Conclusa la prima settimana alla COP: pochi i passi avanti

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Si è chiusa la prima settimana di lavoro della Conferenza ONU sul Clima (COP25) di Madrid e definire un quadro riassuntivo sull’esito delle discussioni in corso tra i delegati dei vari Paesi risulta estremamente difficile. Le discussioni, che sono proseguite a porte chiuse, non hanno infatti lasciato trapelare molto e quindi non è ancora chiaro il contenuto dei documenti che saranno messi a disposizione dei ministri quando la prossima settimana i negoziati passeranno dal lato tecnico a quello politico.  

Molti i punti in discussione ma sui quali sono stati fatti timidi passi avanti. Alcuni di questi sono il meccanismo "perdite e danni", il finanziamento per azioni di adattamento, la definizione delle regole sui meccanismi di mercato di carbono, previste dall’art.6 dell’Accordo sul Clima di Parigi, che consente ai Paesi la possibilità di collaborare per un’implementazione congiunta dei rispettivi impegni volontari di riduzione delle emissioni di gas serra.

Di fronte allo basso profilo delle delegazioni, a dominare la settimana è stato probabilmente il ruolo degli scienziati del clima. Ben due i rapporti speciali sono stati diffusi dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Una cosa che non ha precedenti, e che riguardano, da un lato, l’impatto accelerato dei cambiamenti climatici sugli oceani e sulla criosfera e, dall’altro, la relazione che lega i cambiamenti climatici e il suolo con riferimento in particolare a foreste e agricoltura. 

Accanto ai dati preoccupanti del riscaldamento globale, con la temperatura media che ormai è stabilmente di 1,1°C superiore ai valori pre-industriali, si aggiungono quelli delle emissioni di gas serra, principale causa del riscaldamento in atto, che continuano a crescere in modo preoccupante. Gli scienziati lo hanno ricordato in decine di conferenze che si sono tenute in questi giorni a Madrid: se non si arrestano immediatamente le emissioni di gas serra sarà sempre più difficile la possibilità di contenere l’aumento delle temperature entro i 2°C a fine secolo rispetto all’era pre-industriale e men che meno entro 1,5°C, come previsto dagli obiettivi dell’Accordo di Parigi. 

Le azioni messe in campo sono tuttavia insufficienti e gli impegni volontari assunti dai vari Paesi per ridurre le emissioni di gas serra, i cosiddetti  NDCs (Nationally determined contributions) sono ben lontani dal consentire il raggiungimento di tali obiettivi. Eppure, nonostante il richiamo pressante della scienza, appare sempre maggiore la distanza che separa dai tavoli dei negoziatori. Non solo. Arrivano anche segnali preoccupanti come il tentativo dell’Arabia Saudita di creare una crepa di credibilità nei confronti dell’IPCC invitando a tenere conto delle "diversità di opinione scientifica". Al punto che invece altri, come i Paesi delle Isole del Pacifico e quelli Artici, che più stanno subendo le conseguenze dell’innalzamento del livello del mare e della perdita dei ghiacci, hanno più volte preso le difese dell’IPCC.

Girando per i corridoi e fermandosi a parlare con diversi rappresentanti delle organizzazioni della società civile, si respira un certo scetticismo e molta preoccupazione di fronte alla mancanza totale di leadership politiche che rendono credibile la possibilità di assunzione di una maggiore responsabilità politica verso azioni più incisive. Sono poi inquietanti i messaggi che giungono da Paesi come Cile, Bolivia, Colombia e Brasile, dove si è inasprito il conflitto sociale a causa delle misure repressive nei confronti della popolazione. Sono gli strati più deboli che reclamano migliori condizioni di vita ed esprimono forti critiche ai rispettivi governi sempre più assoggettati alla voracità di risorse, come terre e acqua, da parte delle imprese multinazionali e di potenze straniere come Cina, Stati Uniti e la stessa Europa.

La settimana si è chiusa con una imponente marcia per le vie di Madrid dove migliaia di persone hanno provato a manifestare la propria critica nei confronti di una politica irresponsabile e sottolineando il fatto che non si tratta più solo di un’emergenza climatica quella da affrontare ma anche e soprattutto un’emergenza sociale.

 Elisa Calliari e Roberto Barbiero da Stampagiovanile.it

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