Banche e combustibili fossili, un binomio indissolubile

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Immagine: Recommon.org

Nonostante la conclamata crisi climatica in atto, nel 2017 le grandi banche private internazionali hanno aumentato di 115 miliardi di dollari il loro sostegno ai cosiddetti combustibili fossili non convenzionali ed estremi – con un aumento dell’11 per cento rispetto al 2016. Lo rivela il nono rapporto annuale “Banking on Climate Change” redatto da Rainforest Action Network, BankTrack, Indigenous Environmental Network, Oil Change International, Sierra Club e Honor The Earth e sottoscritto da una cinquantina di organizzazioni internazionali, tra cui figura anche Re:Common.

Per combustibili fossili non convenzionali ed estremi si intendono lo sfruttamento delle sabbie bituminose, le esplorazioni nella regione artica, la ricerca di carbone e petrolio negli abissi più reconditi degli oceani, il comparto carbonifero e l’uso di gas naturale liquefatto. È proprio il settore delle tar sands ad aver fatto registrare l’incremento maggiore, con un clamoroso +111 per cento (47 miliardi di dollari) nell’arco di 12 mesi. In questo modo i grandi istituti di credito del Pianeta sostengono più le sabbie bituminose che il comparto carbonifero.

Il rapporto analizza l’impatto di questo tipo di finanziamenti sui diritti umani, sulla salute e sulle comunità indigene interessate dai progetti estrattivi, spiegando come alcune banche quali BNP Paribas e ING si stiano “ravvedendo”, tanto da aver adottato politiche e linee guida che limitano il sostegno agli extreme fossil fuels, in un tentativo di rispettare le indicazioni previste dall’Accordo di Parigi sul Clima. Ma altre banche non solo non lasciano, ma raddoppiano. JP Morgan Chase ha aumentato di 21 e 4 volte il supporto economico rispettivamente per il carbone e le sabbie bituminose, superando, insieme alle canadesi Royal Bank of Canada e Toronto Dominio Bank, alcune corrispettive cinesi da anni molto “attive” per quel che riguarda il settore dell’estrazione della polvere nera. Una inquietante tendenza molto probabilmente da imputare alla decisione del presidente statunitense Donald Trump di uscire dall’Accordo di Parigi.

Nella “classifiche” compilate da BankTrack e dalle altre reti globali figura anche l’italiana Unicredit, che investe oltre un miliardo di dollari in carbone ed esplorazioni a profondità estreme. Non a caso l’istituto di credito italiano anche quest’anno ha raccolto voti ben poco lusinghieri da parte dei ricercatori che hanno scritto la pubblicazione. “Proprio adesso che anche la Banca mondiale ha finalmente capito di dover uscire dal business dei combustibili fossili, molte grandi banche commerciali vanno nell’opposta direzione”, ha dichiarato Steve Kretzmann, direttore esecutivo di Oil Change International, tra le realtà che hanno sottoscritto il rapporto.

I casi di studio presentati in “Banking on Climate Change” riguardano una nuova pipeline per lo sfruttamento delle sabbie bituminose in Minnesota, il progetto Jordan Cove in Oregon per un terminal per il gas naturale liquefatto e i nuovi impianti a carbone che la giapponese Marubeni intende realizzare nel Sud-est asiatico.

Luca Manes da Recommon.org

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