Chiusura Guantanamo: il braccio di ferro infinito di Obama

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Foto: amnesty.it

A fine luglio la Casa Bianca ha annunciato di essere finalmente giunta alle ultime fasi della stesura di un piano per la chiusura del campo di detenzione di Guantanamo. La notizia ha fatto il giro di tutti i media mondiali, insieme alle parole del portavoce Josh Earnst: "Si tratta di una priorità del presidente; la chiusura del carcere è nell'interesse della sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Certo l’eccitazione sarebbe condivisibile se Obama non avesse fatto questa solenne promessa già 6 anni e 7 mesi fa a tutti i suoi elettori, prima e immediatamente dopo il suo insediamento, allo scopo, aveva detto, di “ripristinare le norme del giusto processo ed i valori fondamentali costituzionali che hanno fatto grande questo paese, anche nel bel mezzo di una guerra, anche nei rapporti con il terrorismo".

Da allora, in realtà, pochi passi sono stati fatti, complice un Congresso oggi a maggioranza repubblicana e un Senato che da sempre si oppone alla chiusura del carcere, ma anche per la debolezza della presidenza che, pur avendone i poteri,  secondo alcuni non avrebbe fatto abbastanza per mettere la parola fine a una delle pagine più vergognose della storia americana. Così, anche stavolta a regnare è lo scetticismo, nonostante l’annuncio rientri nell’ambito della “distensione” delle relazioni con Cuba, e nonostante il presidente Obama insista nel volerlo realizzare entro la fine del suo mandato nel 2017.

Utilizzata dal 2002 come prigione militare di massima sicurezza per sospetti terroristi, la base cubana di Guantanamo conta ad oggi una popolazione di 116 detenuti. All’indomani dell’invasione americana in Afghanistan, seguita all’attacco alle Torri Gemelle, numerosi afghani, pakistani, sauditi, algerini e siriani sono stati prelevati e rinchiusi spesso senza accuse formali né regolamentare processo, e sottoposti a torture e umiliazioni diventate infine di dominio pubblico, tanto da costringere nel 2009 lo stesso presidente neoeletto a quella famosa promessa a cui molti difensori dei diritti umani avevano allora guardato con speranza.

Più facile a dirsi che a farsi, dato che anche solo il rilascio dei detenuti ritenuti idonei al rimpatrio o trasferimento presenta impasse burocratici che in molti casi hanno prolungato la loro detenzione anche per anni. Ad oggi, in questa situazione ci sarebbero 52 detenuti, il cui destino si complica in quanto si tratta per la maggior parte di yemeniti: per loro, infatti, la Casa Bianca ha escluso il rientro in patria per via del conflitto tuttora in corso (il timore è che senza un governo che li possa controllare adeguatamente o assisterli nella riabilitazione, potrebbero essere reclutati da uno dei gruppi jihadisti attivi nel paese). La procedura, in casi come questi, è la ricerca di paesi alternativi che li prendano in carico, il che richiede trattative lunghe e spesso complicate, a cui si aggiunge la reticenza del Segretario di Stato Ash Carter, responsabile finale dei rilasci, nell’apporre le firme risolutive. E intanto i tempi si allungano: secondo le stime dei media americani, per trasferirli tutti entro la fine dell'amministrazione Obama se ne dovrebbe rilasciare uno ogni 10 giorni da oggi a gennaio 2017.

Per la Casa Bianca, in ogni caso, trasferire queste 52 persone renderebbe molto più agevole la chiusura definitiva di Guantanamo, limitando il gruppo a quello che è stato definito il “minimo irriducibile”, ovvero i prigionieri “più pericolosi” (tra cui 5 accusati del complotto dell’11 settembre). Qui, però, le incognite sono ancora maggiori. Per loro, infatti, si parla di un trasferimento in una prigione di massima sicurezza situata in territorio degli Stati Uniti, e questo nonostante la forte opposizione del Congresso (con tanto di legge sul blocco dei fondi per i trasferimenti approvata nel 2011).

A questo proposito Obama starebbe giocandosi anche la carta economica, denunciando l’insostenibilità dei costi di Guantanamo: qui, infatti, un detenuto costa 2,7 milioni di dollari l’anno contro i 78.000 dollari di un carcere americano di massima sicurezza. In caso di successo, ben altri problemi sorgerebbero invece dal punto di vista legale: sarà così facile anche su suolo americano detenere a tempo indeterminato, in una guerra infinita, delle persone senza capi d’accusa né condanne formali? E ancora, godrebbero oppure no dei diritti civili (e umani) conferiti agli altri prigionieri detenuti negli Usa?

Come segnalato da numerosi report, compreso l’ultimo di pochi giorni fa pubblicato dalla Inter-American Commission on Human Rights (IACHR), le principali violazioni nella prigione cubana sono ormai note: detenzione a tempo indeterminato; ricorso alla tortura e ad altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti; limitato o nessun accesso alla tutela giurisdizionale; mancanza di un giusto processo; un regime di detenzione discriminatorio; la mancanza di un'adeguata difesa. "Motivi di sicurezza pubblica non possono servire da pretesto per la detenzione a tempo indeterminato di individui senza accusa né processo" ha commentato il relatore Felipe González, secondo cui il modello Guantanamo sarebbe, al contrario, inutile oltre che dannoso per la stessa sicurezza del Paese.

Secondo le informazioni declassificate da parte del Dipartimento della Difesa statunitense, delle 779 persone detenute a Guantanamo in questi 11 anni, solo l'8 per cento sono stati identificati come "combattenti" affiliati ad Al-Qaeda e ai Talebani; il 93 per cento non sono stati catturati dalle forze statunitensi, per la maggior parte consegnati agli Stati Uniti in cambio di premi per la cattura di presunti terroristi. Ancora, solo l'1 per cento di tutti i prigionieri mai detenuti a Guantanamo sono stati condannati da una commissione militare, e i pochi procedimenti giudiziari in corso prima delle commissioni sono rimasti stagnanti in attesa di giudizio per diversi anni. Altro elemento sottolineato dal report: i detenuti sono tutti musulmani. Così come le torture di Abu Grahib e le violazioni nella base afghana di Baghram, tutto questo non ha fatto che alimentare l’odio contro gli Stati Uniti e, di conseguenza, il terrorismo anche sotto la nuova matrice di Daesh (Isis).

Eppure, anche se realizzato, il piano di Obama lascerebbe aperte numerose perplessità. “Per anni abbiamo detto che la chiusura di Guantanamo non deve comportare il trasferimento delle violazioni dei diritti umani altrove – ha commentato ad esempio Amnesty International dopo l’annuncio di fine luglio – La sua illegalità non deve essere ricreata in qualsiasi altra forma o sotto qualsiasi altro nome”. Le corti militari farebbero parte di queste violazioni, così come i metodi di tortura mascherati da pratiche dai confini meno definiti, come l’alimentazione forzata sui detenuti in sciopero della fame, effettuata negli anni con modalità sempre più brutali e sempre più come forma di punizione. Ecco perché, secondo Amnesty, chiudere semplicemente Guantanamo non basta. “Se il presidente Obama è interessato a lasciare in eredità i diritti umani – scrivono nell’ultimo comunicato – dovrebbe una volta per tutte far cadere questo paradigma di guerra, quello che il suo predecessore aveva soprannominato la ‘guerra globale al terrore’, e che l'attuale amministrazione ha adottato a tutti gli effetti”. Intanto, il prossimo appuntamento politico non sarà prima di settembre, dopo la pausa estiva, quando il Pentagono presenterà al Congresso il suo rapporto completo sulla chiusura del super carcere di Guantanamo.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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