Brasile: alla polizia licenza di uccidere

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Foto: Pressenza.com

Lo ha detto fin dal primo giorno, carta bianca alla polizia, carta bianca per uccidere.  Non ce n’era bisogno, basta leggere i dati ufficiali divulgati dalle agenzie internazionali e dallo stesso governo. Per il momento non sono ancora disponibili quelli dell’anno appena trascorso. Diamo una occhiata al 2017. Ma per capire meglio la situazione, è necessario il paragone con il 2016 e il 2015, quando dalle forze di polizia furono uccise 3330 persone. L’anno dopo, 4240. E finalmente nel 2017, cinquemila centocinquantanove, 5159. Per il codice penale l’omicidio in servizio non è un crimine quando l’azione di polizia avviene nello stretto compimento del dovere legale. 

Una interpretazione che di per sé lascia spazio a mille modi di nascondere o modificare la scena: basta che l’autorità dichiari che il presunto colpevole di qualche delitto abbia resistito all’arresto. Il super ministro della giustizia e dell’interno, ha presentato il nuovo decreto per la sicurezza. 63895 è la quantità di omicidi avvenuta in Brasile nel 2017. A scanso di equivoci lo riscrivo, sessantatremila ottocentonovantacinque. È evidente che qualcosa va molto male. E va ancora peggio se l’otto per cento di questi omicidi è stato commesso dalla polizia. La politica della guerra alla droga ha fallito miseramente in tutto il mondo. Che lo dica il Messico, e che lo dica il Brasile. In dieci anni abbiamo visto il numero dei detenuti raddoppiare, ottocentocinquantamila carcerati vivono in condizioni disumane nelle peggiori prigioni del mondo. 

Il decreto tanto atteso da tutti, dà un ulteriore passo in direzione allo scontro e alla eliminazione fisica del nemico. Chi affronta la polizia ha il posto garantito al cimitero, afferma il nuovo governatore dello Stato di São Paulo, grande elettore di Bolsonaro. Il decreto non fa altro che ufficializzare la sete di sangue dei governanti e di grande parte della popolazione. Per comprensibile paura, sorpresa, e violenta emozione, l’agente di polizia che uccida una persona sospetta di delitto, potrà usufruire dell’excludente de illicitude, ossia, sarà giustificato dalla sua comprensibile paura, dalla sorpresa e dalla violenta emozione provocatagli dal delinquente e dal suo atto criminale. Il vecchio codice penale non bastava più. Cinquemila centocinquantanove morti non erano abbastanza. Adesso il poliziotto per comprensibile paura, sorpresa o violenta emozione non solo sparerà per uccidere, ma addirittura potrà farlo senza venire poi indagato, in possesso di quella carta bianca presidenziale per poter trasformarsi seduta stante in pubblico ministero, giudice e boia. È giusto riportare qui il numero di agenti morti sempre nel periodo a cui facciamo riferimento: 385, di cui ben 300 assassinati quando non erano in servizio, mentre esercitavano attività parallele, spesso irregolarmente o, addirittura, in modo illegale. 

Il ministro Moro, inoltre vuole un registro del DNA e dei dati biometrici, vibrazioni vocali comprese, di chiunque attraversi i portoni delle patrie galere, anche di coloro a cui manchi il giudizio della cassazione. Un articolo della Costituzione parla chiaro: nessuno è considerato colpevole finché non sia stato condannato in tutte le istanze. E un altro ancora dice che nessuno può essere obbligato a fornire prove contro se stesso. 

Tra le misure contro la corruzione, una in special modo richiama l’attenzione del popolino: poter applicare un test di onestà a chiunque susciti il minimo sospetto. Cito testualmente: nell’ambito dell’amministrazione pubblica è opportuno simulare situazioni con l’obiettivo di testare l’integrità morale o la predisposizione al crimine. Cioè, praticamente, un test svolto all’insaputa del malcapitato funzionario, in cui viene montata una situazione ad hoc per la quale il malcapitato in questione si vede invischiato, suo malgrado, in flagrante delitto di corruzione. Gli si può proporre una bustarella, un chilo di cocaina, un viaggio alla Hawai, non importa. Quello che realmente importa invece è la sua risposta, la sua attitudine davanti al male: se rifiuta le profferte e denuncia i malfattori, è dei nostri. Se, viceversa, cade in tentazione, allora lo si deve licenziare, e dipendendo dalla situazione, denunciare. Così lo Stato riuscirà a prevenire i delitti, regolandosi a seconda dei valori morali dei suoi dipendenti, più o meno propensi a malefatte, false fin che vuoi, ma preparate così per benino da sembrare vere. Praticamente lo si sbatte in prigione per un crimine che non ha commesso: la situazione delittuosa è montata ad arte, come un’azione teatrale. Ma è perfettamente chiaro che quella messa in scena è un test, una sorta di candid camera, una costruzione fittizia di una fatto, e non puó esistere dolo, non esiste colpa in un test fabbricato per farti cadere in una trappola, come in una messa in scena teatrale. Ma il nostro ministro Moro tira dritto, non nota alcun difetto nel suo piano mirabolante. Ma come il suo collega italico, il nostro ministro tira dritto.

Non si è mai preparati al male. Non ce lo si aspetta. Non lo si immagina. Lasciare la gente morire in mezzo al mare in nome degli italiani, è abominevole. Dare carta bianca a un agente di polizia contro chiunque, è abominevole. Un deputato da sempre legato alle cause dei diritti civili della popolazione LGBT, e che per anni ha subito gli insulti di Bolsonaro, oggi è stato esplicitamente minacciato di morte. Ha chiesto la scorta al ministro Moro, gli è stata negata. Ha annunciato che se ne andrà all’estero. Bolsonaro lo aveva detto: o si piegano alla volontà della maggioranza che siamo noi o se ne dovranno andare. Gli insulti dei suoi colleghi deputati continuano, adesso ormai non più nl segreto di internt, ma dal pulpito del parlamento. E il presidente, al ricevere la notizia dell’espatrio, ha scritto nella sua pagina di Facebook: hoje é um grande dia, traducendo liberamente “è finita la pacchia”.

Quando si diceva che dietro alle bravate di Bolsonaro esisteva un vero progetto di controllo sociale eseguito attraverso la sottrazione graduale dei diritti, mi si guardava storto. Invece è bene ricordarsene; le bravate, le frasi di effetto del presidente della repubblica non sono mai da sottovalutare o da riderci sopra. Tanti anni fa, in piena dittatura, il governo indurì la repressione con nuove regole che prevedevano oltre la chiusura totale del parlamento e all’estinzione dei partiti, la possibilità di detenzione illimitata senza una accusa formale. Un importante ministro espresse al presidente i suoi timori “non ho paura dei generali o dei colonnelli, ma del vigile urbano sotto casa”. Quando era ancora candidato, ad essere interpellato sul suo piano economico, Bolsonaro rispose “io di questi argomenti non me ne intendo, a minha especialidade é matar”, la mia specialità è uccidere. Il ministro Moro, ne ha tenuto conto, il governatore di São Paulo ne ha tenuto conto. La truppa ne terrà conto, il semplice vigile urbano ne terrà conto. Non vede l’ora.

Paolo D'Aprile da Pressenza.com

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