Dalla Fiera dell’Est, per due soldi, una cimice asiatica in Italia arrivò…

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Immagini: Ansa.it

Che la biodiversità sia un valore è fuori discussione. Ma quando si tratta di specie aliene, esotiche e dannose per le coltivazioni la questione si complica, sia in termini di gestione delle problematiche che solleva, sia per capire come arginarne la diffusione. Protagonista di uno di questi scenari preoccupanti è per esempio la cimice marmorata asiatica, quell’antipatico insetto di colore grigio che con l’arrivo di temperature più rigide tende a sparire, ma che ancora capita di trovare sui terrazzi, negli orti e nei giardini… e guai a toccarlo o a schiacciarlo, perché sprigiona un odore acre e intenso che impiega ore a dileguarsi! La puzza non è però l’unica controindicazione, anzi è probabilmente uno degli aspetti meno rilevanti. 

Osservata per la volta nel 2012 in Emilia Romagna, e poi segnalata in breve tempo in tutte le regioni italiane, la cimice asiatica (Halyomorpha halys) è di provenienza cinese, giapponese e coreana e proprio a lei è stata dedicata nelle scorse settimane un’audizione presso la XIII Commissione Agricoltura della Camera, in cui ISPRA, Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale, è intervenuto sulle iniziative di contrasto alla diffusione. Specie esotica, si alimenta su molte piante, incluse quelle di interesse agricolo e arboreo, e dal suo arrivo ha provocato in breve tempo pesanti impatti sui frutteti della penisola. La sua caratteristica più critica è l’elevato potenziale demografico che, come reso noto dall’Università di Modena e Reggio Emilia, in Italia consta di due cicli riproduttivi completi: ogni anno produce oltre 200 uova per femmina (numero molto superiore ad altri contesti di presenza) con un tempo di sviluppo degli adulti più rapido che in altri Paesi. Questi, come altri aspetti legati alla fertilità e alla mortalità, sono strettamente correlati alle condizioni climatiche che in Italia sono particolarmente favorevoli, agevolando l’esplosione demografica e quindi aumentando la possibilità di danni alle produzioni agricole.

La cimice è infatti all’origine di conseguenze rilevanti per coltivazioni molto diversificate, anche se il principale impatto è sulla produzione frutticola. Ciò non significa che altre coltivazioni riescano a salvarsi: nei noccioleti del Piemonte si sono registrate perdite oltre il 90% sulla produzione del 2017 e secondo i dati del Centro Servizi Ortofrutticoli per il 2019 sono stimate nel nord Italia perdite complessive superiori ai 250 milioni di euro, che potrebbero arrivare fino ai 350 milioni. I danni si stanno però estendendo anche al centro del Paese, con un progressivo peggioramento anche nelle regioni meridionali. 

Come si intuisce, si tratta di una situazione molto preoccupante, conseguente al fenomeno delle invasioni biologiche. Cosa sono? Sono l’esito del trasporto accidentale o intenzionale, operato dall’uomo, di specie al di fuori del loro areale naturale, fenomeno in forte crescita in tutto il mondo (in Italia 96% in 30 anni): un danno da specie esotiche che ogni anno ammonta a oltre 12 miliardi di euro in Europa.

I dati raccolti a livello nazionale (gestiti appunto da Ispra) e il confronto con quelli di scala globale permettono di individuare i vettori di arrivo delle specie a maggior impatto, fornendo indicazioni sulle più efficaci misure di prevenzione da attivare…. Che al momento, per quanto riguarda le cimici asiatiche, crea parecchie difficoltà alla luce della loro resistenza a molti insetticidi ad ampio spettro (il cui utilizzo è tra l’altro in contrasto con la normativa che regola la lotta integrata nelle coltivazioni biologichee a fronte della mancanza di prodotti selettivi. Tecniche di prevenzione meccanica, pur presentando una buona efficacia se correttamente applicate, sono molto costose e non appaiono risolutive perché difficilmente replicabili su larga scala. Una possibile strada da percorrere, al vaglio dei ricercatori di Istituti come la Fondazione Edmund Mach, è quella del controllo biologico, ovvero dell’utilizzo di insetti che rappresentano per la specie degli antagonisti naturali, come le vespe samurai (Trissolcus japonicus e Trissolcus mitsukurii)… anch’esse però specie aliene, che suppliscono a uno scarso impatto degli antagonisti naturali italiani. E’ un gomitolo da sbrogliare anche da un punto di vista normativo, dove si impone un generale divieto di immissione in natura di agenti esotici, al quale solo recentemente è stata concessa possibilità di deroga in condizioni strettamente controllate.

La situazione resta al momento ingarbugliata e non offre soluzioni semplici, implicando previsioni di rischio non scontate che impongono la necessità di tutelare gli agricoltori e le loro produzioni, senza però minacciare ulteriormente la biodiversità dei territori dove sperimentazioni di questo tipo vengono applicate.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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