Bes 2017: se l’uscita dalla crisi non viene percepita

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Foto: Pixabay.com

Un paese in ripresa economica ma ancora profondamente diseguale, in cui migliora la qualità del lavoro e la soddisfazione di vita, ma peggiorano le relazioni sociali, così come permangono numerosi divari tra Nord e Sud. E’ questa la fotografia fornita dal Bes 2017, il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile, giunto quest’anno alla sua quinta edizione. Nato da un'iniziativa congiunta del Cnel e dell'Istat, ha l'obiettivo di valutare il progresso di una società non soltanto dal punto di vista economico (e quindi del Pil), ma anche sociale e ambientale. Una ricerca che mette dunque al centro la qualità della vita dei cittadini e della società, attraverso 129 indicatori, articolati su 12 domini che vanno dalla salute al lavoro, dalle relazioni sociali al paesaggio, al benessere soggettivo. “Abbiamo registrato un progresso per 11 dimensioni su 15, quindi non banale. Un miglioramento diffuso che ha coinciso con gli ultimi due anni di ripresa economica” ha commentato Roberto Monducci, direttore del Dipartimento per la Produzione Statistica dell'Istat, durante la presentazione del rapporto avvenuta a Roma. “Ma attenzione – ha aggiunto – perché questo sistema ci segnala problemi che necessitano un’analisi più approfondita”.

Il 2016 è stato decretato infatti come “l’anno della definitiva uscita del Paese da una crisi profonda e prolungata”: il reddito lordo disponibile pro capite delle famiglie consumatrici è risultato pari a 18.191 euro, in aumento dell’1,7% rispetto all’anno precedente. Una buona notizia? Lo sarebbe se questa maggiore diffusione del benessere avesse interessato in maniera omogenea tutte le fasce della popolazione e tutti i territori. Invece, questi anni di uscita dalla crisi si caratterizzano al contrario per una crescita della disuguaglianza, che a sua volta avrebbe “determinato anche un aumento del rischio di povertà”. Il rapporto tra il reddito posseduto nel 2015 dal 20% della popolazione con i redditi più alti, e il 20% con i redditi più bassi, è salito infatti a 6,3 rispetto al 5,8 del 2014, mentre l’incidenza della povertà assoluta, più che raddoppiata durante la crisi, risulta ancora stabile su valori elevati, ovvero al 7,9%. Colpisce soprattutto i minori: secondo i dati dell’Istat, sono 1 milione e 292 mila i bambini in condizione di povertà assoluta, con un’incidenza del 12,5%. Si tratta di una percentuale quasi 3 volte superiore rispetto agli anziani (3,8%), che “si confermano il gruppo meno fragile”, mentre tra gli stranieri l’incidenza di povertà assoluta raggiunge invece il valore massimo (sia in famiglie miste sia in famiglie di soli stranieri): risultano poveri in un terzo dei casi, contro meno di 1 su 20 tra gli italiani.

I giovani, poi, sono coloro che più soffrono questa situazione, principalmente a causa delle forti difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro così come a lavorare a pieno regime: “si tratta in particolare di giovani soli o in coppia (in alcuni casi con figli minori) già usciti dalla famiglia di origine e alla ricerca di indipendenza economica”. E sebbene la formazione abbia fatto registrare un miglioramento, questa non basta: secondo l’Istat, infatti, mentre aumenta la quota di sovra istruiti, “la capacità dell’Italia di favorire prospettive di occupazione altamente qualificata per i laureati italiani continua a mostrare segnali decisamente negativi”. Non è un caso che, nel 2016, circa 16 mila laureati italiani tra i 25 e i 39 anni abbiano lasciato il Paese e poco più di 5 mila siano rientrati, “confermando il trend negativo del tasso di migratorietà dei giovani laureati”. Per quanto riguarda l’occupazione in generale, anche in questo caso il cambio di tendenza positivo cominciato nel 2013 non si è fatto sentire in modo uguale tutte le aree del Paese: nel Mezzogiorno i livelli di occupazione sono diminuiti in misura più accentuata, mentre la qualità del lavoro si è decisamente deteriorata in modo omogeneo sul territorio, con una conseguente stabilizzazione del divario territoriale.

Eppure, nonostante tutto gli italiani si dicono “soddisfatti della propria vita”: l’indicatore segna infatti un miglioramento, con “il 41% degli individui che ne dà una valutazione molto buona”, almeno per quanto riguarda il “qui e ora”. Contemporaneamente all’aumento della soddisfazione, cresce infatti l’incertezza rispetto al futuro, con il 25,4% che afferma di non essere in grado di esprimere una previsione sull’evoluzione della propria situazione nei prossimi 5 anni. Un quadro in chiaroscuro, dunque, in cui non vengono trascurati nemmeno i rapporti con gli altri e la rete sociale nella quale si è inseriti, fondamentali per il benessere dell’individuo, oltre che una forma di “investimento” che può rafforzare gli effetti del capitale umano e sociale. Purtroppo, però, a caratterizzare questa edizione del Bes è una diminuzione della fiducia nel prossimo: solo una persona su cinque ritiene che la maggior parte della gente sia degna di fiducia. In calo anche la percentuale di persone soddisfatte per le relazioni familiari, passate nel 2016 dal 34,6% al 33,2%, così come per quelle amicali, dal 24,8% al 23,6%. Ancora una volta, si registrano delle differenze tra Nord e Sud: nel Mezzogiorno sono peggiorate soprattutto le relazioni che riguardano la partecipazione sociale e civica e il volontariato, mentre mostrano un risultato migliore le relazioni familiari e amicali, che coinvolgono le persone su cui contare. Al Nord e al Centro la dinamica è invece invertita, con la caduta della soddisfazione per le relazioni personali, a fronte di un maggiore impegno nella partecipazione sociale e nelle attività di volontariato.

“Nonostante la solida ripresa economica decretata dalle ricerche, la redistribuzione del dividendo sociale di questa ripresa non viene percepita. Anche così si spiega la società del rancore in cui viviamo” ha commentato il direttore generale Censis, Massimiliano Valerii, intervenuto anche lui alla presentazione del Bes. Anche lui, come gli altri presenti, sottolinea dunque la necessità di superare una misura della società basata sul Pil, non più adatto a descriverne e spiegarne la complessità (tanto più che, ad un aumento del Pil, non è detto che coincida come abbiamo visto un aumento della qualità della vita). Il Bes, invece, potrebbe permettere quel salto, tanto più che alcuni dei suoi indicatori entreranno a far parte del ciclo di programmazione della politica economica del Governo. E’ un inizio. “Il ciclo del Bes, però, partirà solo quando questi indicatori e valori si saranno radicati nell’immaginario collettivo, ovvero in quell’insieme di valori, simboli, miti che plasmano non soltanto le aspirazioni individuali, ma che poi definiscono un'agenda sociale condivisa che è esattamente quello che ci manca in questo momento – aggiunge Valerii – Se il Bes penetra e si radica nell’immaginario collettivo, produrrà degli impatti del tutto tangibili nei comportamenti e negli stili di vita delle persone”.  

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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