Darfur, dieci anni dopo ancora in cerca di pace

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Il Darfur dipende ancora dagli aiuti – Foto: gfvb.it

“Nei campi per sfollati intorno a Kalma sono arrivati 1500 nuovi profughi in seguito agli scontri tra l’esercito e il Fronte rivoluzionario sudanese (Srf), sono settimane che va avanti così”: a raccontarlo alla MISNA è padre Feliz da Costa Martins, superiore della parrocchia di Nyala, la capitale del sud Darfur, contattato nel giorno del decimo anniversario dell’inizio di un conflitto mai ufficialmente finito e i cui postumi, oggi, contribuiscono alla nascita di nuovi focolai di tensione.

Negli anni tra il 2003 e il 2007, la crisi nel Darfur ha provocato un numero imprecisato di vittime (centinaia di migliaia per le Nazioni Unite, non più di 5000 per il governo sudanese) e circa due milioni di sfollati inclusi 200.000 profughi nel confinante Ciad.

“Le cose sembravano migliorate tra il 2009 e il 2011, poi da un anno a questa parte e soprattutto negli ultimi mesi si è tornato a sparare e a fuggire” dice il missionario comboniano, da anni nella regione occidentale del Sudan, teatro dopo il conflitto di una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

Le tensioni per il controllo della terra e dei pascoli tra gli agricoltori e i pastori nomadi, di etnie africane i primi e arabe i secondi, sono esplose nel febbraio del 2003, quando due gruppi di autodifesa popolare (Sla/m e Jem) si sollevarono in armi contro il governo di Khartoum accusato di trascurare la regione e marginalizzarne la popolazione. Il presidente Omar Hassan al Bashir e le autorità del governo centrale furono inoltre tacciate di appoggiare milizie di predoni arabi «Janjaweed» (diavoli a cavallo, ndr) contro le popolazioni locali per il controllo della terra e dei pascoli.

“Nel corso degli anni la situazione sul terreno si è modificata, sono stati avviati processi di pace che sono miseramente falliti e la gente è stata costretta a cercare riparo nei campi profughi” ricorda padre Da Costa, secondo cui però oggi “anche il conflitto è mutato, trasformandosi in uno scontro su base etnica, alimentato da interessi economici e dalle milizie paramilitari al soldo dei politici locali”.

Dall’inizio di gennaio 2013, secondo stime in circolazione, sarebbero almeno 500 le vittime di scontri tra le comunità rivali Reizegat e Beni Hussein, che si contendono il controllo di un’ampia porzione di territorio nel nord Darfur e della miniera d’oro di Jebel Amir.

“La situazione al nord è peggiore, ma i riflessi dell’instabilità e delle violenze sono ben percepibili in tutto il Darfur. Spostarsi da una zona all’altra è diventato pericoloso a causa della presenza delle «harakat» (movimenti), in alcuni casi gruppi di banditi, in altri milizie al soldo di qualcuno, ma non c’è un controllo territoriale basato su sfere di influenza come negli anni del conflitto. C’è insicurezza e basta” insiste il missionario, per cui gli avvenimenti degli ultimi mesi “gettano nuove ombre sul futuro di questa parte dal paese”.

Due anni fa, nel luglio 2011, l’indipendenza delle regioni meridionali da Khartoum, ottenuta dopo un conflitto ultraventennale, ha inferto un duro colpo anche ai movimenti ribelli dei territori occidentali, la cui agenda vede ora in testa l’abbattimento di un regime più debole ai loro occhi di quanto non fosse mai stato prima. “L’indipendenza di Juba ha reso realtà il sogno dell’emancipazione dal governo centrale. Oggi tutti i movimenti sorti dalla scissione dei gruppi ribelli rivendicano la caduta del presidente al Bashir, un tema fino a pochi anni fa assente dalle loro agende” aggiunge il missionario. Mentre a contribuire alla nuova ondata di violenze nella regione, “è stata la massiccia presenza di armi che, nonostante l’embargo, hanno continuato a circolare sul territorio. E l’illusione da parte della comunità internazionale che la situazione in Darfur si andasse risolvendo. Un errore, alla luce di quanto sta accadendo, che potrebbe rivelarsi fatale”.

Fonte: misna.org

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