Clima: aumentano temperatura e eventi estremi

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Il Po in secca – Foto: wwww.ansa.it

La settimana più calda dell’estate italiana riporta all’attenzione la realtà dei cambiamenti climatici e in particolare l’evenienza di accadimenti estremi: onde torride che si ripetono più volte, prolungata assenza di precipitazioni, fiumi in secca, violentissimi temporali con grandine diffusa, piogge torrenziali che generano smottamenti e frane, incendi più o meno “naturali”. I giornali di tutto il mondo riempiono le cronache agostane di questi eventi. Per ora tuttavia siamo esclusivamente a una fase descrittiva: si evidenziano le ricerche scientifiche, si contano i danni, si piangono le vittime, si annunciano iniziative a livello globale e locale, ma una vera azione preventiva non viene quasi mai attuata. E così si prosegue con gli allarmi.

Avevamo parlato pochi giorni fa della siccità degli Stati Uniti e dei dati forniti dall’Agenzia nazionale americana per gli oceani e l’atmosfera (NOAA). Le notizie che hanno fatto il giro del mondo riguardavano soprattutto le cifre dell’aumento della temperatura a livello globale e soprattutto del “luglio più caldo da 150 anni” che ha messo in ginocchio la produzione di cereali degli USA, con scossoni dei prezzi di grano e mais in tutto il mondo. Ma la NOAA ha posto l’accento anche su altri dati, alla lunga molto più preoccupanti che riguardano l’aumento della temperatura degli oceani: continuano le anomalie termiche durante luglio 2012 soprattutto nella zona orientale dell’Oceano Pacifico vicino all’equatore, mentre la temperatura globale degli oceani si sta innalzando e questo mese di luglio è stato il settimo più caldo; nei primi mesi del 2012 la temperatura registrata è stata di 0,530 C superiore a quella media del Ventesimo secolo.

Gli oceani si scaldano generando una serie di conseguenze di cui non conosciamo ancora l’entità se non nelle previsioni, spesso passate sotto silenzio, degli scienziati: innalzamento del livello del mare (dovuto allo scioglimento dell’Artico); moria della fauna e della flora marine (dalle barriere coralline alla produzione ittica); possibilità di eventi meteorologici estremi come gli uragani; drastico cambiamento delle correnti come quella del Golfo con la conseguente mutazione del ciclo dei venti e delle piogge; siccità e desertificazione diffuse; aumento della percentuale dell’anidride carbonica nell’atmosfera in quanto sembra che gli oceani svolgano un ruolo di “risucchio” del gas.

Gli allarmi si inseguono e si moltiplicano. Di qualche mese fa è la ricerca guidata dall’oceanografo Dean Roemmich dello Scripps Institution of Oceanography della UC San Diego, che “indica un incremento medio di temperatura pari a 0,33 gradi Celsius (0,59 gradi Fahrenheit) nelle porzioni oceaniche ubicate a 700 metri (2.300 piedi) di profondità. Il rialzo termico è stato maggiore a livello della superficie, pari a 0,59 gradi Celsius (1,1 gradi Fahrenheit), in diminuzione a 0,12 gradi Celsius (0,22 gradi Fahrenheit) a 900 metri (2.950 piedi) di profondità.

Lo studio è il primo che ha raffrontato, a livello globale, i dati storici derivanti dal «famoso» viaggio del HMS Challenger (1872-1876) e i dati ottenuti dai moderni robot (nell’ambito del programma ARGO) che sondano le acque oceaniche segnalando continuamente le temperature a varie profondità. Altri ricercatori stabilirono in precedenza che quasi il 90 per cento del calore in eccesso prodotto dal 1960 ad oggi ed inserito nel sistema climatico della Terra, veniva immagazzinato negli oceani. La nuova ricerca, pubblicata on-line nell’edizione del 1 aprile del Nature Climate Change, ascrive la tendenza al riscaldamento degli oceani a un periodo precedente.

«L’importanza dello studio risiede nel fatto che si è scoperto che l’ampiezza della variazione di temperatura dal 1870 ad oggi è il doppio di quella osservata nel corso degli ultimi 50 anni», ha dichiarato Roemmich, co-presidente dell’International Team Steering Argo. «Ciò implica che la scala temporale per il riscaldamento degli oceani non comprende esclusivamente gli ultimi 50 anni, ma deve essere esteso almeno agli ultimi 100 anni»”.

Convergenti valutazioni anche da una ricerca, pubblicata nel maggio scorso, dal CSIRO, un ente australiano che si occupa di cambiamenti climatici. Ecco un passaggio: “A causa del riscaldamento globale i nostri oceani, negli ultimi 50 anni, stanno registrando chiari mutamenti di salinità, segnalando una marcata accelerazione nel ciclo globale delle piogge e dell’evaporazione e determinando un tasso precipitativo sempre maggiore nelle aree umide, al contrario di quelle aride che divengono sempre più secche. Partendo dai mutamenti osservati nella salinità degli oceani e dalla relazione fra salinità, livello delle precipitazioni ed evaporazione, gli scienziati hanno determinato che il ciclo dell’acqua si è intensificato del 4% fra il 1950 e il 2000 – il doppio rispetto alle proiezioni degli attuali modelli del clima globale. L’intensità del ciclo stesso è cresciuta in mezzo secolo al tasso di circa l’8% per ogni grado di temperatura in più della superficie terrestre. Se avranno conferma le proiezioni correnti di un aumento di temperatura globale di 3 gradi entro la fine del secolo, l’accelerazione del ciclo dell’acqua sarà quindi del 24%”.

Queste considerazioni non riguardano fenomeni estranei a noi: il ciclo dell’acqua più veloce e intenso significa un ripetersi di eventi estremi che finiscono per alterare l’equilibrio dei suoli, della flora e della fauna e quindi della produzione agricola. Siccità e nubifragi, ecco quello che ci aspetta. In piccolo lo vediamo sotto i nostri occhi, con il Po rinsecchito e stanco; da lontano la stessa situazione vale per il Mississippi: fiumi in agonia che non lasciano sperare molto per il futuro.

Piergiorgio Cattani

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