Business dell'accoglienza? Colpa degli italiani corrotti

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Foto: Vita.it

«Perdere la vita in mezzo al mare sembra davvero un paradosso per chi fugge o semplicemente emigra dal proprio Paese a causa delle condizioni climatiche sempre più critiche, dei servizi pubblici scandenti, di democrazie fragili o inesistenti, della disoccupazione. Morire il mezzo al mare sembra una crudele beffa per quanti cercano la vita, una vita migliore, e invece trovano la morte [...] Dall’altra parte del della costa mediterranea ci sono cinquecento milioni di persone circa, i cittadini dell’Unione europea. La maggior parte di essi sono adulti o anziani, i cui governi e politiche comunitarie, di fronte a tale situazione, continuano a ragionare se sia il caso o meno di prestare soccorso a un uomo che sta annegando, se le navi dei soccorsi sono troppo vicine alle coste libiche, se i soccorsi non comportino di per sé un incentivo a spostarsi, se ci sarà spazio o meno, nell’Europa degli anziani e della disoccupazione, per questo giovane che arriva e che, in molti casi, è addirittura un minore», scrive Angelo Moretti, progettista sociale, coordinatore della Caritas diocesana di Benevento e direttore del consorzio Sale della terra onlus, come incipit del primo capitolo del libro “L’Italia che non ti aspetti”, realizzato con Nicola De Blasio, sacerdote e direttore della Caritas diocesana di Benevento e Gabriella Debora Giorgione, giornalista e consulente della Caritas di Benevento per la gestione della comunicazione, edito da Città Nuova. Così mentre si vogliono chiudere i porti e i migranti restano in balia del mare c’è un’altra verità, fuori dagli stereotipi, fuori dal luogo comune gonfiato dalla xenofobia, che racconta di un’Italia che può e deve accogliere. Angelo Moretti spiega perché. 

Come vede la situazione attuale anche alla luce degli ultimi fatti di cronaca e della volontà manifestata dal ministro degli Interni Salvini di "voler chiudere i porti"?

La situazione che stiamo vivendo è drammatica. E i messaggi che arrivano sono preoccupanti. Oggi si parla della vita di 629 persone che stanno su una barca. E invece di aprire i porti e capire come aiutarli si parla di “business dell’immigrazione”. Ma parliamo invece di vite umane. La rabbia dei cittadini rispetto al “Business dell’accoglienza” va ascoltata, questo è vero. Però un concetto che noi ribadiamo più volte nel libro è che questa rabbia non può essere indirizzata sui migranti, ma sul malaffare italiano. Ad essere i carnefici sono gli imprenditori corrotti italiani. I migranti sono solo le vittime.

Il malaffare italiano

Ogni volta che ci troviamo davanti ad uno sbarco si creano le condizioni perché qualcuno ci possa lucrare sopra. È lo stesso meccanismo che scatta quando accadono terremoti, alluvioni, problemi sull’emergenza rifiuti. La corruzione si mette di mezzo. Ripeto i carnefici non sono i migranti ma gli imprenditori corrotti o le realtà corrotte perché quando siamo in fase di emergenza non siamo in grado di controllare i flussi di denaro. Decidere di non aiutare i migranti a causa del “business dell'accoglienza” è come scegliere di non aiutare i terremotati perché nella fase di ricostruzione potrebbero esserci degli appalti falsi.

Com’è nata l’idea del libro?

Per raccontare la verità. L’Italia può accogliere i migranti, ha gli strumenti farlo. Dobbiamo essere “Welcome”. Il "business accoglienza" si è sviluppato perchè negli ultimi anni sono stati circa 130mila i migranti che si sono fermati in strutture temporanee. Pensate per una permanenza di 30/40 giorni che invece si è trasformata in 5/6 anni. E sono stati invece solo 30mila i migranti accolti negli Sprar, i sistemi di protezione per richedenti asilo e rifugiati che lavorano a livello locale. 

Che significa “Welcome”?

Welcome, come spieghiamo anche nel libro, è prima di tutto un modo di essere. Ed. triste constatare come l’Italia in questo momento stia scegliendo di non essere accogliente. E se decide di non essere accogliente non sarà in tutto non solo con gli immigrati. Perché welcome è un modo di essere comunità per superare il welfare dell’assistenzialismo. Un welfare che si basa sulla separazione e divisone. E questo vale per gli immigrati cosi come per i disabili, i disoccupati o tutte le altre persone in uno stato di fragilità. Dobbiamo essere comunità accoglienti. Questi giovani, la stragrande maggioranza è under 30, arrivano nelle nostre terre italiche trovandole a forte rischio di fecondità, con la dena- talità più bassa di Europa, l’indice di vecchiaia più alto e l’abbandono della superficie agricola utilizzabile più alta degli ultimi decenni. Trovano un’ Italia divisa per grosse aree metropolitane dove la qualità di vita scende ogni giorno di più, con periferie sempre più insopportabili e lontane, e migliaia di comuni sparsi tra aree interne ed aree costiere con solo 4,2 milioni di abitanti in tutto. Cosa ci verrebbe da dire ad un giovane Alì che per raggiungere casualmente Benevento, dove gli capita che un controllore lo faccia scendere dal treno perché lo trova senza biglietto, ha attraversato 8 nazioni, giornate intere di cammino, bolle sotto i piedi, scarpe consumate, pericoli di morte, carcere, a soli 14 anni? Che possiamo dire ad Alì da bravi cristiani se lo fissiamo negli occhi, appena sceso dal treno, nella stazione dove il controllo- re gli ha fatto segno che è finita la sua corsa? Possiamo dire solo una cosa, guardandolo negli occhi: Welcome! Non c’è parola più bella di questi tempi. You’re welcome! Sei il benvenuto!

Anna Spena da Vita.it

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