Donald Trump, il populismo a stelle e strisce

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Foto: Il post

Le elezioni dell’8 novembre 2016 eleggeranno il 45º Presidente degli Stati Uniti d'America, successore del democratico Barack Obama che è in carica da otto anni e quindi non ri-candidabile perché ha raggiunto il limite di due mandati previsto dal XXII emendamento della Costituzione statunitense. Nonostante manchi ancora un anno e mezzo al voto, negli Stati Uniti si comincia già a respirare il clima elettorale.

La lunga maratona che porterà al voto di novembre 2016 si è aperta di fatto a inizio agosto, quando si è tenuto il primo dibattito televisivo tra i candidati per le primarie del Partito Repubblicano. Il dibattito è stato ospitato da FOX News, il popolare canale di notizie statunitense. FOX ha deciso di invitare solo dieci tra i diciassette candidati, scegliendo quelli più avanti nei sondaggi nazionali. Il meccanismo ha incoraggiato un po’ tutti i candidati a fare il possibile per salire nei sondaggi facendo tutti il possibile per essere notati. E così Rand Paul si è fatto filmare mentre dava fuoco e affettava con una motosega il codice fiscale; Mike Huckabee ha detto che l’accordo sul nucleare iraniano “porterà gli israeliani fino alla porta del forno”; Ted Cruz ha detto che Obama è uno “sponsor del terrorismo”; e Rick Perry ha sfidato Donald Trump a una gara di trazioni alla sbarra.

L’unico ad essere davvero notato dagli elettori è stato proprio Donald Trump. Noto negli Stati Uniti già da prima dell’inizio delle primarie, il suo atteggiamento eccentrico e la sua enorme ricchezza ne hanno fatto il candidato più discusso. Lui ci ha messo del suo insultando John McCain, senatore Repubblicano e candidato alla presidenza nel 2008: in luglio Trump aveva sostenuto che McCain, che da militare fu catturato e torturato per cinque anni e mezzo nel corso della guerra del Vietnam, non è da considerarsi un eroe di guerra («a me piacciono quelli che non vengono catturati», aveva detto Trump). Il milionario aveva poi risposto alle critiche di un senatore Repubblicano, Lindsey Graham, leggendo ad alta voce il numero di cellulare dello stesso Graham durante un comizio (in tutta risposta Graham aveva diffuso un video in cui distruggeva teatralmente il telefonino). Trump si era quindi recato a far visita al confine tra Stati Uniti e Messico dicendo che sarebbe necessario costruire un muro e che gli immigrati irregolari devono essere deportati. Nel corso del dibattito di agosto, Trump ha alternato offese personali – alludendo, ad esempio, al fatto che la giornalista conduttrice del confronto ce l’avesse con lui a causa delle mestruazioni – ad accuse generalizzate – descrivendo gli emigranti messicani come « persone che hanno un sacco di problemi e che se li portano dietro. Portano droga. Portano il crimine. Sono stupratori. E alcuni, immagino, sono comunque brave persone». Per ora, questa strategia di comunicazione fatta di attacchi e bordate ad alzo zero ha catapultato il milionario in testa agli effimeri sondaggi di questo periodo.

Lo show di Donald Trump sta facendo molto discutere. In un editoriale pubblicato sul Washington Post e ripreso da alcune testate italiane, Anne Applebaum scrive che “Osservando come Donald Trump fa lo spaccone e scherza mentre porta avanti una campagna presidenziale, però, ho iniziato a pensare che forse abbiamo sottovalutato i modi in cui l’odio su internet ha allargato i confini del dibattito politico. Ci diciamo scioccati dal linguaggio di Trump, ma le parole che lui usa sono le stesse parole che troviamo leggendo la maggior parte dei commenti in qualsiasi discussione online sulla politica”. In un altro editoriale molto ripreso dai media il Washington Post ha ricordato che per il partito Repubblicano fu un privilegio avere John McCain come candidato nel 2008, mentre invece a questo giro deve fare i conti con «un uomo il cui principale talento politico è quello di riflettere i peggiori istinti della società americana». Ma secondo il Washington Post, la candidatura di Trump è comunque un’opportunità per rendersi conto di quali possono essere i rischi del populismo, oltre che uno stimolo a essere migliori e più vicini alle esigenze del paese. Anche quattro anni fa i sondaggi furono a tratti guidati da cani sciolti o completi svalvolati come Michele Bachmann ed Herman Cain. Mancano ancora tantissimi dibattiti alla fine di questa campagna e tutto resta da decidersi; nel 2012, Mitt Romney saltò il primo e poi vinse la nomination dopo essere rimasto a lungo dietro nei sondaggi. Anche se c’è chi inizia a dubitarne, l’ascesa di Donald Trump resta, per ora, un fenomeno mediatico: pochi credono che il milionario abbia davvero la possibilità di essere il candidato presidenziale del Partito Repubblicano.

Intanto però le sue uscite stanno palesando le contraddizioni del conservatorismo negli Stati Uniti del ventunesimo secolo. A inizio anno il Partito Repubblicano si era posto l’obiettivo di evitare una replica del 2012, quando l’interminabile competizione delle primarie aveva fatto deragliare il dibattito e ridotto le possibilità di conquista della Presidenza. Nel frattempo, tuttavia, il numero di candidati è cresciuto ancora e il confronto si è ulteriormente radicalizzato. Il Partito è sempre più sfilacciato e in assenza di una visione e di una struttura organizzativa forte i super-finanziatori e i magnati dei media ottengono sempre maggiore influenza. Ad oggi, gli elettori di questo partito sono al 95% bianchi, con un’evidente sovra-rappresentanza di maschi over-50: si tratta, evidentemente, di un partito vecchio e disconnesso dalla realtà demografica del Paese, le cui chance di vittoria nel 2016 risiedono soprattutto nella debolezza del campo avversario e negli enormi finanziamenti che giungono dai privati. L’effimera cavalcata di Donald Trump riflette l’inadeguatezza del Partito Repubblicano e di buona parte del sistema politico dell’America di oggi.

Lorenzo Piccoli

Sono Lorenzo e scrivo per il portale Unimondo.org dal 2012, più o meno da quando mi sono trasferito a Firenze per iniziare un dottorato di ricerca pagato dal Ministero degli Esteri Italiano presso l'Istituto Universitario Europeo. Sono approdato in Toscana dopo esser cresciuto tra Trento e altre città molto pittoresche: studiando ho trascorso un semestre al Trinity College di Dublino in Irlanda, un altro semestre alla University di Victoria in Canada, e poi lavorando ho vissuto per un anno a Bruxelles in Belgio e per qualche mese a Edimburgo in Scozia. Per il mio dottorato mi occupo di cittadinanza e nazionalismo. Provo a trattare gli stessi temi quando scrivo per Unimondo.  

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