Corte Suprema USA: tra diritto e politica

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I giudici della Corte Suprema USA –Foto: scpr.org

Quella appena trascorsa è stata una settimana storica per la Corte Suprema degli Stati Uniti, che ha preso due decisioni fondamentali il cui impatto sulla vita e sulla politica sarà molto forte. Il loro significato, tuttavia, è stato largamente travisato dalla stampa italiana. Ciò deriva almeno in parte dalla differenza sostanziale dal modo in cui si interpreta il ruolo del potere giudiziario: in Italia la magistratura è completamente indipendente dalla politica, negli USA i giudici vengono eletti e quelli della Corte Suprema nominati a vita dal Presidente. Ciò non toglie che in America la giustizia funziona meglio che da noi (e un Berlusconi che grida al golpe dei “magistrati rossi” sarebbe impensabile…).

La prima decisione riguarda la tutela del diritto di voto degli elettori che fanno parte di una minoranza. Il tribunale americano ha votato, 5 voti contro 4, l’incostituzionalità della sezione del Voting Rights Act del 1965 che prevedeva l’approvazione preventiva del Congresso, in caso di modifiche, volute da uno Stato (soprattutto nel sud) nelle procedure di voto: questo controllo aveva lo scopo di fermare alcune normative che introducevano pratiche come i test di alfabetizzazione o misure simili, volte in sostanza a mantenere i neri lontani dal voto. La maggior parte dei giudici hanno basato la loro opinione sul fatto che la legislazione 1965 è stata ormai superata. La sezione 4 infatti stabiliva una formula per determinare quali giurisdizioni fossero storicamente discriminatorie nei confronti degli elettori parte di minoranze. Le giurisdizioni considerate tali erano quindi vincolate a richiedere un’approvazione preventiva al Congresso al fine di modificare le procedure di voto. La sentenza avrà conseguenze pratiche immediate, poiché di fatto l'approvazione preventiva di modifiche elettorali in diversi Stati e località non è applicabile sino a quando il Congresso non la aggiornerà.

La seconda decisione storica riguarda l’annullamento del Defense of Marriage Act del 1996, che dichiarava il matrimonio come l’unione fra un uomo e una donna. Inoltre, la Corte ha abolito il recente bando delle nozze gay in California. Con un verdetto di 5 a 4, scritto dal giudice Anthony Kennedy, la legge viene definita “incostituzionale” perché affermare che il matrimonio è solo l’unione fra un uomo e una donna “viola la pari tutela davanti alla legge di tutti i cittadini che il governo deve garantire”.

È evidente che si tratta di sentenze dal forte peso politico. La dichiarazione di incostituzionalità della quarta sezione del Voting Rights è stata interpretata come uno schiaffo alle minoranze e a coloro che lottarono per evitare che in Alabama e in altri otto stati del sud degli Usa fossero discriminate le minoranze razziali nel voto. Anche se la situazione odierna è diversa da quella di allora, si tratta di un duro colpo nel momento in cui alcuni stati stanno promulgando leggi ID elettori che potrebbero rendere difficile per le minoranze di esercitare tale diritto. Allo stesso modo, anche l’abolizione del Defense of Marriage Act e del bando delle nozze gay in California è stata interpretata, forse incautamente, come una decisione che spiana la strada ai matrimoni omosessuali. La stampa italiana, in particolare, si è soffermata soprattutto sulle potenziali ricadute di queste sentenze piuttosto che entrare nel merito delle decisioni.

Le sentenze, infatti, sono di natura strettamente costituzionale e non politica. La questione delle tutele di voto per le minoranze riguarda prima di tutto il rapporto fra legislazione statale o federale, e in particolare se uno Stato con una bad record in materia di civil rights possa modificare unilateralmente le procedure di voto anche in senso restrittivo - entro certi limiti - senza preavviso, oppure debba attendere l’approvazione del Congresso. L’abolizione della quarta sezione del Voting Rights Act rallegra soprattutto coloro che vedono questa norma come un'intrusione ingiustificata dal governo federale nelle leggi dei singoli stati americani. Allo stesso modo, la sentenza sul Marrage Act riguarda il rapporto fra giurisdizione federale e statale, ossia se sia lecito o meno che uno Stato imponga vincoli che impediscano all'individuo di uno stato di ottenere determinati benefits previsti a livello federale, connessi al matrimonio. La sentenza, infatti, è motivata sulla base che “il Defense of Marriage Act viola il diritto degli Stati di legiferare sul tema del matrimonio”. La Corte ha infatti evitato di pronunciarsi sul fatto che le coppie dello stesso sesso abbiano il diritto costituzionale di sposarsi e ha rimandato la questione ai singoli tribunali locali.

In entrambi i casi si tratta di questioni piuttosto sottili che hanno poco a che fare con questioni morali e molto a che vedere col modo in cui si interpreta la Costituzione. Pur avendo implicazioni fortissime sulla vita e sulla politica, quelle della Corte sono decisioni che hanno una logica nel dibattito tra il piano federale e quello statale e non tra destra e sinistra, o tra progressisti e conservatori.

Lorenzo Piccoli

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