Afghanistan: c'era una volta the "cockpit" ⅀

Stampa

Campagna No Dumping

di Marco Braghero IRRE Piemonte - Presidente PeaceWaves

C'era una volta the "cockpit" ⅀

C'era una volta il "cockpit" dell'Asia ovvero l'Afghanistan, così veniva definito il paese millenario piazzato proprio al centro del continente.
Cockpit è il termine con cui si identifica la cabina di pilotaggio degli aerei e dei velieri, ma, come può essere possibile che un paese definito addirittura "cabina di pilotaggio" per le sue importanti vie commerciali (non solo seta⅀), per la sua posizione strategica, per la capacità di trovare nel tempo differenti mediazioni per far convivere religioni, etnie, un paese al centro di fortissime correnti migratorie e soggetto a successive e frequenti invasioni (quale altro paese a voi noto vi ricorda?) possa trovarsi all'inferno?
Un paese ricco di storia, multi etnico, multi religioso, con solide strutture educative, con una costituzione come quella del 1964, avanzatissima anche sotto il profilo dei diritti umani, non esiste più. Non credo alla volontà nichilista della popolazione Afgana che negli ultimi 20/30 anni avrebbe deciso di autodistruggersi, sono propenso a credere che il nostro mondo abbia preferito sacrificare un intero paese per perseguire le proprie logiche di potere.
Al rientro dalla mia quarta missione in Afghanistan, in poco più di un anno, l'impressione che ne ricavo è di un processo ancora una volta interrotto. Sembra che la flebile speranza nata all'inizio del 2002 sia già sepolta.
Dopo più di due decadi di guerra, dopo il solito negativo impatto delle sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU su pressioni di Stati Uniti e Russia nell'ottobre del 1999 ed inasprite il 19 dicembre 2000 con la risoluzione 1333/30, tutte le infrastrutture Afghane sono al collasso in uno stato confusionale. Le strade, le vie di comunicazione, l'irrigazione, il sistema educativo così come il sistema elettrico, quello sanitario e la sicurezza hanno estremo ed urgente bisogno di aiuto e della massima attenzione.
In un paese che detiene il più alto tasso di analfabetismo del mondo (solo 50 anni fa in Afghanistan ci si veniva a studiare, l'università di Kabul è datata 1932), solo il 39% dei ragazzi tra i 6 e i 18 anni è scolarizzato, mentre la percentuale delle ragazze crolla al 3%; la mortalità infantile è di 152 bambini su1000 e 257 su 1000 non superano i 5 anni di vita; 1700 donne su 100.000 muoiono di parto e solo il 23% della popolazione a accesso all'acqua e ai servizi sanitari, l'aspettativa di vita è ancora ferma tra i 44-45 anni, la malnutrizione è ormai endemica e, come indicano le Nazioni Unite, 3.8 milioni di Afghani rischiano di morire di fame e di stenti, ed è la popolazione con la maggior percentuale di profughi e sfollati nel mondo. Fino ad ora, come ci ricorda il ministro Afghano della ricostruzione Farhang, solo il 30% degli aiuti promessi è nelle mani delle autorità Afgane. In questo quadro drammatico la priorità internazionale sembra solo quella di dare la caccia ai terroristi, credo, invece, che la prima cosa da fare sia spostare la priorità dalla morte e dalla vendetta alla vita e al perdono, dalla guerra continua alla ricerca della pace. Ancora una volta abbiamo dovuto imparare una cosa che fin da bimbi alle prese con i castelli di sabbia sappiamo: è più facile, più veloce e forse anche momentaneamente più piacevole distruggere che costruire.
Il bilancio di questi due anni di governo ad interim dice che solo pochi e stentati passi sono stati fatti per la messa in sicurezza del paese e, se si fa eccezione per Kabul, l'Afghanistan sembra ancora un non-paese dove non-persone vivono in un crescente stato di insicurezza e di paura. Proprio l'insicurezza, la paura, quella stessa paura che sembra pervadere l'occidente che, dimentico di tutto, pensa solo in chiave militare e di polizia su come sfuggire al terrorismo, come combatterlo, come "imporre i diritti umani, la democrazia e la pace". Sembra che ancora una volta non si riesca a far tesoro della storia, la nostra storia, non si riesca a proteggere la memoria; sembra che nessuno ricordi gli sforzi, il sangue, la pazienza che richiesero le cosiddette "democrazie mature".
Dovremo ricordarci dei profondi cambiamenti culturali che comporta un processo democratico, che nulla di questo processo può essere imposto o regalato. La democrazia, i diritti umani non si esportano e tanto meno si impongono, ma rappresentano una conquista lenta e molto spesso sofferta della popolazione.
Certamente questa conquista può essere facilitata, sostenuta e accompagnata. Questo dovrebbe essere il ruolo in primo luogo delle Nazioni Unite ed, in ogni caso, dei paesi che intervengono in Afghanistan.
Purtroppo, ancora una volta, l'occidente sta tradendo le aspettative del popolo Afgano, così come quelle di molti altri popoli. Tra i fattori che continuano ad ostacolare la ricostruzione e la risoluzione per vie creative e non violente dei conflitti, non c'è una pervasiva presenza dei terroristi, che hanno già scelto altri più "comodi" lidi, bensì l'interferenza di alcuni stati a favore dell'una o dell'altra fazione e i vantaggi che le stesse fazioni in lotta traggono dall'instabilità interna. A troppi fa comodo un Afghanistan instabile, un buco nero dove i traffici di droga, armi, contrabbando di beni di consumo, la criminalizzazione dell'economia e la possibilità di realizzare prove tecniche di destabilizzazione trovano la necessaria copertura. Ora che anche la "scusa" della pipe line sembra non più urgenza e neppure priorità, l'Afghanistan sembra sempre più solo.
Gli indicatori riguardanti la sicurezza ci dicono, secondo le autorevoli osservazioni di Human Rights Watch (HRW), che la situazione si è progressivamente deteriorata, che c'è un lento e costante ritorno dei Taleban e delle altre forze eversive che incontra anche i favori di una parte della popolazione ridotta allo stremo. Nella provincia, sempre secondo il rapporto di agosto di HRW, si susseguono le rapine, i rapimenti e le violenze soprattutto nei confronti delle donne; le scuole, da poco aperte, stanno chiudendo, i bambini ed i ragazzi sono abbandonati a se stessi, i diritti umani violati in continuazione. La paura blocca ogni possibile azione di ricostruzione del tessuto sociale, soprattutto la paura di essere lasciati nuovamente soli.
In un paese che detiene l'invidiabile primato di avere il 40-50% di vedove, non si riscontra nessuna iniziativa di sistema che si faccia carico di questa gravissima emergenza.
Il rischio non è solo quello di non riuscire a recuperare le "generazioni perdute", (quelle che vanno dai 15 ai 30/40 anni), bensì di perderne altre. Con quale classe dirigente si potrà ricostruire il paese? Quale processo di riconciliazione potrà mai avvenire se le forze presenti sul territorio si preoccupano più del loro posizionamento che di assicurare sicurezza e promuovere i processi di partecipazione democratica?
Da lunedì 11 agosto 2003 i 4600 militari della "alleanza" in missione di peace keeping autorizzata dalle Nazioni Unite denominata ISAF (International Security Assistance Force) sono passati sotto il comando della NATO (North Atlantic Treaty Organization). Questo è un evento storico, in quanto mai in 54 anni di storia la NATO ha operato fuori dall'Europa,
la NATO, invero, dopo l'11 settembre aveva invocato e autorizzato l'intervento secondo l'articolo 5 del trattato costitutivo (attacco per legittima difesa di uno stato membro) che tuttavia non era stato poi di fatto utilizzato dagli USA che decisero di andare da soli con l'ampia coalizione creatasi anche in seguito della forte ondata emotiva. Invocare l'art. 5 per punire l'Afghanistan, a seguito dell'attentato alle Twin Towers, ha rappresentato una evidente violazione del diritto internazionale. Avrebbero potuto richiamarsi alll'art. 4 (- casi di particolari gravità internazionale), oppure al nuovo concetto strategico stabilito al vertice di Washington 23-24 aprile 1999 di azioni in "non articolo 5" (per rispondere alle sfide del nuovo assetto internazionale - terrorismo, crisi regionali -) il fatto che gli alleati abbiano preferito cercare una legittimità rischiosa dal punto di vista del diritto internazionale piuttosto che una piena legittimazione può significare almeno tre fatti:
- la marginalizzazione progressiva della NATO nell'ambito della politica USA: lo dimostra il suo coinvolgimento ex post, ben due anni dopo l'azione militare in Afghanistan.
- Il progressivo disinteresse USA nei confronti dell'Afghanistan è dimostrato anche da questo tardivo coinvolgimento della NATO. Chi tiene il campo ora? Ecco che viene buona la vecchia NATO. Ma, attenzione, i compiti sono ristretti alla sola zona di Kabul e per ora non si parla di allargamento dell'azione al resto del paese nonostante le pressanti richieste dello stesso governo ad interim filo-americano;
- un ulteriore significato è la lontananza e la difficoltà delle Nazioni Unite ad intervenire in modo autorevole nelle aree di maggiore crisi (Afghanistan - Iraq - Palestina).
Cosa potrà fare la NATO ora? Dovrà cercare intanto di non rovinare l'ottimo lavoro svolto fino ad ora dall'ISAF , di estendere il suo mandato al resto del paese per garantire la necessaria sicurezza all'opera di ricostruzione e soprattutto dovrà farsi amare per riaccendere quella fiducia nei confronti degli occidentali che sembra ormai persa.
Dopo la conferenza dei donatori di Tokyo, gennaio 2002, sembrava che, anche se faticosamente, la macchina della ricostruzione potesse mettersi in moto. Oggi, a distanza di un anno e mezzo, sappiamo che solo pochissimi dei dollari promessi sono giunti a destinazione.
I Signori della guerra hanno ripreso il loro posto, addirittura condizionando pesantemente l'ultima Loya Girga (l'80% degli eletti sono "ex" signori della guerra) guidata e sostenuta dagli Americani. I flussi di droga, in un solo anno, sono tornati ad essere importanti al punto che l'Afghanistan è il primo paese produttore. La popolazione si sente ancora una volta tradita e abbandonata da chi aveva promesso di restituirla al mondo "civile".
In questo momento non dovremmo pensare ad uscire dalla missione Afghana per entrare in quella Irakena ma, al contrario, dovremmo rinforzare la presenza e, soprattutto, impegnarci a fondo nei processi di ricostruzione. Questa ricostruzione non sarà così ricca, importante e foriera di businnes come quella in Iraq ma è quella per cui ci siamo impegnati.
Il nostro lavoro nell'ambito della ricostruzione educativa procede con fatica, molti dei donors previsti si sono dissolti come neve al sole ai primi bagliori Irakeni. Noi ci occupiamo dell'educazione superiore, cioè scuole superiori, università ed educazione per gli adulti. Lo facciamo perché siamo consapevoli del vuoto generazionale lasciato dai continui conflitti, del bisogno di ripartire da un forte patto intergenerazionale, del bisogno di una classe dirigente ma soprattutto per prendersi cura di quella fascia d'età (14-30) maggiormente a rischio proprio perché testimone oculare del conflitto e quindi pronta a replicarlo con lo schema tristemente noto della faida (a cui noi poi attribuiamo vari aggettivi: tribale, etnica, religiosa ⅀) Per questi ragazzi senza speranza né prospettive prossime di vita, l'unica certezza è la vendetta, la ricerca della soprafazione dell'altro; il lessico che hanno appreso e, purtroppo interiorizzato, è quello della guerra e della violenza.
Ripartire dal sistema educativo vuol dire offrire speranza, prospettive, vuol dire imparare altri linguaggi, vuol dire sostenere i processi di ricostruzione e dare gambe al difficile percorso di democratizzazione ed al cambiamento culturale necessario per affrontare il futuro prossimo.
Se l'Europa si fosse fatta parte attiva di questo processo ora potremmo fare altri discorsi, ma una azione politica dell'Europa è ancora possibile. Dobbiamo concentrarci su questa possibilità.
Perdere l'Afghanistan non vuol dire perdere un paese e una popolazione, vuol dire soprattutto una sconfitta dell'umanità soprattutto di quella parte che per ricchezza, conoscenza e potere, dovrebbe essere maggiormente responsabile. Questa perdita, ora lo sappiamo, non sarà priva di conseguenze. La risposta della comunità internazionale, ed in particolare dell'Europa, dovrà essere prontamente accompagnata da aiuti economici concreti e consistenti, volti alla ricostruzione del paese ed alla normalizzazione della sua economia, passando da una economia di guerra e "criminale" ad un modello economico sostenibile.
Poiché la credibilità delle Nazioni Unite come attore principale è stata fortemente compromessa sia dalle precedenti sanzioni, sia dalle mancate decisioni prima e durante l'ultimo conflitto, si dovrà cercare la mediazione di paesi autorevoli che non abbiano interessi strategici diretti nell'area.
Il protrarsi della crisi minaccia, inoltre, la stabilità regionale, già indebolita da tensioni economiche e religiose, dalla non risolta guerra Irakena, dalla pericolosità del diffondersi nell'area di armi nucleari e dalla crescente competizione economica internazionale, che vede l'Asia centrale come area di vitale importanza per le sue vaste risorse energetiche.
Dovremo operare affinché la prossima Loya Girga (la grande assemblea tribale, metodo tradizionale con il quale l'Afghanistan ha risolto i conflitti durante la sua storia, la prima è datata1709) non sia nuovamente manipolata come è avvenuto l'ultima volta, ma torni ad essere luogo governato dai rappresentanti del popolo Afgano.
Il nostro intervento non potrà che avere un approccio interculturale e dovrà erigersi su 4 pilastri:
la ricostruzione del sistema educativo e del Welfare;
la trasformazione dell'economia da economia "criminale" e di guerra ad una economia sostenibile;
la soluzione dei problemi urgenti della popolazione: fame, salute e lavoro;
la sicurezza attraverso una giustizia che si faccia carico del perdono.

Ultime notizie

Spazio al bosco, e le specie spariscono

23 Settembre 2019
Che l’uomo intervenga o si assenti, per la sopravvivenza dell’ecosistema avrà sempre una responsabilità. (Anna Molinari)

Giornata del dono, coinvolti centinaia di studenti

22 Settembre 2019
Sono 80 gli istituti scolastici che hanno aderito al progetto #DonoDay2019, realizzato in collaborazione con il Miur. 

Abbiamo solo 11 anni per salvare la nostra specie

21 Settembre 2019
Ci avviciniamo al prossimo evento, venerdì 27 settembre, organizzato dai giovani dei "Fridays for Future”. (Lia Curcio)

La guerra nel nome della pace

20 Settembre 2019
Attorno ad Idlib continuano i combattimenti, la fuga dei cittadini, le morti, le distruzioni. Il ruolo della Turchia è sempre più ambiguo, nei suoi giochi anti-curdi tra Mosca, Washington e Damasco...

Presidenziali in Tunisia: vincono astensione e populismo anti-casta

20 Settembre 2019
Al ballottaggio per eleggere il nuovo presidente tunisino si affronteranno due candidati controversi e fuori dagli schemi tradizionali. (Ferruccio Bellicini