Diritti delle donne: dal femminismo al pensiero femminile

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Andare oltre il femminismo – Foto: comunicazionedigenere.wordpress.com

Negli ultimi anni in Italia i diritti femminili, la parità tra i sessi e la violenza sulle donne sono tornati alla ribalta nel discorso pubblico. Per esempio, il 13 febbraio 2011, il movimento Se non ora quando esordisce in Piazza del Popolo a Roma, invitando a superare il modello degradante per la dignità della donna, affermatosi nell’epoca berlusconiana, e la rappresentazione nei media della donna come mero oggetto di scambio sessuale. A far parlare di disuguaglianza tra i sessi è anche la crisi economica, che asfissia un paese già paralizzato dal culto del potere e accende i riflettori su un’occupazione femminile tra le più basse d’Europa e sulla disparità di stipendio tra lavoratori e lavoratrici. Nel 2010, secondo l’ISTAT, 800 mila donne sono state costrette a lasciare il proprio posto a causa dell’arrivo di un figlio. Inoltre, all’opinione pubblica e alle istituzioni in questi mesi è chiesto di prendere coscienza del crescente numero di donne uccise in Italia per mano di uomini, in ragione del loro sesso, e di adottare una nuova parola che identifichi questa categoria di omicidi: “femminicidio”. Termine che fa capolino tra il pubblico italiano nel 2007, con l’uscita nelle sale di “Bordertown”, in cui la coppia Lopez – Banderas indaga sugli omicidi seriali delle donne di Ciudad Juárez, in Messico.

Nella società in cui si è risvegliato il discorso sui diritti delle donne e il superamento delle discriminazioni, la coppia eterosessuale è in crisi: separazioni e divorzi aumentano e sempre meno sono i matrimoni. E’ la stessa società in cui esiste anche l’emergenza dei papà separati, ridotti al lastrico per mantenere le ex mogli e privati del rapporto con i propri figli. Stando all’Eurispes, dei 4 milioni di padri separati l’80 percento non arriva a fine mese. E’ così che molti finiscono col rivolgersi a strutture di carità. Come succede al personaggio impersonato da Giuseppe Fiorello nella fiction Rai “Sarò sempre tuo padre” andata in onda lo scorso novembre.

Perché nel dibattito pubblico questi fenomeni non sono messi in relazione? Siamo in uno scenario da maschi contro femmine e viceversa? Cerchiamo di capirlo insieme a Valentina Peloso Morana, psicologa investigativa, psicoterapeuta e scrittrice, che si occupa da più di venti anni di violenza e dal 2000 di diritti dell’infanzia. E’ autrice di La pandemia dei cervelli pedofili” (Armando Editore), collabora con l’Istituto Psyché di Trieste ed è responsabile del Dipartimento Infanzia e Famiglia di Italia Dei Valori del Friuli Venezia Giulia.

L’esclusione per secoli delle donne dalla sfera pubblica, giustificata da una presunta superiorità dell’uomo sulla donna, ha prodotto strutture sociali, istituzioni e prassi improntate sulle logiche degli uomini. Può spiegare qual è la differenza tra il pensiero maschile e il pensiero femminile e in quali forme si materializzano nella nostra società?

Il pensiero maschile è quello che gestisce la nostra società. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi e si sintetizzano in due concetti: sesso e soldi. Su questo ha costruito molte strutture di potere. Anche le origini del pensiero femminile si perdono nella notte dei tempi. Basti pensare a donne come Maria Maddalena che girava con i capelli sciolti in un’epoca e in un luogo dove le donne portavano il foulard. Ancora oggi lo portano. Ma possiamo andare indietro fino a Ipazia d'Alessandria, la regina Nefertiti e ancora indietro. Si tratta di un pensiero di libertà e condivisione. Perciò trasgressivo al pensiero maschile, che le vuole sottomesse. I maschi da sempre hanno cercato di sopprimere il pensiero femminile, in un’ottica di dominio, in spregio a ciò che dicono le neuroscienze di noi. Gli uomini, diversamente dai maschi, sono esseri completi che cercano la condivisione e non il controllo delle donne. Le femmine, diversamente dalle donne, che sono esseri completi, sono concentrate sui soldi e sul sesso, come i maschi.

Secondo lei il pensiero femminile emerge a sufficienza nel dibattito sui diritti delle donne, in ambito per esempio di occupazione e famiglia, e nel movimento contro la violenza sulle donne?

Assolutamente no. Noi, oggi come ieri, dobbiamo lottare per farci sentire. E oggi ci sono anche uomini che devono lottare per farsi sentire. Noi abbiamo cose da dire in tutti i settori. Ci sono degli spazi dove ce la fai, ma devi sempre lottare. Perché la discriminazione femminile in Italia quasi tutti se la portano sulla pelle e negli sguardi. Per non parlare delle parole. E questo riguarda anche le donne. In tema di occupazione le donne sono messe malissimo, come i giovani, mentre in tema di famiglia c’è uno sbilanciamento scandaloso a loro favore, soprattutto nelle separazioni con figli. Cose che dovrebbero far riflettere. Soprattutto le cosiddette femministe. Contro la violenza sessuale vedo solo tanti movimenti corporei scomposti e tanta ideologia. In sintesi, chiacchiere per arieggiare il palato. Basterebbe cominciare a chiedere un disegno di legge che tolga il termine di sei mesi per la denuncia. Sarebbe un buon inizio.

Riassumendo, per una vera realizzazione dei diritti delle donne c’è bisogno di condivisione tra i sessi, cioè della liberazione del pensiero femminile. Pensiero che però non emerge nelle rivendicazioni delle femministe. Quindi, dovrebbe essere chiaro che dire pensiero femminile non equivale a dire pensiero femminista, così come difendere i diritti delle donne e l’uguaglianza tra i sessi non vuol dire essere femministe. Potrebbe fornire un esempio di come l’applicazione del pensiero femminile nella nostra società può fare la differenza?

Il pensiero femminile in Italia e nel mondo non ha niente a che vedere con il cosiddetto pensiero femminista. Ci sono i punti di riferimento del passato a indicarcelo. Le cosiddette femministe sono femmine, perlopiù lesbiche nell’ombra, che trovano il loro corrispettivo violento opposto nei maschi e, infatti, con questi si scontrano. Il loro è un pensiero di contrapposizione al pensiero maschile ma nella stessa dinamica. Attaccano i pensieri e le azioni dei maschi proponendo la stessa cosa al femminile. Non propongono qualcosa di totalmente diverso, ma la stessa cosa versione gonnella. No grazie. Cercano di imporre il loro pensiero che è retrogrado e attaccano tutte le donne e tutti gli uomini che propongono un modello di condivisione, usando la rete e i giornali agendo atti compatibili con il cyberstalking, che è una nuova emergenza, praticato sempre più da femmine. Diversamente, il pensiero femminile per esempio nel campo delle separazioni, chiedel’affidamento condiviso come progetto che mette al centro il bambino e restituisce ai genitori il loro diverso e complementare ruolo. Dall’altra parte, il pensiero maschile, supportato dalle gonnelle delle cosiddette, ha prodotto il fenomeno dei papà separati che è un vero e proprio allarme sociale.

In un suo recente intervento a Grado (Gorizia), durante la presentazione dello studio sulle 14 migliori leggi europee per le donne in materia di procreazione, lavoro, famiglia, rappresentanza politica e violenza, condotto dall’associazione francese Choisir la Cause des Femmes e divulgato nel nostro paese da Italia Dei Valori, ha sostenuto che il tempo massimo di sei mesi per denunciare una violenza sessuale è assolutamente inadeguato perché la vittima di uno stupro ha bisogno di molti anni per elaborare il trauma e avere il coraggio di esporsi. Qual è la sua proposta affinché il diritto delle donne di ottenere giustizia sulla violenza subita venga maggiormente tutelato?

Mi sembra necessario togliere i termini di scadenza per fare la denuncia. Bisogna preparare qualcosa di analogo a quello che ha fatto il giudice Falcone per la mafia. La traccia esiste. Ovviamente accompagnato dall’onere della prova scaturito da eventuali indagini successive. Perché bisogna considerare che esistono femmine che gli stupri se li inventano, come inventano gravidanze e cose simili. Deve essere fatta una valutazione del danno degna dello shock procurato e un risarcimento corrispondente ai problemi causati. E devono essere aumentate le pene, che devono essere certe.

Nell’incontro di Grado ha detto che la violenza non ha genere. È un’affermazione in controtendenza rispetto al discorso che negli ultimi anni viene proposto con forza all’opinione pubblica, sulla violenza sulle donne e il femminicidio, cioè l’insieme di violenze (non solo fisiche ma anche psicologiche) che annientano l’identità della donna, nei casi più gravi, fino alla morte. Presumo la sua posizione si ricolleghi a studi fuori dal coro come quelli di Murray Straus, il quale sostiene che all’interno di una coppia c’è una certa simmetria di genere nella perpetrazione della violenza. Inoltre, posso immaginare che lei si rifaccia anche all’esperienza di psicologa investigativa in cui ha incontrato madri che abusano dei propri figli. Qual è dunque il vero problema da centrare?

Il problema da centrare è realizzare che l’Italia è oltre il pensiero di genere. Il dottor Murray Straus dice una cosa che la vera comunità scientifica conosce da tempo e cioè che il mondo è intriso di violenza di tutti i tipi, dunque anche le famiglie italiane. Lavorando anche nel settore civile, lo vedo continuamente. Una vista fastidiosa. I maschi sono più fisici, le femmine più cerebrali. Ma ci sono anche femmine che menano e maschi che le prendono di nascosto e non denunciano perché si vergognano. Poi ci sono i bambini violentati, abusati a casa, carcerati in case famiglia si fa per dire, alienati da un genitore che gli impedisce di vedere l’altro, rapiti, uccisi. Mi pare chiaro che la violenza non ha genere. Solo chi porta i paraocchi come i cavalli da tiro non lo vede e parla di omicidi di donne come se esistesse “solo” questo. Usano un termine che ha senso nei paesi stranieri dove è nato, ma non in Italia, dove abbiamo avuto negli settanta e ottanta un movimento femminile che ha portato tante conquiste come l’aborto e i consultori familiari. Noi dobbiamo proseguire, non arretrare. La violenza è tutta brutta ma solo guardandola in faccia la possiamo eliminare.

Daniela Bandelli

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