Dove sono i pacifisti... testimonianza dall'Iraq

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Continua la missione in Iraq di Rosita Viola, impegnata a coordinare le azioni umanitarie promosse dall'ICS con il "Tavolo
di Solidarietà con i Popoli dell'Iraq". Da Bassora, ecco la sua terza corrispondenza.

DA BASSORA

TESTIMONIANZA DI ROSITA VIOLA

coordinatrice ICS Consorzio Italiano di Solidarietà

"Salam è l'autista che ci ha accompagnato a Bassora, non ci tornava da quattro anni. Ha corso durante il viaggio per arrivare prima di sera, era teso e timoroso per la sua macchina quasi nuova. Imboscate, furti e saccheggi sono all'ordine del giorno: tutti chiedono sicurezza e salari. L'inflazione è alle stelle e dobbiamo viaggiare con borse di dinari iracheni solo in pezzi da 250 (gli altri tagli sono stati ritirati dopo i furti alla
banca centrale), con la faccia di Saddam che ancora circola.

All'andata abbiamo scelto di percorrere la strada che costeggia il confine iraniano e che segue il corso del Tigri.

Abbiamo incontrato due posti di blocco organizzati da ragazzini con fucile. L'ultimo blocco prima di entrare in città, questa volta insieme ai ragazzini c'erano pure dei soldati inglesi. Nessun problema a parte un passaggio ardito su un ponte bombardato con vista fiume.

Al ritorno abbiamo scelto di risalire passando per la strada più interna, che segue il corso dell'Eufrate attraversando Nasiriya, Samawa, Diwaniya, Babilon.

Questa strada è molto trafficata, convogli militari e posti di blocco americani. A un certo punto la strada è stata chiusa per consentire i movimenti delle truppe. Noi siamo riusciti a passare mostrando un tesserino autoprodotto che ci accredita come organismo umanitario, agli iracheni spettano ore di fila sotto il sole cocente o improbabili deviazioni con la speranza che nel frattempo non decidano di chiudere per motivi di sicurezza altri tratti.

Lungo entrambe le strade tra oasi e deserto, tra villaggi di fango e mattoni, carovane di dromedari e greggi di pecore, ci sono ancora molte carcasse di carri armati, camionette, pezzi di contraerea e tanta povertà.

Alle porte di Bassora ci si presenta uno scenario africano: donne e bambini che attingono acqua da pozzanghere e pozzi. Fermandoci, i bambini, che vivono prevalentemente in strada, ci chiedono acqua e gli regaliamo le poche bottiglie che ci siamo portati per il viaggio. Ci parlano in inglese, per loro siamo tutti americani, solo dopo qualche battuta capiscono che siamo italiani e snocciolano nomi di calciatori.

Uomini e bambini guardano con curiosità Annalisa che porta i capelli cortissimi; le donne irachene portano i capelli lunghi, e molte il velo. A me e ad Annalisa è capitato spesso da quando siamo arrivate in Giordania fino in Iraq di sentirci inibite rispetto al nostro vestiario, al nostro comportamento: non abbiamo messo il velo, ma tutte le volte che usciamo ci
guardiamo: le maniche sono troppo corte? La camicia è trasparente? Ci sediamo davanti o dietro quando saliamo in macchina? Viene spontaneo stringere la mano, ma agli uomini non si può. E' sempre meglio farsi accompagnare da un uomo, non entrare in un locale da sola, non fumare all'aperto, non servire e non mangiare con la mano sinistra⅀..

E' venerdì, qui è festa, ma riusciamo ad incontrare l'infermiera
responsabile del dispensario Sindbad dove si sta riavviando il progetto di integrazione alimentare per i bambini malnutriti a causa delle malattie gastrointestinali.

Il dispensario si trova lungo il fiume Shatt al Arab ed è circondato da un piccolo giardino. La struttura non è stata colpita dalla guerra e gli spazi sono ben tenuti, c'è pulito, un ambiente che appare molto medico e forse poco accogliente per i bambini. L'infermiera aspettava da due settimane l'
arrivo di Annalisa e ancor prima il programma di integrazione alimentare. Ci mostra i dati delle visite, il tesserino che viene consegnato ad ogni bambino. Ci sono molti casi recidivi, inoltre anche se sulla scheda di registrazione è previsto un follow up non ci è chiaro se esiste un monitoraggio strutturato e un lavoro con le famiglie.

Ci accordiamo sul da farsi, chiediamo la possibilità di rimanere al dispensario per monitorare il numero dei bambini (circa 15-20 visite per giorno, il dispensario lavora dalle 8.30 alle 13.30), per parlare con le mamme e raccogliere un po' di informazioni. Suarta ci aiuta anche a trovare un assistente-interprete che possa affiancare Annalisa nel lavoro a Bassora.

In tarda mattinata incontriamo il vescovo caldeo, casualmente arriva anche quello di Bagdad in visita a Bassora, sono in contatto stretto con il Vaticano e anche con i vertici della coalizione e delle Nazioni Unite.

Esprimono il loro dissenso alla guerra e all'occupazione. Ci descrivono la situazione della minoranza in città. Si lamentano dell'intervento di un'organizzazione internazionale che ha mandato autonomamente aiuti solo alle famiglie cristiane incrinando i difficili equilibri con i leader islamici. Il vescovo è intervenuto acquistando cibo e distribuendo medicine anche per i musulmani. Cercano di mantenere il dialogo tra le due religioni ma non è semplice: i negozi di alcolici e ristoranti gestiti prevalentemente da cristiani sono chiusi e alcuni sono stati incendiati.

Si sentono ancora spari ed esplosioni ma la città sembra più sicura, ci sono persone per strada anche la sera dopo le otto.

Sabato visitiamo l'ospedale pediatrico, il Dipartimento della Salute e due ospedali generali uno a Bassora e l'altro ad Abu Gazib (15 km fuori Bassora, area di maggiore provenienza dei bambini seguiti da dispensario in base ai primi dati sulle visite analizzati da Annalisa).

L'ospedale pediatrico è in discrete condizioni anche se manca di attrezzature e di manutenzione. Non c'è l'aria condizionata e il caldo è asfissiante.

Sono in aumento i casi di bambini nati prematuri a causa dello stress provocato dalla guerra ma solo 3 incubatrici su 9 funzionano. L'ossigeno e l'acqua anche qui sono un problema.

Visitiamo il reparto per i bambini colpiti da tumori e leucemia: non posso descrivere quello che ho visto. La dottoressa che ci accompagna ci fornisce dei dati, 300 casi dall'inizio dell'anno di bambini colpiti dalla leucemia, l'80% negli ultimi 6 mesi.

La dottoressa è sicura che tutto ciò è dovuto all'uranio impoverito. Dal 1995 i casi sono aumentati del 242%. E' arrabbiata perché gli inglesi hanno promesso aiuti ma a due mesi dalla fine della guerra niente è arrivato. Inoltre si scaglia anche contro gli americani sostenendo che sebbene ora sia
finito l'embargo non le lasciano acquistare i farmaci salvavita perché possono avere un doppio uso ovvero anche per la fabbricazione di armi chimiche. Ci fornisce una lista di farmaci e ci chiede di aiutarla.

Visitiamo anche il Centro per la riabilitazione dei bambini malnutriti. Hanno appena risistemato quattro stanze con il sostegno di Save the Children, manca ancora l'attrezzatura e tanto altro ci forniscono un elenco e con Annalisa cerchiamo di capire come si possa allargare il nostro intervento previsto solo al dispensario. In questo centro vengono riabilitati i bambini gravemente malnutriti.

Nei prossimi giorni incontreremo anche UNICEF qui a Bassora per capire come collaborare e integrare il nostro intervento al programma nazionale per la lotta alla malnutrizione.

Al Dipartimento della Salute incontriamo la responsabile locale per il programma di integrazione alimentare, poi il Direttore Mustafa Abdal Rahnan che ci illustra la situazione delle strutture e della sanità a livello locale. La maggior parte degli ospedali sono stati saccheggiati, i programmi di controllo sanitario interrotti. Ci fornisce dei dati sulla situazione
della diffusione del colera. E' una forma endemica e secondo lui i dati non sono allarmanti, la situazione è peggio per quanto riguarda l'epatite che ha contagiato anche del personale medico.

Il Direttore ci accompagna all'ospedale di Abu Gazib. La zona è molto povera, l'ospedale costruito nel 1956 copre il fabbisogno di 100.000-120.000 abitanti. Acqua, ossigeno, generatori, refrigeratori e aria condizionata, anche qui ci forniscono una lunga lista di necessità. Nell'ospedale lavorano 9 dottori, 12 infermieri e 4 chirurghi. Incontriamo il pediatra che ci
accompagnata nel reparto dedicato ai bambini malnutriti e alle mamme, non è in funzione perché non c'è l'aria condizionata, ci sono solo dei letti sistemati alla meno peggio e un poster per misurare la crescita. Ci racconta che in tre anni di lavoro e di visite il 60% dei bambini presenta una malnutrizione di secondo o terzo livello, il problema è che le mamme
arrivano all'ospedale solo quando il bambino è ammalato e non si accorgono della malnutrizione. Anche qui sono in aumento i casi di cancro che colpiscono i bambini e il cancro al seno è molto diffuso.

Embet'san è la ragazza che accompagnerà Annalisa in questi giorni di permanenza a Bassora. Parla inglese, non è sposata e vive con la sorella divorziata e sua nipote. Ha perso un fratello nella guerra contro l'Iran. L' accompagniamo a casa anche perché le abbiamo chiesto se può ospitare Annalisa stile "bed&breakfast". La casa è spoglia, manca tutto; ci mostra la stanza altrettanto misera ma soprattutto ci tiene a raccontarci che sua sorella è insegnante e che recentemente è arrivato un iraniano che con la forza ha cacciato tutti i direttori e alcuni insegnanti. Ci scrive nome cognome e ci chiede di intervenire.

Le Nazioni Unite qui sembrano più attive. Hanno finanziato la pulizia delle strade, la rimozione delle macerie coinvolgendo le persone di Bassora; UNICEF distribuisce acqua potabile e il Programma Alimentare cibo e beni di prima necessità. Visitiamo la sede UN di Bassora e sfruttiamo l'internet point per scaricare la posta.

Quando usciamo un ragazzo mi da un volantino con scritto: UN, I want a job e una vignetta satirica. Veniamo circondati dai bambini, scattiamo qualche foto al fiume Shatt al Arab che segnava il confine con l'Iran. La statua di un generale della guerra passata indica la direzione verso l'Iran, sullo sfondo lo yacht bombardato di Saddam, dietro di noi l'hotel Sheraton
distrutto e lungo il fiume tanti barconi arrugginiti.

Partiamo da Bassora lasciando Annalisa al dispensario. Dopo sei ore di viaggio siamo di nuovo a Bagdad.

Sarà la fatica e la stanchezza del ritorno, ma affiora quel senso di impotenza che ogni tanto mi prende, poi passa, non potrei e non saprei essere altrove.

Qui non ci sono gli stessi volti che ho incontrato nelle piazze e in mesi di manifestazioni contro la guerra.

Ci districhiamo tra iperprofessionisti della cooperazione con macchine e mezzi, tra progetti e appalti assegnati mesi fa a Bruxelles o New York, tra militari e Nazioni Unite: le ambiguità degli aiuti umanitari, direbbe il nostro presidente.

Mi piace pensare che più di 2 milioni di persone che hanno manifestato contro la guerra stanno in Italia e noi li aspettiamo qui a Bagdad⅀ ci sono tanti fronti aperti, ci giungono le notizie di Evian, della Carovana di Ya Basta che abbiamo aspettato. L'importante è continuare..."

Rosita Viola

Bassora-Bagdad, 11 Giugno 2003

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