Argentina: chi è Alberto Fernandez?

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Alberto Fernandez - Foto: Euronews.com

Deserti in stile Grand Canyon, montagne rocciose e vulcani di 6 mila metri ricoperti da ghiacciai, foreste subtropicali di una vegetazione verde brillante, dolci colli dove avanzano delicatamente distese di alberi da frutto intervallate da filari di pioppi. Una miriade di ecosistemi diversi si rincorrono e cambiano a una velocità impressionante, come nel tratto di strada da Purmamarca a Yala nella provincia di Jujuy, dove se ti addormenti per una mezz’oretta, ti svegli e non ti spieghi come la natura si sia potuta trasformare così in fretta. E ancora paesini di provincia, come Cafayate nella provincia di Salta, dove l’architettura coloniale è arrivata a schemi sublimi, immersa in una natura arida e al tempo stesso ricca di minerali, cactus e piante medicinali, così come di vigneti dai quali si creano i vini tra i più pregiati del Cono Sur. Per non parlare delle bellezze mozzafiato che risaltano in quella magica regione, la Patagonia, che per tanti amanti della montagna e dell’alpinismo rimane il vero empireo.

Economicamente una grande speranza all’inizio del ventesimo secolo, avviato verso uno sviluppo eccezionale, con un reddito pro capite comparabile a quello dell’Australia. Nei decenni l’abilità dell’Argentina di aver attratto e accolto persone di radici così differenti e averle riunite, affratellate nel segno dello sviluppo sotto un’identità nazionale ha dell’incredibile, e senz’altro ha molto in comune con la storia degli Stati Uniti, all’estremità opposta del continente americano, anche se in scala più ridotta. In questa “terra dell’argento” si celano tanti cimeli, tanti tesori di questa identità, anche ricavati da quello che era l’Alto Perù – (oggi Bolivia). 

Guardando più in là della triste attualità, l’Argentina è anche questo. Un paese con un’eredità culturale estremamente variegata e sconfinata, che lo scorso 27 di ottobre ha scelto il suo nuovo Presidente, Alberto Àngel Fernàndez, professore di diritto penale di 60 anni, che con oltre il 48% del consenso ha sbaragliato al primo turno le elezioni presidenziali mandando a casa Mauricio Macri, presidente uscente. Un risultato neanche così sorprendente dopo l’amministrazione protocriminale di Macri. Ma chi è veramente Alberto Fernàndez? Già capo del Gabinetto dei Ministri dell'Argentina durante l'intera presidenza di Néstor Kirchner (2003-2007). Peronista moderato, autodefinitosi “liberale progressista”, di basso profilo, negli ultimi anni allontanatosi dalla politica attiva, e richiamato da Cristina Kirchner per farsi carico della candidatura a Presidente, mentre lei (e la sua famiglia) avrebbe gestito i fili da dietro al sipario ricoprendo il ruolo di vice. Un apparente gesto di maturità politica, senz’altro una mossa strategica rivelatasi vincente.

Di fatto avvallando le dure dichiarazioni che lo stesso Fernèndez aveva diretto a Cristina nel 2008, quando si dimise da capo di Gabinetto, all’interno di uno scontro tra il governo e i rappresentanti degli agricoltori. Erano bastati pochi mesi di governo insieme per far emergere tutte le forti divergenze con l’allora leader del governo peronista, specialmente sui temi economici come il controllo di divise. Dalla morte di Nestor Kirchner, Fernàndez no ebbe più remore nell’esprimere il suo distacco da Cristina. “È sicuramente un cattivo governo, dove è molto difficile trovare qualcosa di salvabile o degno di nota", disse Fernàndez nel 2015 a propostio del mandato presidenziale di Cristina, sopraffatta dalle indagini su presunta corruzione nel suo governo. Ma forse la critica più aspra si verificó quando, nello stesso anno, accusó Cristina di aver nascosto gli autori dell'attacco terroristico all’Associazione Mutualità Israelita Argentina (AMIA)il 18 luglio 1994, il più feroce attentato di sempre contro la comunità ebraica argentina.

Divergenze che evidentemente appartengono al passato, ma che non possono che destare dubbi sulla sua coerenza politica. I suoi critici lo considerano camaleontico per aver appoggiato, durante la lunga carriera politica, settori ultraliberali, come quello capeggiato da Domingo Cavallo, e populisti di sinistra come i Kirchner. Dice di voler inaugurare il ramo del liberalismo progressista peronista, nonostante l’estrema polarizzazione che da tempo affligge il continente latinoamericano tra socialisti e neoliberisti. Ma qualcosa sta effettivamente cambiando, si sta iniziando a convertire la rotta. L’elezione di Manuel López Obrador in Messico, i movimenti di protesta della primavera latina che si sono diffusi a macchia d’olio dall’Ecuador, alla Colombia arrivando fino alle violente manifestazioni del Cile di questi giorni, hanno portato una ventata di aria fresca e sono il segno che l’America Latina si sta risvegliando: gli oppressi, sfruttati e dimenticati dai governi di destra stanno riprendendo voce. Secondo l’auspicio di Fernàndez, Messico e Argentina dovranno essere l’asse tra i due baluardi dell’unità popolare dell’America Latina.

Nelle ultime settimane il nuovo Presidente ha già fatto visita a grandi esponenti della sinistra latinoamericana, dal brasiliano Lula da Silva (appena uscito di prigione) all’ecuadoriano Rafael Correa, ai quali ha trasmesso la propria solidarietà “perché vittime di un sistema giudiziario articolato per perseguire i leader popolari latinoamericani”. Intervistato da quest’ultimo ha detto che la giustizia anche in Argentina la giustizia è manipolata dal potere e va riformata. Diversa, invece, la posizione sul Venezuela, che ha qualificato come “governo autoritario”, dove si commettono evidenti “abusi”, anche se si è rinnegato di chiamarlo dittatura. Ha poi voluto assicurare i mercati, vista la catastrofica situazione economica nella quale riversa il paese, sostenendo che con l’aiuto della comunità internazionale rispetteranno i termini del prestito dell’FMI, a differenza delle 8 volte in cui il paese non ha saputo far fronte al debito contratto. Un debito che è cresciuto esponenzialmente negli anni di Macri, con un’inflazione galoppante, e riserve in dollari ai minimi storici. In un anno e mezzo il paese ha ricevuto 45 mila milioni di moneta forte dall’FMI, e nello stesso periodo ne ha visti uscire 40 mila milioni, in un vortice di sfiducia totale. Il che ha causato il crollo della domanda interna, dei consumi, della produzione, creando disoccupazione e povertà, fenomeni realmente già visti nei decenni scorsi, ma sempre più scioccanti per un paese come l’Argentina. 

Il trionfo di Fernàndez è la prova della necessità non solo di un cambio di rotta, ma anche di un nuovo timoniere, con l’augurio che sia più indipendente dai Kirchner di quanto si creda, nonostante il sacrificio realizzato da entrambi per creare el Frente de Todos, cioè “l’unione dei popolari” contro Macri. Fernàndez potrebbe effettivamente sorprendere con una linea politica innovativa, senza grosse interferenze e riconciliare gli screzi emersi tra i popolari che hanno permesso la vittoria del leader di Propuesta Repùblicana nel 2015. Soprattutto considerando le molteplici accuse che pendono su Cristina, il suo obiettivo al momento potrebbe non essere quello di accumulare potere, ma piuttosto di proteggersi da possibili attacchi dei suoi avversari politici, lasciando carta bianca al Presidente. Buona fortuna.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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