Dalla Csr alle società benefit, anche il profit è una buona notizia

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Immagine: Aibi.it

Non intendo occuparmi delle imprese sociali, di attività d’impresa alternative alle tipiche imprese capitalistiche. Vorrei soffermarmi proprio sulle grandi e medie imprese capitalistiche, sulle società, quotate e non, di significative dimensioni per segnalare come anche da qui vengono buone notizie: buone notizie nel senso di un maggior spazio e attenzione ai profili della sostenibilità, della responsabilità sociale, ma anche nel senso di maggior spazio per erogazioni ad attività charities, o comunque non profit. Questa svolta è fondata su novità legislative, ma, e questo è un punto interessante, la “cultura”, le preferenze degli stessi investitori istituzionali (fondi comuni, fondi pensione, istituzioni finanziarie in genere) appaiono sempre più orientate a dare rilievo alle politiche di sostenibilità e di responsabilità sociale per le proprie scelte di investimento. Fino a pochi anni fa tutto ciò era impensabile. L’obiettivo dello sviluppo sostenibile da tema politico che impegna Stati ed organizzazioni internazionali diventa, insomma, anche regola di “buon governo” dell’impresa. 

Ma vediamo quali sono le basi legislative di questo processo, avendo riguardo all’Italia che, peraltro, si allinea a tendenze largamente diffuse in tutti i Paesi economicamente avanzati. In primo luogo, va ricordata la Direttiva comunitaria 95/2014, recepita nella legislazione italiana con il d.lgs. 30 dicembre 2016, sull’informazione non finanziaria. Le società quotate, banche, assicurazioni devono unire al bilancio una relazione che deve informare su come l’impresa operi riguardo ai temi ambientali, sociali, attinenti al personale, relativi al rispetto dei diritti umani, alla lotta contro la corruzione attiva e passiva. Se si impone un obbligo di relazionare su questi temi significa, si osserva, che gli obiettivi sottesi a tali temi sono finalità che la grande impresa deve contemperare con la ricerca del profitto. Alcune legislazioni, come quella inglese, affermano espressamente tale principio. In secondo luogo, va ricordata la comparsa nel nostro ordinamento (anche qui sulla scia di esperienze straniere) delle società benefit.  

La legge di stabilità 2016 contiene infatti alcune disposizioni dedicate a disciplinare e incentivare la costituzione e la diffusione di società che «nell’esercizio di una attività economica, oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni e attività culturali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse». In queste società (già se ne contano più di duecento) il profitto non è eliminato, ma non è l’unico e forse neppure prevalente obiettivo. Le applicazioni di questo istituto sono ancora agli inizi, ma se c’è buona volontà le prospettive sono interessanti. Certo, occorre stare attenti a «strumentalizzazioni e travestimenti» delle classiche finalità spietatamente lucrative. Non è affatto detto tuttavia che questa sia la sorte delle società benefit. Il monitoraggio sociale della loro attività è, a tal fine, essenziale. In terzo luogo ed infine, la disciplina del Terzo settore, sulla quale tanto si discute. Il profilo che, nella prospettiva in esame, più interessa della riforma consiste nel fatto che l’organizzazione di impresa, anche di grande impresa, può essere finalizzata a uno scopo di lucro, senza tuttavia distribuzione del profitto. Il profitto dev’essere destinato ad autofinanziamento di attività che presentano connotati di utilità generale od anche utilizzato per finalità charities.

L’impresa non profit non è più, come per molti anni si riteneva, un’impresa «povera ma bella». Può oggi essere un’impresa che produce ricchezza impiegata per sviluppare ricerca, per creare nuovi servizi o prodotti di utilità generale. Il discorso su quest’avvicinamento tra mondo non profit e il tradizionale mondo delle imprese capitalistiche potrebbe continuare su vari piani. E così si possono ricordare le numerose imprese che creano o sostengono fondazioni con finalità «altruistiche», come pure il caso di imprenditori che preferiscono lasciare a trust o fondazioni la propria impresa con oneri di destinazione di parte dei profitti ad attività altruistiche. Una storia, ripeto, agli inizi, tutta da esplorare, ma da monitorare pure essa come possibile ed auspicabile fonte di buone notizie. 

Piergaetano Marchetti, professore emerito di diritto commerciale, Università Bocconi da Corriere.it

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