Dall’Ispra una nuova conferma, l’allevamento intensivo inquina più di auto e moto

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Foto: Slowfood.it

Arriva l’ennesima conferma. Gli allevamenti intensivi inquinano più di moto e auto. Che il sistema agroindustriale di produzione alimentare fosse una, se non la principale, fonte di emissioni clima alteranti l’abbiamo più volte ribadito. Ciò che forse non era chiaro è la spaventosa fetta percentuale occupata dall’allevamento industriale, rispetto agli altri settori, nella ripartizione dell’impatto ambientale. Questo perché la visione cui abbiamo fatto riferimento fin ora era in realtà una fotografia parziale del quadro più generale e completo. A dircelo il recente studio dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che ha stravolto i dati di riferimento. Considerando non solo più il particolato primario (PM) ma anche quello secondario, ovvero l’inquinamento prodotto dagli allevamenti in Italia passa dall’1,7% al 15,1%, diventando così la seconda fonte di inquinamento totale da polveri.

Cos’è il particolato e perché è tanto importante?

La notizia ci arriva da Dataroom (approfondimento del Corriere della Sera a cura di Milena Gabanelli) che ben spiega che il «PM, dall’inglese Particular Matter, è l’insieme delle sostanze sospese nell’aria che hanno una dimensione fino a 100 micrometri (un micrometro è la millesima parte di un millimetro), considerate gli inquinanti di maggior impatto nelle aree urbane. Si tratta di fibre, particelle carboniose, metalli, silice, inquinanti liquidi e solidi che finiscono in atmosfera per cause naturali o per le attività dell’uomo. […] Le polveri più pericolose sono quelle con diametro inferiore a 10 micrometri, il cosiddetto PM10, il cui 60% è composto da particelle con dimensioni inferiori a 2,5 micrometri. Il PM 2,5 è la frazione più leggera, quella che rimane più a lungo nell’atmosfera prima di cadere al suolo e che noi respiriamo maggiormente. Sono proprio queste particelle a entrare più in profondità nei nostri polmoni, aumentando il rischio di patologie gravi: asma, bronchiti, enfisema, allergie, tumori, problemi cardio-circolatori».

La principale fonte di particolato secondario (PM10), quello che ha fatto la sua comparsa ribaltando i risultati, sarebbe proprio l’allevamento intensivo il quale, insieme al riscaldamento, costituirebbe la causa di ben il 50% dell’inquinamento totale di un anno (2016). Secondo l’Ispra, se questo tipo di allevamenti non diminuisce le emissioni in breve tempo, le conseguenze saranno davvero problematiche. Infatti, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2016 circa 4,2 milioni di persone al mondo sono morte prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico. Mentre in Italia l’Ispra imputa a esso il 7% di tutte le morti per cause naturali, non proprio una cifra irrisoria. Infatti l’Italia si posiziona al secondo posto di questa triste classifica europea, appena dopo la Germania.

È innegabile che si tratti di una vera e propria urgenza. Il problema è che, se per l’inquinamento da auto e moto si possono attuare misure d’emergenza come il blocco dei veicoli, «il settore degli allevamenti non può essere oggetto di misure di emergenza […]. Per intervenire sulla seconda causa di particolato in Italia, secondo Ispra, si deve ricorrere ad «azioni più strutturali». Un intervento  che noi chiediamo da tempo: non può essere tutto demandato ai consumatori (che certo hanno la loro parte) ma un intervento di politica e istituzioni non può essere più rimandato. Non sono solo il presente e il futuro a delineare uno scenario problematico, poiché i dati relativi agli ultimi sedici anni sono altrettanto preoccupanti. L’inquinamento da PM causato dal settore degli allevamenti, oltre a non aver subito alcun miglioramento, è invece aumentato, passando dal 10,2% al 15,1% in sedici anni.

Anche noi abbiamo condotto uno studio che mira a verificare la differenza di impatto tra un allevamento industriale e uno estensivo. Insieme a  Indaco2 (INDicatori Ambientali e CO2), realtà nata come spin-off dell’Università di Siena, abbiamo elaborato l’analisi del ciclo di vita di 6 prodotti dei Presìdi Slow Food e di filiere sostenibili, a confronto con analoghe produzioni industriali scoprendo come queste ultime abbiamo un impatto sull’ambiente (dovuto tra le altre cose alle emissioni clima alteranti) di non poco superiori agli allevamenti dei Presìdi analizzati. Trovate qui tutti i dettagli.

Insomma la soluzione è chiara e non lascia tempo. Dobbiamo invertire la rotta, migliorare le nostre abitudini alimentari, smetterla di esagerare con il consumo di carne, e sceglierla con attenzione da allevamenti sostenibili e che rispettano il benessere degli animali per arrivare alla piena inutilità, e quindi scomparsa, delle fabbriche di carne. Soprattutto, le istituzioni dovrebbero impegnarsi delineando linee guida più severe e attuando controlli degli allevamenti, senza lasciare soli le Regioni e i Comuni nella gestione dell’emergenza.

Desirée Colacino da Slowfood.it

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