Depressi dal clima

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Foto: Unsplash.com

Sono molte le manifestazioni emotive sottovalutate. A volte lo sono anche dai medici di famiglia o dai pediatri, tra i primi interlocutori dei nostri malesseri all’esterno della famiglia. Si tende ad aspettare, vedere come va, magari passa. Qualche esame generico, poca tendenza ad approfondire, scavare, guardare oltre i sintomi e cercare le radici di quel non stare bene che spesso porta con sé parecchi taciuti.

Una delle questioni che non sono ancora prese davvero sul serio – anche perché probabilmente di non facile diagnosi – è la cosiddetta eco-ansia, un problema che pesa sulle nuove generazioni senza troppi strumenti a disposizione per affrontarlo.

L’eco-ansia definisce quello stato di angoscia cronica legato alla paura di un tragico destino per l’ambiente naturale: la crisi climatica sta chiedendo il saldo della sua parcella alla salute mentale dei bambini e degli adolescenti, con il grosso rischio di essere sottostimata e di protrarre i danni sul lungo periodo.

Lo sostengono esperti del settore come la dottoressa Mala Rao e il dottor Richard Powell, ricercatori dell’Imperial College di Londra – Dipartimento delle cure primarie e della salute pubblica, che hanno pubblicato un intervento sul British Medical Journal dove affermano che l’eco-ansia “rischia di esacerbare le ineguaglianze sanitarie e sociali che già esistono tra chi è più vulnerabile agli impatti psicologici e chi lo è meno” e che risultano ancora inesplorati e non quantificati.

Un impatto che, per la fascia d’età su cui incide, è particolarmente sproporzionato rispetto alla capacità di reazione e rischia di causare complessi effetti psicologici, tra l’altro in evidente aumento. Lo evidenzia un sondaggio effettuato ancora nel 2020 tra un campione di psichiatri dell’infanzia, che per oltre la metà dichiarano di avere come pazienti bambini e adolescenti stressati dalla crisi climatica e dallo stato di conservazione ambientale. Una situazione che non è migliorata, come dimostrano dati più recenti che segnalano come, nella fascia 16-25 anni, il peso psicologico della crisi climatica sia profondamente impattante su un enorme numero di giovani nel mondo.

Una sfida che i ricercatori sottopongono ai leader mondiali e ai decisori politici: riconoscere i problemi che abbiamo di fronte, farsi carico del bisogno di agire e di assumere le responsabilità necessarie per delineare per i più giovani non solo un futuro più felice e salutare, ma anche mentalmente più sano. Una presa di posizione che aiuterebbe a rafforzare quella fiducia ormai sfilacciata negli adulti e nelle istituzioni, da cui i giovani si sentono traditi e abbandonati soprattutto nel loro bisogno di risposte e azioni concrete per garantire loro un domani. Per ora quel blah blah blah che risonava tonante nelle parole di Greta Thumberg a Milano per la conferenza Youth4Climate è probabilmente la sintesi tranchant e disillusa dell’opinione corrente tra i più giovani.

Nel 2030, secondo le Nazioni Unite, le emissioni di carbonio aumenteranno del 16% anziché diminuire del 50%, cambio di rotta che dovrebbe essere necessario per mantenere il riscaldamento globale al di sotto del limite, riconosciuto a livello internazionale, di 1,5°C. E se questo è uno dei traguardi richiesti ai decisori politici, cosa si può fare per alleviare lo smarrimento delle nuove generazioni di fronte a quanto sta accadendo? I ricercatori affermano che il modo migliore per accrescere l’ottimismo e la speranza nei giovani affetti da eco-ansia è quello di garantire loro accesso alle informazioni migliori e più affidabili che riguardano adattamento e mitigazione climatica e di rendere fruibili occasioni di connessione con la natura e con l’ambiente, contribuendo a scelte più green a livello personale e unendosi a comunità e gruppi che hanno obiettivi simili e condivisi.

D’altro canto non è solo questione di incentivare stili di vita sostenibili nei ragazzi e nelle ragazze: ridurre le emissioni di gas serra entro il 2050 è anche compito degli adulti, chiamati a modificare le loro insane abitudini per raggiungere con un buon risultato un traguardo comune e, ahinoi, molto vicino. E non parliamo solo di innovazione tecnologica: si tratta di virare su azioni equilibrate di ampio respiro, dal correggere la propria dieta alla riduzione di mezzi inquinanti, giusto per citare due esempi.

E se esistono purtroppo molti modi per gli adulti di deludere i più giovani, alcuni anche involontari o nell’ordine naturale dell’alternarsi delle generazioni, quello di lasciare un mondo peggiore di come lo si è trovato è un atto consapevole e tremendo di negare il futuro nell’egoismo del presente.

Anna Molinari

Giornalista freelance e formatrice, laureata in Scienze filosofiche, collabora con diverse realtà sui temi della comunicazione ambientale. Gestisce il portale www.ecoselvatica.it, progetto indipendente di divulgazione filosofica in natura attraverso laboratori e approfondimenti. È istruttrice Master CSEN di Forest Bathing. A dicembre 2020 è uscito il suo primo libro, Ventodentro. Come redattrice di testata si occupa principalmente di tematiche legate a fauna selvatica, aree protette e tutela del territorio e delle comunità locali.

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