Dopo la bufera di Cancun, per un'economia di giustizia

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Il fallimento della Conferenza ministeriale di Cancun è ormai stato digerito dai mass-media, rapidissimi nel fagocitare le notizie. C'è un fatto inequivocabile che ha colpito tutti gli osservatori: la modalità del fallimento di questo vertice. Era facilissimo attendersi un mancato accordo sui punti ostici dell'agenda di Doha, ma nessuno si aspettava che il vertice finisse così, senza maratone finali, senza alcun tentativo estremo di salvare la faccia bloccando le lancette dell'orologio
sulle 23, come di solito si fa nelle ministeriali WTO. Un eventuale fallimento era stato "preparato" dagli stessi funzionari di Ginevra che negli ultimi mesi avevano spiegato che la conferenza non doveva concordare alcuna solenne dichiarazione ma solo fare il punto sui negoziati in corso e pertanto poteva permettersi di non trovare un accordo su tutti i punti, sarebbe bastato stabilire nuove scadenze intermedie, ridefinendo il calendario complessivo del Doha round. Ma così non è stato e il comportamento del ministro messicano Derbez, padrone di casa della conferenza, ha fatto avanzare qualche sospetto di suggerimenti esterni alle scelte effettuate nella conduzione dei lavori della conferenza.

L'agricoltura
Fra le diverse letture che si possono fare su Cancun mi sembra comunque rilevante far notare che analizzando le prese di posizioni precedenti il vertice balzava subito all'occhio che l'agricoltura sarebbe stata il cuore del vertice e che tutti i vari blocchi in cui si raggruppano i paesi del sud del mondo erano schierati con le armi puntate sui sussidi made in UE, USA e
Giappone. Balzava anche subito all'occhio che questi ultimi non avevano alcuna reale intenzione di cedere; l'UE è reduce dall'accordo per la riforma della PAC e in attesa dell'adesione dei nuovi paesi, pertanto non ridurrà prima del 2006 i suoi sussidi; in USA l'amministrazione Bush con le elezioni alle porte
(nel 2004), non ha alcuna intenzione di inimicarsi le lobby agroalimentari tagliando i fondi recentemente rimpinguati con la Farm Bill. Il dubbio pre vertice era dunque uno solo: i PVS alla fine di una estenuante maratona chineranno la testa accontentandosi di un piatto di lenticchie ?
Oppure resisteranno ad assalti e ricatti dicendo di no ?
E' questa seconda opzione ad essersi verificata a Cancun in modo clamoroso, facendo fare una ben magra figura a Zoellick e Lamy, il quale ha accusato il WTO di essere una istituzione medioevale senza accorgersi che forse ad essere medioevale è proprio lui, rimasto con una idea di conduzione del negoziato che poteva valere nel passato ma ora non più.

Africa e cotone
Questione sottovalutata è stata poi quella dei sussidi al cotone. Il 10 giugno 2003 Blaise Campoare, presidente del Burkina Faso, non si era presentato a Ginevra, al Consiglio Generale del WTO, per una visita di cortesia, ma perché davvero stremato dalle ingiustizie dei sussidi americani.
Aveva chiesto l'applicazione delle regole del libero mercato, ricordando che in Africa Centrale ed Occidentale oltre 13 milioni di persone vivevano della coltura del cotone.
L'Africa considerava importante la richiesta di Mali, Chad, Benin e Burkina Faso di affrontare il problema dei sussidi (soprattutto americani) che danneggiano pesantemente i loro agricoltori e dopo i primi giorni del vertice in cui quasi tutti i paesi si erano mostrati ben orientati a prendere qualche provvedimento e dopo che lo stesso direttore generale del
WTO si era preso l'incarico di presiedere un gruppo specifico che lavorasse sul tema, si aspettavano positive novità dalla bozza di dichiarazione diffusa sabato 13 da Derbez.
Queste speranze sono crollate miseramente di fronte a tale bozza, assolutamente vergognosa in questa parte. Ai Paesi Africani è apparso chiaro che anche da Cancun non avrebbero portato a casa nulla, al massimo le solite briciole, ecco perché di fronte ai new issues la loro posizione è dievntata
intransigente.
Questo ruolo dei piccoli paesi e' stata un'altra delle cose trascurate dalle diplomazie occidentali.
A Cancun per la prima volta il WTO ha agito in maniera multilaterale, rispettando il metodo del consenso ed è ridicolo che Lamy e soci si siano subito lamentati che in questo modo il WTO non possa funzionare. Peccato che sino ad ora la struttura medioevale sia servita egregiamente ai loro scopi e
sia stata utilizzata in tutti i precedenti vertici.

L'Europa e noi
Da Cancun, l'Europa torna piuttosto abbacchiata. Lamy sperava di concludere la sua ultima ministeriale bissando il successo di Doha, ma l'ostinazione sui new issues gli è stata fatale. E' comunque importante che alla fine sia stato lui a chiedere al Comitato 133 di poter cambiare il mandato negoziale stabilito dal consiglio europeo per poter scaricare due new issues (poi tre). Rimane il dubbio se questa mossa finale fosse premeditata, sperando come nelle precedenti ministeriali in una prosecuzione ad oltranza dei negoziati, o se sia stata una scelta dettata dalla sensazione che i giochi
stessero mettendosi male e che qualcuno lo volesse caricare della responsabilità di aver fatto fallire il vertice.
Riguardo ai nostri ministri Urso e Alemanno, la sensazione è di totale inadeguatezza rispetto alla complessità dei negoziati. Credevano veramente che le indicazioni geografiche avevano qualche speranza su un palcoscenico su cui la maggior parte del pianeta intendeva lottare con i denti per ritagliarsi spazi di mercato per dare sopravvivenza ai propri agricoltori ?
Non sono stati sfiorati dal dubbio che la loro legittima preoccupazione per la difesa del nostro prosciutto di Parma andasse inserita in una piattaforma negoziale ben diversa, per avere qualche chance ?

Ed ora ?
Molti commentatori hanno accusato ONG e movimenti di aver festeggiato per nulla e di non aver capito che proprio i PVS siano da annoverare fra i principali perdenti di Cancun. La realtà, come sopra espresso, è che ai blocchi di partenza della ministeriale i paesi occidentali non avevano alcuna intenzione di cedere (se non marginalmente), sul tema agricolo e con
questa premessa i paesi africani, in primis, non avevano nulla da perdere dal dire di no. Anzi il loro no era ed è il primo passo per imboccare un cambiamento di relazioni a beneficio delle loro economie. E' ovvio che il fallimento di Cancun non abbia risolto alcun loro problema, è però la premessa di un nuovo scenario. Gli Stati Uniti, ancor prima della fine del vertice, hanno minacciato i recalcitranti paesi in via di sviluppo di agire d'ora in avanti per vie bilaterali, vie che conducono ad accordi molto più "spinti" degli accordi WTO. Questa strada non è certo nuova per l'amministrazione americana, gli accordi con Cile e Singapore sono solo gli ultimi negoziati negli anni
recenti. Diversamente l'Unione europea non avvia negoziati bilaterali e regionali dal 1999 e Lamy ha paventato la possibilità che visto l'esito di Cancun, l'Europa cambi strategia. Sarà comunque il suo successore a decidere questo, difficilmente la Commissione Europea in questa ultima fase del suo mandato imboccherà la strada di radicali modifiche in questo settore. Interessante che l'Unione Africana non sia stata da meno in quanto ad annunci, arrivando a chiedersi se convenga ancora ai paesi africani rimanere nel WTO.
Per capire il futuro sarà illuminante l'esito del vertice di novembre, a Miami, dove si dovrebbe rilanciare il negoziato per la nascita (nel 2005) dell'area di libero commercio delle americhe. Sarà un fondamentale banco di prova per comprendere se Cancun è stato un inizio o solo un momento isolato di presa di coscienza dei PVS. Le premesse sono incoraggianti visto che Celso Morin, ministro per il commercio brasiliano, sul Financial Times del 23 settembre, annunciava che dall'accordo (ALCA o FTAA) "regole sui servizi, investimenti e proprietà intellettuali" dovranno essere rimosse. Se a Miami il Brasile e gli altri paesi latino americani presenti nel G-21 manterranno la posizione di Cancun, sarà il segno che un mondo diverso è davvero in costruzione.

Il futuro dell'agenda di Doha
Cosa cambia ufficialmente ora per i negoziati in corso a Ginevra ? Ufficialmente la dichiarazione finale di Cancun "riafferma" il contenuto dell'Agenda di Doha, per cui preso alla lettera, significa che la dichiarazione di Doha rimane valida e con essa tutti i temi del negoziato, anche se i tempi risultano tutti da ridefinire.
L'unica data certa è quella del 15 dicembre, quando a Ginevra si riunirà il Consiglio generale per provare a delineare un piano per rimettere sui binari il Doha Round.
Ufficialmente i negoziati su agricoltura e servizi dovrebbero proseguire visto che questi due temi godono di una corsia negoziale autonoma avviata nel 2000 per effetto di una scadenza codificata all'interno dei due accordi.
E' innegabile però che la prosecuzione dei negoziati dipenderà dalla volontà politica che i paesi membri del WTO mostreranno di avere nei prossimi mesi. Relativamente ai servizi qualcuno si è stupito che a Cancun siano finiti nel dimenticatoio, ma occorre ricordare che l'agricoltura era l'obiettivo primario della maggioranza dei paesi del WTO, non solo, il GATS è un accordo
strutturalmente molto diverso che non prevede che tutti i paesi
liberalizzino gli stessi servizi, perciò anche il loro negoziato è diverso ed avviene, dopo lo scambio di richieste/offerte, in via bilaterale. Solo alla fine il principio di nazione più favorita ribalterà a livello multilaterale i risultati dei "singoli" accordi. Pertanto uno scontro frontale come quello sull'agricoltura sarebbe comunque stato impossibile.

Cambogia e Nepal
Cancun ha anche ufficializzato l'allargamento dell'organizzazione a due nuovi paesi: Nepal e Cambogia. Questa notizia è passata in secondo piano ma è importante notare una cosa relativamente all'accesso di quest'ultimo
paese.
La Cambogia ha sottoscritto un pacchetto di riforme davvero "pesante"; il prezzo pagato per entrare nel WTO è molto alto soprattutto se paragonato al suo livello di sviluppo.
Riguardo all'agricoltura, la Cambogia ha firmato l'impegno di cancellare totalmente i sussidi all'esportazione e di non farne più uso in futuro ! Cioè quello che USA ed UE non si sognano minimamente di fare. Gli USA le hanno imposto di applicare integralmente le regole del TRIPS (l'accordo sulle proprietà intellettuali) entro il 2006, quando a Doha, due anni orsono, il WTO decise di estendere di 10 anni questa scadenza per favorire la categoria dei paesi meno sviluppati. Ebbene la Cambogia è il primo paese appartenente a questa categoria che si iscrive al club WTO dopo la sua nascita nel 1995.
Ancora una volta, alla prova dei fatti, la retorica "pro development" dei comunicati ufficiali si è sciolta come neve al sole. Basta forse questo per capire il no del sud del mondo gridato a Cancun.

di Roberto Meregalli dei Beati i Costruttori di Pace - Rete di Lilliput

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