Boicottare il Sudan

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Rifugiati del Darfur in Ciad

Varie Università e Stati degli Usa stanno attivando il disinvestimento come forma di protesta nei confronti del governo del Sudan responsabile della violazione dei diritti umani nel Darfur. Sono gli studenti delle Università statunitensi, da Harvard a Yale, dall'Università della California a quella di San Francisco, a far pressione per mettere fine al genocidio in atto nel Darfur. Una dozzina di Università e alcuni Stati degli Usa (Illinois, New Jersey, Oregon, California, Kentucky, Massachusetts, ma simili attività si stanno svolgendo anche in Canada), stanno attivando il disinvestimento come forma di protesta e di un possibile boicottaggio nei confronti del governo del Sudan. Migliaia di studenti hanno portato all'attenzione dei loro professori e deputati del Congresso la tragica situazione del Darfur: dal 2003, a causa del conflitto, sono morte quasi 400mila persone mentre si calcola una media di 10mila decessi al mese. Inoltre circa due milioni di profughi (su una popolazione di sei milioni di abitanti) hanno dovuto abbandonare la loro terra. In Chad, Paese limitrofo, hanno trovato rifugio altri 200mila.

ALLEVATORI E CONTADINI

La martoriata regione dell'ovest del Sudan è ancora in preda a violenti scontri che oppongono i due gruppi ribelli dello Sla ( Sudan liberation army ) e del Jem ( Justice and equality movement ) al l'esercito governativo e a un suo alleato, un gruppo di milizie arabe soprannominato Janjaweed (uomini a cavallo), responsabili di molte atrocità nonostante che il governo avesse promesso alla comunità internazionale di disarmarle. Darfur, che vuol dire la regione dei four , prende il nome da un'etnia di agricoltori che vivono nella montagne del Jebel Marra. È un territorio grande come la Francia. È popolata da arabi e da neri africani, ma l'identificazione è più culturale che razziale. Se i primi sono allevatori e nomadi, i secondi sono agricoltori e stanziali. Ambedue sono di religione islamica e parlano l'arabo.

Da un anno e mezzo, ad Abuja (Nigeria), si svolgono i negoziati di pace che finora però non hanno condotto a risultati concreti. La sicurezza dovrebbe essere garantita dalle forze di pace dell'Unione africana (Ua) che ha schierato 7mila uomini. Ma finora l'impatto è stato modesto. Si è ipotizzato di sostituirli con i caschi blu dell'Onu, ma Khartoum (e altri Paesi africani) rifiuta sostenendo che non vuole una "ricolonizzazione" del Sudan. Ammetterebbe la presenza di caschi blu solo se fossero schierati a fianco delle truppe dell'Ua e sotto un comando militare africano. Il governo di Khartoum ha minacciato di ritirarsi dall'Unione africana se fossero intervenute le truppe dell'Onu. L'Egitto, dal canto suo, ha preso le difese di Khartoum, temendo una possibile spaccatura nell'Unione tra Paesi "arabi" e quelli "africani".

IL DISINVESTIMENTO

Proprio per questa disastrosa situazione del Darfur gli universitari, ma anche studenti delle scuole secondarie e parlamentari, hanno cominciato a ricostruire il movimento che a suo tempo aiutò a far crollare l' apartheid in Sudafrica. Hanno esaminato gli investimenti delle Università e l'impiego di fondi pensionistici pubblici in compagnie che direttamente o indirettamente aiutano le azioni militari del governo sudanese contro i civili del Darfur. Gli studenti dell'Università della California hanno stimato in 2,6 miliardi di dollari gli investimenti fatti in più di 70 compagnie multinazionali.

È di questo mese la notizia che anche quest'ultima Università ha ritirato i suoi investimenti dalle società finanziarie che operano nel Sudan. Il gruppo di studio composto dagli stessi universitari ha presentato il suo lavoro ai legislatori, ai leader religiosi e al procuratore generale di Stato della California. In realtà è stato lo Stato dell'Illinois che per primo, nel maggio scorso, ha protestato contro la politica del governo sudanese ritirando da quel Paese miliardi di dollari.

In sede Onu, nel Consiglio di sicurezza, Russia e Cina hanno spesso bloccato le azioni proposte contro il Sudan. Mentre la prima è interessata a vendite aerei Mig e vari sistemi d'arma, la seconda è presente in Sudan con la PetroChina, una filiale della Chinese National Petroleum Company (Cnpc). Questa ha investito direttamente in quel Paese, possiede il 40% della Greater Nile Petroleum Operation Company (Gnpoc) che lì opera dal 1997 e ha costruito un oleodotto lungo 1.540 km che arriva a Port Sudan, sul Mar Rosso.

Gli universitari americani hanno accusato le compagnie petrolifere di essere complici delle violazioni dei diritti umani. L'hanno chiamata la strategia della "terra bruciata" : ogni volta che viene data una concessione petrolifera, lì cominciano atrocità e violazioni. Così si esprime un testimone sudanese: "Prima del petrolio, la nostra regione era in pace. Quando cominciò l'estrazione iniziò la guerra. Aerei Antonov e elicotteri da combattimento attaccarono i villaggi e tutto fu distrutto. Il petrolio ci ha portato la morte".

Il presidente dell'Università di Stanford, John Hennesy ha dichiarato: "Il disinvestimento è un atto che deve esser fatto raramente e con molta cautela. In questo caso è chiaro che il genocidio che sta accadendo nel Darfur e che sembra essere stato compiuto almeno in parte da queste compagnie, è totalmente contrario ai principi dell'Università".

UNA POLITICA VIRTUOSA

Le compagnie coinvolte nel disinvestimento sono: PetroChina , ABB Ltd (azienda specializzata nel settore dell'ingegneria e grandi opere, dighe, ecc.) , Sinopec ( China Petrochemical Corp) e Tatneft (compagnia petrolifera russa), Total, Alcatel, Siemens, Ongc ( Oil & Natural Gas Corp ), Petronas (Petroliam Nasional Berhad - Malesya) .

La pressione economica sulle compagnie internazionali che operano in Sudan ha avuto i suoi primi successi. La compagnia canadese Talisman Energy nel 2004 ha deciso di abbandonare le sue attività nel Sudan; oggi è sotto accusa per complicità col governo integralista di Khartoum nella violazione dei diritti umani e per genocidio. Il Sudan riceve il 43% delle sue entrate dalla vendita del petrolio e 60% di queste finisce in spese militari."

Non tutti gli studenti sono d'accordo con questa azione contro il "genocidio" del Darfur (così l'ha chiamato il Congresso statunitense e il Parlamento europeo, mentre per l'Onu è "la peggiore crisi umanitaria nel mondo oggi"). Per loro il disinvestimento può danneggiare il cammino verso la democrazia e il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali. Inoltre i costi del boicottaggio possono avere un impatto sugli investimenti dell'Università. Infine, in futuro, potrebbero emergere altre richieste del genere in altre parti del mondo.

Il prof. Sterling dell'Università della California, docente e promotore del movimento per il disinvestimento replica: "Abbiamo cercato di dimostrare il legame esistente tra alcune industrie del petrolio e l'esercito sudanese che continua con i suoi crimini e le sue atrocità. Non tutti gli investimenti sono uguali . Stiamo domandando alle Università di disinvestire solo dalle compagnie che contribuiscono alle entrate del governo sudanese e procurano invece benefici minimi alla grande maggioranza del popolo".

Nella storia dell'Università della California solo in altre due occasioni si è agito con tale arma: negli anni '80 contro l'apartheid del Sudafrica, e nel 2001 quando l'Università ritirò i suoi soldi dall'industria del tabacco. Nei campus statunitensi è diventata famosa la frase di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia: "Nel caso del Sudan vedo pochi o nessun beneficio per l'investimento ma piuttosto costi enormi".

Se mai fosse arrivato il momento in cui usare uno strumento come quello del disinvestimento, sarebbe quando le vittime non possono parlare per loro stesse. Per il Darfur pare che questo momento sia proprio arrivato.

di Nicola Colasuonno
Fonte: Missione Oggi 5/2006

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