Dipendenza: una malattia, non una scelta

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Stereotipi e pregiudizi sono numerosi quando si parla di dipendenze. Spesso si attribuisce la “colpa” agli individui: se la persona si sforzasse un po' di più, se fosse un po' più determinata, cambiare sarebbe facile. Se non lo fa è perché alla fine non lo vuole davvero. Oppure si parla di scelta: è la persona che sceglie di fare o non fare determinate cose. Se cerchiamo di interrompere questi comportamenti non stiamo forse mancando di rispetto alla scelta che hanno fatto queste persone? 

Si fatica a vedere le dipendenze per quello che sono – vere e proprie patologie, nella maggior parte dei casi riconosciute anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). È lo studio dello psicologo Bruce Alexander, in particolare, ad aiutarci a capirle; una volta si pensava che una persona provasse una determinata sostanza, avesse una sensazione positiva, e quindi continuasse a farne uso. C'è un problema però, perché a livello di società non tutte le persone che provano una determinata sostanza (o sperimentano un dato comportamento) poi ne diventano dipendenti. Gli studi fino a questo punto si basavano su dei topi chiusi in gabbia, che potevano scegliere se bere acqua normale oppure acqua con la cocaina. Alexander allora fa qualcosa di diverso, crea un parco giochi per topi con palline, cibi diversi, piccoli tunnel. I topi sono in relazione tra di loro, e possono fare quello che vogliono; anche qui, ci sono i due tipi di acqua: con e senza cocaina. Mentre nel primo caso la stragrande maggioranza dei topolini sceglieva l'acqua con la droga, nel secondo invece era una percentuale bassa a sviluppare una dipendenza. Questo riportato alla nostra società è attinente perché non tutte le persone che bevono alcolici poi diventano alcolisti, così come non tutte le persone che provano il gioco d'azzardo sviluppano la dipendenza.

In quale caso un comportamento diventa patologico? Purtroppo viviamo in una società che porta alle dipendenze. Abbiamo l'illusione di poter avere tutto, subito, e a poco prezzo; in questo internet ha dato un grande impulso. Non è un caso che gioco d'azzardo e dipendenza da videogiochi siano le patologie di questi ultimi anni. “Abbiamo una stima tra l'1 e il 3% di persone dipendenti dal gioco d'azzardo in Italia” - riporta Giulia Tomasi, facilitatrice gruppo hikikomori dell'associazione di Auto Mutuo Aiuto di Trento - “in più, si stima che per ogni persona che ha questo problema ce ne siano altre 7 coinvolte tra amici, parenti, e conoscenti; non solo da un punto di vista economico, ma anche emotivo. Se prendiamo il 3% della popolazione e lo moltiplichiamo per 7 ci rendiamo conto della quantità di persone che sono in contatto con il problema del gioco”.

Ed è solo un esempio tra i tanti possibili.

La dipendenza da un comportamento o una sostanza normalmente parte quando all'interno della vita della persona succede qualcosa; ed il sistema che prima reggeva, ora non regge più. Oltre a questo ci deve essere un contesto sociale e familiare che favorisce la dipendenza. È importante segnalare che il legame con la sostanza o il comportamento può essere un qualcosa che è stato tenuto sotto controllo anche per anni, e che si manifesta solo quando c'è un crollo. In quel momento quella determinata sostanza o quel determinato comportamento non fungono più da “ricerca del piacere” (bevo perché ho voglia di un aperitivo) ma da “fuga dal dolore” (bevo perché non voglio più pensare ai problemi che ho a casa): è qui che inizia il germoglio della patologia. I momenti di difficoltà possono essere i più vari: la separazione ma anche la nascita di un figlio, il passaggio dallo studio al mondo del lavoro, la disoccupazione, il pensionamento, un lutto - qualsiasi cosa che contribuisca a ribaltare l'ordine naturale.

Il ruolo svolto dalle famiglie è fondamentale: è molto più facile che la dipendenza parta se alla base c'è un contesto familiare che ne favorisce un avvicinamento. Questo vale sia per la famiglia che è disfunzionale in sé ma anche per quella che in qualche modo normalizza il comportamento dipendente. Se il nonno beveva o il papà giocava d'azzardo è molto più facile che venga sdoganato il tabù e quindi che ci sia un avvicinamento. Naturalmente il contesto favorisce ma non causa la dipendenza: due fratelli non sono mai uguali anzi, molto spesso c'è il figlio con la dipendenza ed il figlio che invece ha un comportamento quasi perfetto - sono comunque io a scegliere come reagire al contesto. Naturalmente però se vivo in una società ed in una famiglia che mi favorisce la dipendenza ed io di mio sono una persona più predisposta, allora sarà molto più facile che la dipendeza parta in un momento di crisi. Nell'ultimo periodo si sta attribuendo una grande rilevanza alla prevenzione che è fondamentale ma non basta perché nessuno sa come reagirà davanti al dolore. Per questo è fondamentale sdoganare il senso di colpa o di vergogna: momenti di difficoltà nella vita ci saranno sempre, e chiedere aiuto è fondamentale.

Quando si parla di famiglia, è importante sospendere il giudizio ed aiutareperché il dolore colpisce tutti. Il meccanismo della dipendenza fa scattare nella famiglia il meccanismo della co-dipendenza. Questo significa che all'interno della famiglia ci sarà un membro che supplirà a tutto quello che la persona dipendente smette di fare a favore della dipendenza. Ad esempio, se la persona arriva in ritardo al lavoro, la mamma andrà a fornire una giustificazione. Se la persona si indebita, la compagna o il compagno andrà a estinguere i debiti. È un tentativo del familiare di arginare i danni; tuttavia se i danni non arrivano mai la persona continuerà nel suo comportamento.

Questo poi riporta a delle dinamiche ancora più viziose, perché si crea il triangolo vittima - carnefice - salvatore. La vittima è fissa ed è sia il dipendente che il co-dipendente. Come dipendente, ho un carnefice e un salvatore che in entrambi i casi è il familiare che prova ad aiutarmi (magari su mia richiesta). Dopo aver aiutato il dipendente, il co-dipendente si aspetta qualcosa in cambio. Quando questo non si verifica, e il dipendete continua a bere o a giocare, da salvatore quella persona diventa carnefice. Il co-dipendente vivrà il dipendente allo stesso modo; per cui o la vittima è il poverino che non ce la fa, oppure la persona che fa apposta a farmi stare male .In entrambi i casi le vite si annullano: nel caso del dipendente, per la la sostanza o il comportamento; nel caso del co-dipendente, per “aiutare” il dipendente.

“Questa è una dinamica standard” conferma Giulia - “non è un caso che la scuola di pensiero principale per la cura delle dipendenze sia la sistemico-relazionale come non è un caso che i trattamenti di eccellenza siano sia la terapia individuale che il percorso di gruppo, che è consigliato sempre anche al familiare. Questo anche se non vuoi, perché magari pensi è lui che beve, è lui il problema. Perché devo andare io agli incontri quando magari neanche lui ci va?. Ma così facendo poi ci si rimpalla la responsabilità e si finisce con il restare fermi. Ammettere di avere un problema di riflesso è difficile come ammettere di avere un problema. Devo accettare la mia responsabilità, e non è facile.” 

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

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