte di un sistema ecologico e sociale unitario e organico, invece di essere considerato un diritto costituzionale e un bene comune da tutelare è sempre più il luogo della massimizzazione di rendite private, interessi di grandi proprietari e di costruttori, che trovano nella cementificazione dei territori urbani ed extra-urbani, o in grandi opere infrastrutturali, la fonte primaria di guadagno. Il tema della lotta al consumo di suolo è così oggi fra i più importanti e discussi nella definizione della nuova conformazione di città e metropoli, e particolarmente vivo in Italia.

Dal Rapporto Ambiente Italia 2011 di Legambiente, la conferma dei ritmi vertiginosi di consumo di suolo e non solo: sovente le periferie delle nostre principali aree urbane crescono senza un progetto metropolitano e ambientale, di trasporto pubblico e di servizi; mentre nelle aree di maggior pregio, come le coste, una sovrapproduzione di seconde case ha cementificato ampie zone ancora libero, oggi a rischio idrogeologico, abusivamente o con il benestare di piani regolatori.

"Il consumo di suolo - ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - è oggi un indicatore dei problemi del Paese che conta decine di migliaia di appartamenti sfitti. La crescita di questi anni, senza criteri o regole, è tra le ragioni dei periodici problemi di dissesto idrogeologico e tra le cause di congestione e inquinamento delle città, dell’eccessiva emissione di CO2 e della perdita di valore di tanti paesaggi italiani e ha inciso sulla qualità dei territori producendo dispersione e disgregazione sociale. Occorre fare come negli altri paesi europei dove lo si contrasta attraverso precise normative di tutela e con limiti alla crescita urbana, ma anche con la realizzazione di edilizia pubblica per chi ne ha veramente bisogno e interventi di riqualificazione e densificazione urbana, fermando così la speculazione edilizia”. Speculazione che trova proprio nel “condono edilizio” uno strumento abusato per prelevare pochi denari a fronte di sfregi architettonici irreparabili.

 

Fra “diritto alla città” e tutela dallo sviluppo

Dai progetti di rinnovamento urbano e adeguamento infrastrutturale degli anni Cinquanta e Sessanta a oggi, molte comunità hanno pagato un prezzo pesante per lo sviluppo di città e infrastrutture connesse. “Diritto allo sviluppo” e alle opportunità urbane possono avere sfumature sinistre laddove a progettare l’ambiente urbano sono stati valori prettamente economici, come l’aumento della quantità di prodotti e profitti, in un circolo vizioso di consumo di risorse, scollegato dalle reali necessità dei fruitori sul territorio e saldato a bisogni indotti e meccanismi di distribuzione iniqua, sottoutilizzazione e sprechi.
Così facendo si altera profondamente il paesaggio, si distruggono habitat naturali, si lede la salute degli abitanti.
Oggi le comunità in molti contesti subiscono azioni di riprogettazione esterna senza alcuna effettiva partecipazione alla gestione del proprio territorio.

Una evoluzione “costituzionalmente” intrinseca allo sviluppo delle città, “fin dal loro inizio sviluppatesi sotto l’impulso della concentrazione geografica e sociale e dal surplus di capitale”, secondo David Harvey, che interpreta l’urbanizzazione come un fenomeno di classe, dato che il surplus è estratto da qualcuno a vantaggio di qualcun altro. Harvey sviluppa e aggiorna la riflessione imbastita da Henri Lefebvre che in “The Urban Revolution” sostenne il ruolo fondamentale per la sopravvivenza del capitalismo e per la lotta di classe. “Se il lavoro è scarso e i salari elevati, o si induce la disoccupazione tramite innovazioni tecnologiche e attaccando le organizzazioni dei lavoratori, oppure nuove forze fresche vengono cercate nell’immigrazione, nell’esportazione di capitali e nella proletarizzazione di elementi fino ad allora indipendenti. Inoltre i capitalisti devono trovare nuovi mezzi di produzione e nuove risorse, il che genera una pressione crescente sull’ambiente. Se non c’è domanda nel mercato, allora nuovi mercati devono essere trovati attraverso l’espansione del commercio estero, promuovendo nuovi prodotti e stili di vita diversi, creando nuovi strumenti di credito per aumentare il consumo di stati e cittadini privati. Alla fine se proprio nessuna barriera riesce a essere superata, i capitalisti sono incapaci di reinvestire i loro profitti e l’accumulazione è bloccata, ciò li lascia di fronte a una crisi”. In questo quadro secondo il parere di Harvey la città ha svolto un ruolo attivo nel “permettere l’uscita dalla crisi tanto quanto lo è stato la spesa militare nell’assorbire il surplus di capitale”.

Il comparto immobiliare secondo Harvey è stato “ la panacea che ha risolto la crisi della bolla speculativa High Tech dell’ultimo periodo degli anni ’90 e l’espansione urbana americana il principale fattore di stabilità dell’economia mondiale. Lo stesso si può dire per le altre economie in espansione che hanno puntato sulle infrastrutture”. L’assorbimento del surplus tramite la trasformazione urbana ha anche una faccia malvagia, che ovviamente è quella rivolta ai poveri. Per trasformare la città bisogna distruggere l’ambiente e la città precedente e, spesso, l’unico mezzo è l’esproprio, la violenza e la riduzione degli spazi e della porzione di città destinata alla collettività nel nome di una nuova etica individualista che sacrifica il concetto di cittadinanza, contrapponendo la città dei ricchi a quella dei poveri. Una prassi di pianificazione in cui si sono agevolmente insinuati interessi criminali, attraverso pressioni, corruzione, abusivismo, che allontano da ogni forma di esercizio responsabile del governo del territorio.

L’attuale congiuntura di crisi del comparto immobiliare e dell’economia globale mette in luce come questo processo non abbia futuro. È improcrastinabile l’abbandono di un modello di sviluppo fondato su logiche esclusivamente economiche e individualistiche e, anche nella definizione urbana, optare per un processo di sviluppo attento all’equità, alla sostenibilità e all’implementazione del capitale sociale. Solo riappropriandosi del bene comune territorio si potrà recuperare un’idea di futuro.

 

Dalla forma della città alla forma della società

La città è il luogo ove ci spostiamo, abitiamo, cerchiamo lavoro e trascorriamo la maggior parte della nostra vita e, come tale, c'impone di dare forma e tradurre in pratica con più efficacia certi diritti e riconoscere di nuovi. Nella definizione di questo luogo di “democrazia di prossimità”, urbanistica ed edilizia civile possono agevolare la piena espressione di partecipazione al diritto di cittadinanza e dei diritti universali per tutti i cittadini, nella lotta all’esclusione e alla discriminazione. Dalla semplice conformazione di un’abitazione o di un posto di lavoro, al funzionamento di ospedali e scuole, dagli scenari urbani fino ai servizi, le nostre comunità sono il riflesso della nostra società. Attraverso la visione, l’innovazione e la consapevolezza sociale, gli architetti giocano una parte importante nel dare forma non solo a cosa sono le nostre comunità, ma anche cosa possono essere. Ha il potere di guidare il cambiamento, partendo dai numerosi modi in cui definisce lo sviluppo costruttivo e muovendosi verso un miglioramento della società.

Princìpi di equità e democrazia devono guidare queste discipline, responsabili di dare loro una chance di essere realizzati in progetti, programmi e politiche che plasmino l’ambiente costruito e quindi il benessere pubblico. Per ottenere questo l’edilizia, l’architettura e l’urbanistica da sole non bastano. Come indica l’OMS, è indispensabile integrare le politiche e le azioni dei molteplici settori di intervento amministrativo - in particolare urbanistico, ambientale, socio-sanitario - e dei diversi soggetti sociali che operano nella e sulla città: privati, organizzazioni, professionisti, decisori pubblici e mondo accademico.

Le soluzioni per città migliori esistono e sono rappresentate da un mix di strategie e modelli che spaziano da “case passive” a impianti fotovoltaici, spazi a misura d’uomo, verde urbano attrezzato a mobilità alternativa, trasporti pubblici, veicoli elettrici, servizi, senza dimenticare le pari opportunità: «Dobbiamo fare in modo di garantire a bambini, anziani e disabili l'accesso all’attività fisica e alla socialità – dice Simona Arletti, presidente dell’Associazione Rete Città Sane - OMS per l'Italia. In primo luogo tutti gli interventi per prevenire i disagi devono essere valutati non come spesa, ma come risparmio successivo: un atteggiamento tuttora difficile da comprendere per molte amministrazioni, ma che è l'unica strada per il futuro». Forma della città, salute e qualità che vi albergano, sono un risultato sociale e collettivo, esito di una sfida ai territori urbani dalla globalizzazione, dall’esclusione sociale, dalla povertà e multiculturalità: “La città sana è quella che costantemente crea e migliora i contesti fisici e sociali ampliando le risorse della comunità che permettono ai cittadini di aiutarsi a migliorare tutti gli aspetti della vita e a sviluppare al massimo il proprio potenziale”.

 

Bibliografia

- Tosi A.,Case, quartieri, abitanti, politiche, Libreria Clup, Milano, 2004
- Tosi A., Povertà e domanda sociale di casa: la nuova questione abitativa e le categorie delle politiche, in: RPS – Rivista delle Politiche Sociali n. 3/2006, Ediesse, Roma 2006
- Bianchetti C., Urbanistica e sfera pubblica, Donzelli, Roma 2008
- Wheeler S., Planning sustainable and livable cities. In: LeGates RT, Stout F, eds. The City Reader. 2nd ed., Routledge, London 2000
- Wirth L., Urbanism as a way of life. In: LeGates RT, Stout F, eds. The City Reader. 2nd ed., Routledge, London 2000
- Henri Lefebvre, The Urban Revolution, Minneapolis 2003

Documenti di interesse

- Carta Europea dei diritti umani nella città
- World urbanization prospects: the 2009 revision, United Nations, 2010

(Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni)

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Istituzioni e Campagne

Internazionali e nazionali

  • Un-Habitat (United Nations Human Settlements Programm): Il sito contiene numerosi documenti, report e approfondimenti sul tema dell’urbanizzazione.
  • IAI (International Alliance of Inhabitants): è la rete di associazioni di base di abitanti e movimenti sociali territoriali, un movimento interculturale, includente, autonomo, indipendente, autogestionario, solidale e disponibile a coordinarsi con altre organizzazioni simili che perseguono gli stessi fini.
  • DPU (Development Planning Unit): centro inglese specializzato in ricerca, consulenza, training e insegnamento nel campo dello sviluppo urbano, dove promuove l'utilizzo di uno stile di vita sostenibile e l’adozione di policies adeguate a fronteggiare la crescita demografica nelle aree metropolitane.
  • Istituto Nazionale di Urbanistica
  • Architetti senza frontiere
  • Legambiente

Campagne:

 

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