Covid-19 e persone senza dimora: l’emergenza ai tempi dell’emergenza

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Foto:  Pixabay.com

Erano fragili e invisibili prima della pandemia, oggi rischiano di essere ancora più soli, vittime due volte dell’emergenza legata alla diffusone del Covid-19 che, oltre che sanitaria, è diventata anche un’emergenza sociale. Sono le persone senza fissa dimora, coloro che non possono “restare a casa” come da decreti governativi, perché una casa non ce l’hanno: circa 51 mila in tutta Italia secondo l’ultimo censimento Istat, con una maggiore concentrazione nelle città di Milano e Roma. Al paradosso si aggiunge la beffa, dato che molti sono stati addirittura multati per non aver giustificato la loro presenza in strada: “È già successo a Milano, Modena, Verona, Siena e in tante altre città – scrive Antonio Mumolo, Presidente Associazione Avvocato di strada, in un appello indirizzato al presidente del Consiglio, ai presidenti delle Regioni e ai sindaci – Siamo a lavoro per chiedere le archiviazioni ma intanto continuiamo a porre la nostra domanda. Come fanno a restare a casa le persone che una casa non ce l’hanno?” Quesito condiviso da moltissime associazioni e realtà che nel nostro paese si occupano di accoglienza e assistenza ai più poveri ed emarginati, e che pure in questi giorni continuano ad adoperarsi per portare aiuto nonostante le oggettive difficoltà, in un contesto già difficile di per sé. 

La fio.PSD, la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora, a inizio marzo ha lanciato un’indagine tra i suoi soci da cui sono emerse tutte le difficoltà che enti e volontariato si trovano ad affrontare in questo nuovo scenario: dall’interruzione di alcuni servizi igienici quali docce e distribuzione di indumenti, lavaggio di vestiti, ambulatori, all’implementazione di altri che però devono fare i conti con un personale spesso ridotto all’osso. Non solo: “Per il 57,5% sono aumentati i costi perché sono aumentate le ore di apertura, i tempi e le modalità di erogazione dei pasti, ma sono diminuiti i volontari. In tempi strettissimi è stato necessario riorganizzare a volte completamente i servizi, cercando di contenere al massimo le frustrazioni e le paure degli operatori e degli ospiti”. La maggior parte sono infatti anziani, donne, uomini, ci sono poi i moltissimi stranieri che a causa dei decreti sicurezza sono finiti per strada. Pur avendo compreso la gravità della situazione e sforzandosi con buona volontà di rispettare le regole, molti hanno comunque difficoltà ad adeguarsi alle norme igieniche di base previste dal DPCM, per non parlare della complessità nel reperire i dispositivi di protezione, perché non ne hanno le possibilità economiche. “Aumenta in loro la paura, specialmente coloro che presentano anche problematiche psichiatriche, aumenta inoltre la diffidenza”. 

Così, la macchina dell’assistenza si arrangia e cerca di trovare soluzioni a una situazione che può facilmente diventare esplosiva. A Roma, ad esempio, l’amministrazione ha esteso l’apertura dei centri previsti dal Piano Freddo da 15 a 24 ore per permettere agli ospiti di restare al chiuso l’intera giornata, ma ovviamente i posti non bastano, e tutti i nuovi ingressi sono bloccati. Le associazioni e gli enti che si occupano di servizi a bassa soglia fanno quello che possono: la Comunità di sant’Egidio, ad esempio, non ha mai smesso di distribuire pasti e beni di prima necessità, e ha trasformato la chiesa di San Callisto, nel quartiere di Trastevere, in rifugio dove le persone senza fissa dimora possono sostare per tutto il giorno. Anche la Caritas ha trasformato le sue strutture di accoglienza notturna in spazi aperti e funzionanti 24 ore. C’è poi Binario 95”, lo spazio di accoglienza presso Stazione Termini, dove oltre ai posti letto è presente anche un Help Center – in cui, tra le altre cose, si supportano le persone prese in carico nella compilazione dell’autocertificazione – vengono distribuiti kit igienici, c’è servizio doccia così come non manca l’offerta di supporto psicologico. E questi non sono che alcuni esempi di un intero settore – quello dei servizi e del volontariato – che si è attivato, ovviamente rimodulando il servizio e adattandolo alla situazione. E quindi: mascherine, guanti, sanificazione continua, ingressi contingentati nei dormitori, mense e docce, spazi modificati per permettere di mantenere le distanze di sicurezza, distribuzione di pasti sigillati da consumare individualmente, informazioni pratiche e monitoraggio della situazione sanitaria. Il risultato è che il numero delle persone che si possono assistere inevitabilmente si riduce, mentre il livello di lavoro per gli operatori e i volontari aumenta. 

Le associazioni non nascondono poi i timori se il virus dovesse entrare nei centri di accoglienza. “Nel caso in cui un solo ospite si ammalasse, tutta la struttura potrebbe essere preclusa e, se messa in quarantena, verrebbe meno il servizio per altre decine di utenti – spiegano da Binario95 – Se il problema si estendesse a livello nazionale tra i servizi di accoglienza, dormitori, ma anche tra mense, sportelli di orientamento e servizi di bassa soglia, il rischio, da scongiurare assolutamente, sarebbe la tentazione di voler chiudere tutto il sistema di supporto alle persone senza dimora riportando in strada almeno 50.000 uomini e donne (stima Istat 2014) che peraltro, avendo scarse risorse per fronteggiare il virus, sarebbero potenziali veicoli di contagio”.

Da qui l’appello alle istituzioni affinché vi sia uno sforzo congiunto tra pubbliche amministrazioni ed enti del terzo settore che si occupano di persone senza dimora. “Informare, proteggere, organizzare, queste le parole d’ordine nelle nostre strutture di accoglienza – afferma Alessandro Radicchi, fondatore del Binario 95 e direttore dell’Osservatorio nazionale della solidarietà nelle stazioni italiane – dobbiamo proteggere le persone senza dimora che ospitiamo e tutelare il lavoro dei nostri operatori. Chiediamo alle istituzioni, comunali in particolare, di non lasciarci soli ed iniziare a pensare da subito alla possibilità di predisporre dei luoghi dedicati alla quarantena di chi una casa non la ha. Guardando al futuro, penso che questa emergenza debba spingerci a rivedere il sistema di accoglienza, ripensando il ruolo dei centri e dando il giusto valore all’estrema responsabilità di cui si fanno carico nel sostenere persone che non hanno altre forme di supporto, come la famiglia”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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