Basta avere fortuna

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Foto: M. Canapini ®

Clima da lande carniche. Potrebbe essere novembre inoltrato, ma è fine maggio e gli stabilimenti balneari sono ancora sigillati. Albenga, San Lorenzo al Mare, Ospedaletti. Il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, ha emesso un’ordinanza contingibile e urgente per l’allontanamento delle persone situate sotto al ponte ferroviario sul fiume Roya. In meno di venticinque ore le forze di polizia hanno effettuato lo sgombero di duecento migranti e richiedenti asilo che, anziché alloggiare nel già sovraffollato Centro della Croce Rossa, avevano preferito bivaccare appunto sull’argine del fiume, sotto al ponte delle Gianchette. Sono ancora visibili, tra il canneto e i sassi sporgenti, i resti degli accampamenti utilizzati. Un locale con la serranda a metà sull’altro lato della stradina è divenuto punto d’aggregazione per i tanti ragazzi in attesa. Lo spazio è gestito dal collettivo 20K, Farruq ne tiene le redini. “Prima dello sgombero, qui di fronte vivevano circa duecento persone; durante una recente retata, più della metà sono state deportate nel Sud Italia con tre camionette, in un insulso girotondo senza fine. Vengono rispediti laddove l’apparato statale gli ha preso le impronte. Loro scendono dal mezzo e ricominciano a salire. Una sorta di giostra, ecco cos’è l’Europa. Alcuni, soprattutto chi ha un bambino a carico, decidono di alloggiare dentro al Campo della Croce Rossa, in via Dante Alighieri: blindato, sorvegliato, con orari di uscita e rientro, ma anche con acqua calda e cibo a sufficienza. 

Chi non vuole stare lì, campa per strada, sugli scogli del mare, nei parchetti pubblici, col rischio di venir pescato e portato al commissariato. Le ronde sono fitte qui. I ragazzi si fermano presso il nostro spazio, perché è un posto libero, non piove e ci siamo noi; è diventato un punto di ritrovo, una parentesi che intercorre tra la pausa e il balzo illegale in Francia”. “Ci sono tante strade per andare in Francia, basta avere fortuna” aggiunge conciso Abdul, senza esagerare, rituffandosi all’istante dentro YouTube. Internet è lentissimo, i muri sono tappezzati di cartine topografiche, una scatola con scritto condom è riempita di volantini e numeri di cellulari. Le ciabatte elettriche giacciono aggrovigliate come lenze da pesca in disuso; dieci e più cellulari si illuminano saltuariamente sul pavimento. 

“Siamo un gruppo di donne e uomini che credono nel diritto alla libera circolazione per ogni essere umano. Cosa facciamo come collettivo? Dal 16 luglio 2016 monitoriamo, tenendo costantemente e quotidianamente sotto controllo la situazione a Ventimiglia: cosa avviene, eventuali abusi, violenze, mobilitazioni. Informiamo gli uomini e le donne in transito sui rischi e i pericoli della tratta, e su come affrontarli al meglio. Diamo supporto materiale ed emotivo, stando al fianco delle persone che premono sulla frontiera di Ventimiglia” racconta Alexis, italo-francese. Le vetture di passaggio sopra al ponte in cemento producono un suono circolare. Tun, Tun-Tun. Per ore e ore, sopra una delle arterie di una città arroccata, spazzata da diffidenze e comunità in cammino. Il piazzale davanti al cimitero comunale, alle ore 20.00, si riempie di ragazzi con stuoie o lenzuoli sottobraccio. I pasti sono distribuiti da una delegazione di Islamic Relief (organizzazione indipendente). 

La polizia vigila costantemente. Ashraz, sudanese, mi offre un piatto di zuppa con fagioli. Parlottiamo sotto a un lampione, seduti sul selciato. “Lavoravo nella compagnia aerea nazionale, da ragazzo ho frequentato l’università in Egitto. Stavo bene in Sudan, ma le incursioni armate di fazioni musulmane non riconosciute hanno destabilizzato la mia regione. Nel 2015 mi sono messo in cammino: Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Slovenia, Germania, Francia, infine l’Italia. La Francia mi ha deluso, l’Europa mi ha deluso. Ora vivo e lavoricchio vicino Imperia, e aspetto il mio permesso di soggiorno. Sto a galla grazie al sistema SPRAR, da cui dovrei ricevere 35 euro al giorno come sostegno. Ma di questa cifra, sia chiaro, al beneficiario rimangono 2,50 euro, spesso elargiti sotto forma di sigarette, ricariche telefoniche o voucher. Faccio le pulizie in un ufficio per 150 euro al mese. Non sono venuto in Europa per i soldi, la casa o la macchina, ma per Dio. A Roma avete il Papa, il Vaticano. Si sta bene, nonostante i tanti musulmani presenti. Ho scelto di rimanere qui perché l’Italia mi ha vestito, accolto, protetto”. Se vi è una certezza viaggiando, è che ognuno ha il proprio sud con cui fare i conti. 

A mezzanotte i carabinieri se ne stanno ancora appostati negli angoli del piazzale. Nessuna delle due “fazioni” del perimetro sembra avere voglia di andarsene a letto. Sigarette, chiacchiere, un selfie di rito, ancora sigarette. Un gatto malato senza orecchie da ore si strascina sui gradini della parrocchia Sant’Agostino. Riparato da occhi indiscreti, il vecchio Tony tracanna pregiata Samuel Smith, birra nera, inglese, dal profumo di cioccolato e caffè. Tony vive nel suo van attrezzato di letti, fornelli, bollitore e un immancabile frigo per le birre. Alcuni ragazzi, come i quattro afgani appena partiti o come Mambi, respinto per la quinta volta e diretto stufo marcio in Svizzera, bussano, si scaldano, a volte sonnecchiano sulle tre brandine libere. Tony fa volentieri spazio e si accuccia sul sedile, la testa appoggiata al volante. I ratti fuoriescono dai canneti del fiume Roya, divorando gli avanzi del cibo donato da Islamic Relief, spesso lasciato a marcire nelle aiuole o sui muretti di cemento. Disagio cronico. Jacob dalla Guinea Conakry rasenta i muri col passo diafano del fantasma. Resiste in un mondo tutto suo, ancorato al miraggio di un continente ospitale. Tracanna luppoli scadenti e sogna il confine. Nous sommes tous migrants ripete all’infinito, la mente annebbiata in deliri di miseria. Di notte a Ventimiglia c’è solo lui. L’ultimo ad arrendersi; l’ultimo a coricarsi, l’ultima pedina di uno scacco matto in frantumi. Nous sommes tous migrants

A una manciata di chilometri da Ventimiglia, nel retro di un palazzone popolare di colore giallo, conosco Alexander dell’associazione Alharaz. Tento di ascoltare più punti di vista, così da unire i tasselli e fare chiarezza. “Il nostro gruppo è stato creato da Musa, un ragazzo sudanese perseguitato nel suo paese d’origine. Dal 2015 è attivo a Ventimiglia; man mano ci siamo uniti, io e pochi altri. 

Non abbiamo uno sportello aperto al pubblico, ma ci ritroviamo a casa mia per buttare giù idee e dare sostegno legale ai migranti. Già al tempo del presidio ai Balzi Rossi, credevamo che l’autonomia fosse tutto, l’autogestione fondamentale. Eliminare la superiorità, l’etnocentrismo, l’europeismo nei confronti dei migranti o profughi e agire insieme, come una famiglia, senza l’idea che siano sempre poveri, sfortunati o incapaci. L’autonomia dell’individuo, appunto. Al presidio siamo rimasti quattro mesi, accampati sul confine, poi siamo stati costretti a smobilitare. 2220 poliziotti in antisommossa contro 40 di noi. Ce ne siamo andati ma senza indietreggiare. Credo che sia importante raccontare la verità e restituire dignità attraverso il racconto. Nel caso dello sgombero al ponte delle Gianchette, dico che non si è trattato di un vero sgombero, ma di una bonifica. Hanno avvertito con anticipo e i ragazzi hanno avuto tempo per attrezzarsi. Certo, dispiace e fa incazzare, poiché lungofiume s’erano creati negozietti, casette, ma non è stata un’operazione coatta come se n’è parlato. Pur essendo di Ventimiglia e difendendo i diritti dei migranti, è giusto dire come sono andate le cose, altrimenti continuiamo a strumentalizzare il tutto. Sappiamo che i media arrivano quando una notizia crea spettacolo, ingigantendolo a dismisura. Gridano all’invasione per via di migliaia (in realtà un centinaio) di senegalesi che la scorsa estate per esempio, coi documenti in regola, sono giunti a Ventimiglia per lavorare. Semplicemente dormivano lungofiume per risparmiare soldi e perché fa fresco, di giorno ambulavano vendendo cianfrusaglie e souvenir ai turisti. Vedi come è più facile? Secondo me il migrante è diventato quasi una figura mitologica, senza connotati precisi, ma con una caratteristica comune, ovvero quella di essere un problema. Sono troppi, ci rubano il lavoro, sono delinquenti, sono malati. A volte diventa veicolo di paternalismo, pietà, aiuto”. 

Al cattivo migrante si sostituisce la figura del buon migrante a tutti i costi. Penso a questo mentre guardo Alexander armeggiare con una caffettiera. Il migrante è un essere che alcuni vedono sempre bisognoso, in ginocchio, prostrato. Un eterno bambino, incapace di prendere decisioni. Si impone una gabbia, imbrigliando Babukar, Malik, Sisi e centinaia d’altri in una rappresentazione non vera, non appropriata. Il migrante è prima di tutto una persona. Il concetto più facile e difficile da condividere. Le vie di mezzo esistono. Abbattendo la retorica e lo stereotipo scopri vicende uniche, come uniche sono le persone. Tutto diventa reale, consistenza, materia, a quel punto. “Significa anche toccare con mano la realtà che non ci viene raccontata dal mainstream. E dunque tessere un’esperienza collettiva, anche se di fatto è individuale, esperienza che permette di cogliere la complessità del fenomeno”. Ieri notte quel diavolo ubriaco di Jacob urlava per le vie deserte del centro. È stato cacciato sia dalla stazione che dal kebabbaro, infastidito dal suo disco rotto. Jacob è finito a vomitare nel vicolo a fianco del teatro, dove Matteo Salvini, non ancora Ministro dell’Interno, tempo addietro ha totalizzato un sold out. C’era così tanta gente ad ascoltare le sue arringhe che in molti sono rimasti fuori, all’asciutto. 

La sede della Caritas Intemelia è circondata da un cantiere in fermento. Manuela è mamma di quattro figli, porta i capelli sciolti sulle spalle magre, da cui pende un abito nero lungo fino alle caviglie. “Goccia dopo goccia ci stanno disumanizzando, rendendo normale ciò che prima sembrava inammissibile. Tutto viene inglobato nel sistema e diventa consumo. In principio piangevamo per le relazioni rotte, non sapevamo dove portassero i ragazzi acchiappati per strada; ora siamo talmente anestetizzati da sapere e accettare che il mercoledì è giorno di caccia contro gli irregolari. La questura si attiva, giungono le forze dell’ordine e decine di ragazzi, con cui magari prima bevevi un the o giocavi a cricket, vengono spediti a Taranto o Crotone, poiché i centri d’identificazione (hotspot) in cui sono stati originariamente bollati si trovano là. Quasi nessuno di loro vuole rimanere in Italia, gli stipendi sono troppo bassi, non sufficienti per ripagare il viaggio finanziato dalle famiglie. Un amico pakistano lavora come corriere, non ha i documenti in regola, ma guida, pesta, sbuffa per settecento euro mensili. Un aiutante kebabbaro piglia quattrocento euro. Vengono sottopagati, sono solo manodopera temporanea a basso costo, dunque emigrano altrove”.

È un vortice di calore ed empatia Manuela, donna libera da istituzioni e ruffianerie. “Bruxelles diverrà la nuova Calais. Ho conosciuto ragazzini che sono bloccati in stazione da mesi, quando l’Europa dovrebbe tutelarli. In pochi li aiutano, sono vulnerabili ma anche sicuri di sé. In frontiera vengono spediti indietro senza riconoscerne lo status, ma un minore non accompagnato dovrebbe ricevere una protezione (case-famiglia, centro e reinserimento scolastico). Pensiamo di essere sempre legittimati a mettere il becco ovunque, ma un quindicenne, con tutto quello che ha passato, non può prendere la decisione di superare la montagna e raggiungere la Francia? Ci vuole umanità e sostegno, non firme o protocolli. All’interno delle istituzioni si è perso l’umanità. Nel campo della Croce Rossa le famiglie giunte dalla Libia si ritrovano Digos, militari, polizia come in carcere, e alcune non vogliono nemmeno entrare. Ecco perché ascoltiamo le loro storie e diamo una mano. In ufficio vediamo tanti casi ogni giorno. Poco fa parlavo con un ragazzo che ha il piede malmesso perché in Libia, mentre lavorava come muratore, lo hanno spinto da un terrazzo. Non può lavorare e deve aspettare un anno per la TAC. Un anno! Tempi che in Francia si riducono a due settimane. Ventimiglia è una bolla, tutto concentrato. Un microcosmo di pedofili, violenze, tratte, spaccio, magnaccia, un occhio privilegiato da cui osservare il fenomeno dell’immigrazione italiana. Qua mancano anche famiglie solidali; è scioccante che nessuno voglia dare una mano ai minori, a parte due anziane conosciute a Imperia. È inammissibile vedere adolescenti sotto i ponti, a una manciata di minuti da Sanremo, Monaco, Mentone. Ventimiglia spesso è l’ultima frontiera psicologica prima di ricongiungersi con la propria comunità, come nel caso dei tanti eritrei aggrappati sul canale St. Denis, a Parigi, tutti connazionali. È l’ultimo confine spesso, se reggono qui… bene. Non possono crollare prima… in questo la donna è fortissima, più dell’uomo. Forse perché ha un figlio a cui badare, seppur (spesso) frutto di una violenza?”. 

Andrew: “Ho 28 anni e sono cristiano, originario di Port Harcourt, nel sud della Nigeria. Nel 2005, per ragioni di lavoro, la mia famiglia si è trasferita a Kano, nel nord del Paese, dove mio padre svolgeva il lavoro di falegname. Tutto andava per il meglio: io lavoravo con mio padre nella sua falegnameria e riuscivamo a mantenere la famiglia; quando un giorno, improvvisamente, alcuni uomini appartenenti al gruppo islamico estremista di Boko Haram si sono presentati da noi, chiedendoci soldi in maniera molto violenta. Mio padre in un primo momento ha esitato, ma poi non ha potuto fare altro che cedere ai loro ricatti e sottostare alle loro richieste. Ciò ha determinato un aggravarsi della nostra situazione economica, che ci ha portato alla rovina. Le loro richieste sono proseguite in maniera costante, finché un giorno mio padre, non potendo più soddisfarle, è stato assassinato brutalmente. Io, che sono il primogenito, ho ricevuto nuove minacce. Le persecuzioni nei confronti dei cristiani si stavano facendo insopportabili nel nord della Nigeria, non potevo proseguire la mia vita lì. Alla fine, il 14 settembre del 2014, senza soldi né documenti, sono fuggito verso il nord, verso un Paese, l’Italia, che allora neppure sapevo indicare sulla cartina geografica. Ho attraversato zone desertiche e il mare, sono stato in carcere in Libia prima di salire su una barca con altre centocinquanta persone verso un mare sterminato, che non sapevo dove mi avrebbe condotto, ma sapevo bene da cosa mi stava portando via”.

Matthias Canapini

Matthias Canapini è nato nel 1992 a Fano. Viaggia a passo lento per raccontare storie con taccuino e macchina fotografica. Dal 2015 ha pubblicato "Verso Est", "Eurasia Express", "Il volto dell'altro", "Terra e dissenso" (Prospero Editore) e "Il passo dell'acero rosso" (Aras Edizioni).

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