Asia centrale ex sovietica: acqua e energia in conflitto

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I fiumi Amu Darya e Syr Darya - Foto: Yale.edu

Ci sono regioni, città e fiumi dell’Asia centrale di cui abbiamo sentito parlare quando a scuola si studiavano le imprese di Alessandro Magno e poi, facendo un salto di più di 2000 anni, quando si è disgregata l’Unione Sovietica. Del Pamir raccontava Marco Polo e a Samarcanda siamo probabilmente arrivati con il cavallo del cantautore Roberto Vecchioni. Eppure tra Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan, Tagikistan e Kirghizistan e lungo i fiumi Amu Darya e Syr Darya (rispettivamente di 2650 km e 2212 km, per fare un confronto il Danubio è lungo 2902 km) incontriamo le stesse decisive questioni che investono altre regioni del mondo più note e popolate, e che interessano il futuro dell’umanità.

Non soltanto il problema della democrazia, sconosciuta o quasi in questi paesi ex sovietici, ma in primis quello dell'acqua. E le vicende si ripetono: gli Stati a monte dei fiumi, che ne posseggono le sorgenti e che ne vogliono utilizzare il vigore per le centrali idroelettriche, contro gli Stati a valle, che intendono utilizzare l’acqua per canalizzazioni a fini agricoli.

Nel caso che stiamo trattando Tagikistan e Kirghizistan, Stati poveri e poco popolati incastonati tra aride montagne ai confini con la Cina, contro gli altri tre Stati di "pianura" ricchi di giacimenti di metano e di carbone. I due Stati più piccoli e più montuosi detengono però tra l'80 e il 90% delle risorse idriche dell'intera regione, mentre il solo Uzbekistan ne dovrebbe consumare circa la metà, soprattutto per irrigare i campi di cotone e di riso. Tutti questi fattori favoriscono il sorgere di tensioni e di veri e propri conflitti per l'acqua.

Al tempo dell'Unione Sovietica le diatribe tra i cinque Stati erano risolte con una semplice equazione: acqua in cambio di rifornimenti energetici. E così è stato fino al 1991, quando sono sorti i vari Stati indipendenti in cui si susseguono colpi di stato, dittature, rivoluzioni, guerre interne e esterne, e in cui la democrazia è un miraggio o per lo meno stenta ad affermarsi. Certamente i decenni del potere sovietico hanno causato danni irreversibili all'ambiente naturale ed umano tra i quali spiccano le contaminazioni nucleari in remoti villaggi kirghizi e nell’intera regione di Semipalatinsk in Kazakistan, teatro degli esperimenti di Stalin direttamente su migliaia di cavie umane.

Esempio eclatante di catastrofe è il lago d'Aral, ormai sulla via del prosciugamento. Questo fenomeno ha avuto un notevole impatto sul corso dei due grandi fiumi della regione: l’Amu Darya non arriva neppure a sfociare nel lago ma si perde nel deserto a causa di una sconsiderata opera di canalizzazione che comprende un imponente canale collegato con il mar Caspio; anche il Syr Darya faceva fino a qualche anno fa la stessa fine ma ora dopo alcuni progetti di ripristino riesce di nuovo ad alimentare il Piccolo lago di Aral.

Numerose sono le organizzazioni sovranazionali che sono sorte in quest’area dopo la fine dell’impero sovietico, ma che per svariati motivi non sono state in grado di coinvolgere tutti i principali attori della regione. I ripetuti meeting non hanno mai risolto le questioni delle materie prime e dell'acqua. Nello scorso aprile, dopo un ennesimo summit fallito, anche il segretario delle nazione unite Ban Ki Moon in un viaggio nella regione si è detto molto preoccupato per le crescenti tensioni. La presenza di numerose basi americane, fondamentali per la guerra in Afghanistan, e di altrettanti contingenti russi, sempre a sostegno dei regimi amici, rendono incandescente la situazione dal punto di vista strategico.

Nel 2005 nasceva solennemente a San Pietroburgo l’EURASEC (Comunità economica Euro-Asiatica cui fa parte anche la Bielorussia), egemonizzata da Mosca, dalla quale però appena tre anni dopo si staccava l’Uzbekistan, il paese più popoloso e più aggressivo retto da vent'anni dal dittatore Islam Karimov (esattamente cinque anni fa in quel paese, presso la cittadina di Andizhan, è avvenuto uno dei massacri di civili più sanguinosi e più nascosti. Amnesty International continua a denunciare ripetute violazioni perpetrate in nome della “guerra al terrorismo”).

Ma in questi anni sta aumentando l’influenza cinese, tramite l’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione (SCO) nota soprattutto per essere un’alternativa strategica e militare alla NATO. In realtà se tra Cina e Russia ci può essere un’alleanza militare ci sarà sempre invece una rincorsa ad accaparrarsi l’energia di queste terre sterminate dell’Asia. E i cinesi stanno vincendo con la costruzione di vari gasdotti come per esempio quello che unisce Turkmenistan e Cina occidentale, oppure l’oleodotto che collega il Kazakistan con lo Xinjiang, e con il progetto di sei strade carrozzabili. Il “grande gioco” dell’Asia centrale si sposta anche qui.

Piergiorgio Cattani

 

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