Cosa resta della cooperazione internazionale?

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Foto: iuffp.swiss

La cooperazione internazionale allo sviluppo? Rischia di diventare mera testimonianza. Sarebbe infatti in arrivo una mannaia sui fondi destinati dal governo italiano. Lo hanno denunciato le Ong italiane, che hanno scritto a fine luglio una lettera aperta al Ministro Enzo Moavero Milanesi e alla vice Ministra Emanuela Del Re. C’è da chiedersi che cosa accadrà con la crisi di governo. Staremo a vedere.

Nel nostro paese, quando si parla di cooperazione allo sviluppo c’è ancora tanta confusione, anche perché i mass-media non trattano questo tipo di informazione e la retorica politica di questi ultimi periodi ormai ha distorto la percezione del ruolo delle Ong, costantemente criminalizzate e identificate come enti che si occupano soprattutto dei salvataggi in mare. Non c’è riferimento all’azione di cooperazione allo sviluppo che svolgono. 

Ma che cos’è la cooperazione internazionale allo sviluppo? Tante cose.  Principalmente si tratta di progetti per migliorare le condizioni socio-economiche in aree ancora povere o poco sviluppate. C’è la cooperazione dei governi (bilaterale) e quella dei grandi organismi internazionali come l’ONU (multilaterale). E c’è quella non governativa, promossa dalle Ong e, più recentemente, da Comuni e Regioni. Tutte si confrontano su cosa sia lo sviluppo e su come si possa promuovere efficacemente. Perché ormai sessant’anni di cooperazione internazionale hanno mostrato che gli aiuti, da soli, servono a poco. Per non essere dannosi, vanno accompagnati da un reale radicamento nelle comunità locali. Qui dovrebbero entrare in gioco le Ong, organizzazioni che si occupano di promuovere dei progetti con le popolazioni locali e che, essendo radicate sul territorio, dovrebbero permetterne un allineamento con i bisogni reali. Nel nostro paese la materia è normata dalla legge 125/2014.

Nell’ambito dell’Agenda ONU 2030, l’Italia ha sottoscritto gli obiettivi di sviluppo sostenibile che ci impegnano a raggiungere lo 0,7% nel rapporto tra Aps - aiuto pubblico allo sviluppo (i fondi destinati dal governo alla cooperazione allo sviluppo) e reddito nazionale lordo entro il 2030. Era stato poi fissato anche l’obiettivo intermedio dello 0,3% entro il 2020, che nel 2017 abbiamo raggiunto con tre anni di anticipo.

Qual è la situazione sul piano internazionale? In base agli ultimi dati aggiornati dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), nel 2017 i paesi membri del comitato Dac (Comitato istituito all’interno dell’OCSE per gli aiuti allo sviluppo) hanno destinato all’aiuto pubblico allo sviluppo 147 miliardi di dollari, con un calo dello 0,1% rispetto agli anni precedenti. I paesi dell’Unione Europea considerati collettivamente rappresentano il primo donatore con il 56,8% dell’Aps totale (83,6 miliardi di dollari). Considerando invece singolarmente i paesi, il primo donatore sono gli Stati Uniti con il 23,6% (34 miliardi). Seguono la Germania (16,9%) e il Regno Unito (12,3%).

Il raggiungimento dello 0,3% da parte dell’Italia è un traguardo importante anche se sono molti i paesi sviluppati che fanno meglio di noi. L'Italia si posiziona al tredicesimo posto sotto Irlanda e Finlandia. Alcuni paesi come il Regno Unito e la Danimarca hanno già raggiunto l'obiettivo dello 0,7% mentre Svezia, Lussemburgo e Norvegia lo hanno ampiamente superato arrivando a toccare l'1%.

Inoltre, una parte importante del nostro Aps, è costituita da quello che viene definito dalla confederazione delle ong europee Concord “aiuto gonfiato”: si tratta delle spese per l’accoglienza dei rifugiati nel nostro paese che, conformemente a quanto previsto dall’Ocse, sono conteggiati nell’aiuto pubblico allo sviluppo anche se in realtà non finanziano progetti di contrasto alla povertà nel mondo. 5.203 miliardi di euro sono stati destinati dall'Italia alla cooperazione allo sviluppo nel 2017 di cui il 30,8% è stato destinato alla voce "rifugiati nel paese donatore" (fonte Ocse gennaio 2019)

Come analizza il sito di approfondimento Openpolis, “Dato questo elemento distorsivo dei dati sull'aiuto pubblico allo sviluppo, è utile guardare l'andamento dell'Aps al netto dell'aiuto gonfiato, ovvero quello che può essere definito genuino o puro. Questo è crollato nel 2012 e ha ripreso a crescere in maniera molto graduale tornando sui valori iniziali solo nel 2015. In quegli stessi anni cresceva in maniera molto più sostenuta la spesa italiana per affrontare la crisi migratoria superando, nel 2016, l'Aps puro”.

Eppure, se vogliamo ragionare di aiuto allo sviluppo in termini di riduzione delle migrazioni, consapevoli che il fine della cooperazione allo sviluppo non è quello di impedire le migrazioni, ma quello di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni più povere, andando quindi ad affrontare le cause profonde delle migrazioni forzate che spingono tante persone ad abbandonare la propria casa, l’effetto è rilevante.

Nello studio "L'impatto degli aiuti allo sviluppo sulle migrazioni" a cura dei ricercatori Mauro Lanati e Rainer Thieledel Migration Policy Centre - European University Institute,risulta in modo rilevante che “un aumento dell’aiuto allo sviluppo verso i paesi di origine dei migranti corrisponde a una riduzione delle migrazioni. L’effetto appare particolarmente rilevante quando analizziamo l’aiuto nei cosiddetti “social sectors”, ovvero la sanità e l’istruzione (intervista rilasciata ad Open Polis).

La complessiva disinformazione su questi temi non porta l’opinione pubblica a scandalizzarsi o a protestare per la notizia del probabile taglio dei fondi dedicati alla cooperazione allo sviluppo, anche se si tratta di uno dei fattori cardine nell’affrontare le tematiche globali odierne, che sempre di più incidono sulle condizioni “a casa nostra”.

Lia Curcio

Sono da sempre interessata alle questioni globali, amo viaggiare e conoscere culture diverse, mi appassionano le persone e le loro storie di vita in Italia e nel mondo. Anche per questo, lavoro nella cooperazione internazionale con il ruolo di comunicazione ed ufficio stampa per una Ong italiana. Parallelamente, mi occupo di progettazione in ambito educativo, interculturale e di sviluppo umano. Credo che i media abbiano una grande responsabilità culturale nel fare informazione e per questo ho scelto Unimondo: mi piacerebbe instillare curiosità, intuizioni e domande oltre il racconto, spesso stereotipato, del mondo di oggi.

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