Debito estero

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"Il meccanismo del debito estero è il meccanismo che in un certo senso costringe i Paesi del Sud del mondo a fare rapina del loro ambiente del quale, però, beneficiamo tutti noi". (Alexander Langer)

 

Introduzione

È grazie alla società civile che nel corso degli ultimi due decenni si è preso coscienza del problema che il debito estero comporta per i Paesi del Sud del Mondo e della sua ingiustizia di base. Grazie alle campagne di sensibilizzazione e alla formulazione di richieste e soluzioni praticabili concretamente per alleviare la sofferenza che questo onere provoca alle popolazioni, anche governi e istituzioni hanno dovuto prendere atto che la cancellazione del debito è un primo passo verso il decollo economico e sociale di questi paesi. Nel 1996 il Fondo Monetario Internazionale diede inizio all'iniziativa HIPC che (Heavily Indebted Poor Countries), mentre al vertice dei G7 del 1999 che si tenne a Colonia, i 7 paesi più industrializzati del mondo – dopo la consegna di circa 20 mila firme da parte dei responsabili della campagna Jubilee 2000 - decisero di annullare una parte del debito agli stati più poveri. Seguiranno poi l'iniziativa HIPC rafforzata, le decisioni del Club di Parigi in favore della cancellazione, anche se parziale, e le iniziative bilaterali dei governi creditori tra i quali anche l'Italia.

 

L’origine del debito nei Paesi del Sud del mondo

Gli eventi che fecero aumentare in maniera esponenziale il debito per i Paesi del Sud del Mondo, si verificarono principalmente negli anni '70. La crisi economica degli Stati Uniti, dovuta alle enormi risorse destinate alla Guerra in Vietnam (conclusasi nel 1973), portò il Presidente Richard Nixon a dichiarare nel 1971 la non convertibilità del dollaro. Fino ad allora - tra le regole stabilite a Bretton Woods nel 1944 – c'erano anche: l'aggancio di tutte le monete mondiali al dollaro, il quale a sua volta era legato all'oro (Gold Exchange standard) e il sistema dei cambi fissi. Dalla non convertibilità del dollaro in poi (Dollar Exchange Standard) inizia l'era dei cambi variabili, che determinerà incertezza generale e mancanza di fiducia nelle monete dei paesi poveri.

Le due crisi petrolifere del 1973 e del 1979 e l'apprezzamento del dollaro furono elementi determinanti. A seguito del primo 'shock oil', determinato dal conflitto Arabo-Israeliano, i paesi Opec (organizzazione dei paesi produttori di petrolio all'epoca formata da: Algeria, Gabon, Libia, Nigeria, Iran, Iraq, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Ecuador, Venezuela) decisero di limitare l'offerta del greggio: una strategia che fu seguita anche dalle sette maggiori compagnie di petrolio al mondo e che portò al quadruplicarsi del prezzo del petrolio con la conseguenza di un ampio afflusso di denaro (petrodollari) nelle tasche dei petrolieri che vennero depositati presso le banche internazionali, principalmente statunitensi. Ciò indusse le banche ad abbassare i tassi d'interesse sui prestiti e numerosi governi dei Paesi in Via di Sviluppo, incentivati anche dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, videro un'occasione favorevole per il proprio sviluppo. Il momento risultò molto favorevole per chiedere prestiti, i soldi avrebbero dovuto far fronte ai bisogni della popolazione, nella pratica però, molto spesso vennero usati per sostenere governi dittatoriali e corse agli armamenti. Chi concesse i prestiti non si preoccupò di come questo denaro sarebbe stato speso, né delle reali garanzie che ne assicurassero la restituzione. É qui che inizia ad accumularsi il debito dei Pesi del Sud del mondo.

Il caro petrolio causò anche una notevole inflazione che colpì principalmente i paesi industrializzati carenti di petrolio (come Italia e Giappone). Nel 1978-79 ci fu poi una seconda crisi dei prezzi del greggio, che quintuplicarono rispetto all'aumento del '73. Margaret Thatcher – primo ministro del Regno Unito - e Ronald Reagan – presidente degli Stati Uniti - decisero di affrontare la crisi utilizzando un approccio monetarista, rialzando i tassi di interesse nei loro rispettivi paesi. L'operazione si estese poco dopo a tutta l'Europa e al mondo intero e portò a un periodo di recessione. Durante questa fase ci fu un apprezzamento del dollaro, (causato dalla crescita della domanda di dollari, necessari per comprare titoli di stato statunitensi) il cui tasso di cambio raddoppiò verso la sterlina, il marco tedesco e il franco svizzero, quadruplicò nei confronti della lira italiana e più che decuplicò verso le altre valute del Sud del mondo. Le politiche monetarie protezionistiche degli Stati Uniti, il dollaro rafforzato, i cambi fluttuanti e l'aumento dei tassi di interesse sono tra le principali cause della crescita smisurata dell'indebitamento dei PVS, talmente elevata da metterne in discussione la solvibilità.

 

La dichiarazione di insolvibilità del Messico e il Washington Consensus

Nel 1982 il Messico dichiarò di non poter restituire il suo debito. Per evitare una reazione a catena che avrebbe potuto portare a un ritiro simultaneo del denaro dalle banche, con una conseguente crisi simile a quella del 1929, il Fondo Monetario e la Banca Mondiale subentrarono in molti crediti delle banche commerciali, consentendo così il flusso di nuovi capitali. Questa operazione però aumentò ulteriormente l'ammontare del debito e in cambio di questo salvataggio d'urgenza i paesi debitori dovettero accettare i cosiddetti Piani di Aggiustamento Strutturale (PAS). Questi avrebbero garantito la stabilizzazione della bilancia dei pagamenti e l'apertura delle economie dei paesi indebitati al mercato globale. Ai costi economici dunque iniziarono a sommarsi “costi politici”, primo fra tutti la limitazione della sovranità dei paesi beneficiari dei prestiti del FMI. Le politiche di aggiustamento strutturale sono conosciute anche come Washington Consensus (dalla città sede del Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale).

L'imposizione di queste misure – nell'intenzione dei suoi sostenitori - avrebbe garantito la buona salute dell'economia del paese che ha contratto il debito, assicurando così la restituzione dello stesso al paese o all'istituzione che lo ha concesso. In particolare il Fondo Monetario sostenne che i PAS avrebbero aperto la strada ad una nuova fase di crescita economica a partire dagli anni '90.

Le ricette del FMI furono seguite da molti paesi, dall'America Latina all'Africa al Sud Est Asiatico. Nella realtà - in tutti i casi dove furono applicate - le privatizzazioni di enti pubblici hanno portato ad ampi licenziamenti, la rimozione dei dazi sul commercio all'ingresso di merci straniere, più competitive e a volte sovvenzionate nei paesi creditori, danneggiando così l'agricoltura e l'industria interne. La riduzione dei vincoli sociali per gli investitori esteri e la svendita delle risorse naturali ed umane finalizzata all'aumento delle esportazioni ha favorito un impoverimento della popolazione dovuto anche alla riduzione generalizzata dei salari e alla fuga delle aziende straniere, che non dispongono più di un mercato interno a cui vendere i propri prodotti.

 

Conseguenze delle politiche di aggiustamento strutturale e nuove strategie per far fronte al debito

Il meccanismo messo in piedi dal FMI non ottenne i risultati sperati, e nella seconda metà degli anni '80 all'interno della stessa istituzione, si cominciò a studiare una nuova strategia. Inizialmente l'unico strumento impiegato per migliorare la situazione dei paesi debitori era stato lo spostamento in avanti delle scadenze (ricadenzamento) oppure il rifinanziamento degli arretrati. Solo alla fine degli anni '80, quando risultò evidente che la ristrutturazione del debito verso scadenze più lunghe faceva aumentare il debito totale - per via della capitalizzazione degli interessi - i creditori si resero conto che alcuni debiti non sarebbero mai stati estinti, anche se nel frattempo questo aveva procurato forti guadagni ai creditori. A partire dal 1986 con il Piano Baker e nel 1989 con il Piano Brady, vennero adottate una serie di nuove misure mirate a ridurre il debito per i Paesi altamente indebitati. Le iniziative vennero guidate dal Club di Parigi, l'organizzazione che mette insieme i 19 Governi che vantano maggiori crediti (gestisce il 70% di tutti i crediti bilaterali ufficiali, che a loro volta costituiscono la metà dei debiti esteri). Anche questi piani si rivelarono comunque inefficaci.

Nel 1996 la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, decisero la cancellazione fino al 90%, del debito dei 41 paesi più poveri mettendo in piedi la cosiddetta iniziativa Heavily Indebted Poor Countries (HIPC). Per essere ammessi alla lista dei Pesi beneficiari della cancellazione però era previsto un percorso estremamente lungo e burocratico - oltre all'imposizione di nuove condizioni “politiche”. Dei 41 paesi potenziali beneficiari dell'iniziativa solo pochissimi sono riusciti ad avere una reale cancellazione.

Le crisi nei paesi indebitati non mancarono neppure dopo queste novità, di particolare entità e rilevanza quelle del Sud-est Asiatico del 1997 e quella Argentina del 2001, paesi che furono considerati poco tempo prima come esempi positivi dei risultati delle nuove politiche del FMI. Dopo queste crisi furono numerose le voci critiche che si levarono contro le riforme strutturali, comprese quelle di esperti che lavorarono per le stesse IFI. Secondo questi analisti, le politiche strutturali hanno l'obbiettivo, più che di garantire la stabilità, di rendere l'economia facile preda dei capitali stranieri, e dello sfruttamento da parte delle multinazionali delle risorse locali.

 

La società civile e la richiesta di cancellazione del debito estero

Già a partire dagli anni '80 numerose organizzazioni della società civile hanno iniziato a chiedere a governi e istituzioni internazionali una politica mirata alla cancellazione dei debiti contratti dai paesi poveri.

I sostenitori dell'annullamento del debito hanno delle argomentazioni sia di tipo morale che di tipo economico. Molti dichiarano che la povertà e il debito di molti paesi del Sud del Mondo sono spesso riconducibili a responsabilità dirette da parte delle stesse nazioni industrializzate che vantano i maggiori crediti nei confronti di questi paesi. In questo senso, l'annullamento del debito viene inteso non come un atto di bontà, ma come un atto di giustizia. Se si tiene conto delle somme dovute all'origine e di quelle pagate, considerando le variazioni di valore di tutte le valute in gioco, e sopratutto il fatto che l'ammontare iniziale viene incrementato dagli interessi che a loro volta diventano capitale sul quale si ricalcola l'interesse, si può capire perché molti sostengono che il debito in realtà sia già stato pagato, e in qualche caso anche più volte.

Altra argomentazione molto importante è quella che sostiene la tesi secondo cui gran parte del debito delle nazioni povere fu accumulato da regimi dittatoriali militari che furono poi destituiti. Si parla in questo caso di Debito Odioso, per indicare un debito contratto da un dittatore, non per far fronte ai bisogni della popolazione, ma per mantenere il suo potere. La dottrina del debito odioso è stata formulata da Alexander Sack (ex-ministro dello zar russo). Il Comitato per l’annullamento del debito de Terzo mondo (CADTM ), così come altri movimenti e vari studiosi stanno analizzando da tempo i debiti del Terzo mondo da questo punto di vista giuridico (i debiti contratti nei periodi di dittatura nella Repubblica Democratica del Congo, Rwanda, Filippine, Indonesia, Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Nigeria, Togo, Repubblica Sudafricana, hanno tutte possibilità di rientrare in questa categoria di debiti) e non sarebbe cosa da poco, visto che i popoli di questi paesi sono ancora oggi costretti a rimborsare i “debiti odiosi” ricorrendo a nuovi prestiti. Un fatto curioso è che la questione sul debito odioso fu sollevata da George W. Bush in riferimento all'Iraq. Il presidente americano nel 2003, in occasione di un incontro tra i paesi del G8, chiese alla Francia, alla Germania e alla Russia (che si erano opposte alla guerra contro l’Iraq) di rinunciare ai loro crediti nei confronti dell’Iraq. Una sorta di ricatto che in cambio della legittimazione alla guerra avrebbe concesso la possibilità ai paesi europei di prendere parte agli investimenti per la ricostruzione. Nel maggio 2007 i Paesi partecipanti alla conferenza sull'Iraq a Sharm el Sheikh, decisero di cancellare 30 miliardi di dollari del debito iracheno (che secondo il ministro delle Finanze iracheno, Bayan Jabr si aggirava tra i 40 e i 50 miliardi di dollari).

C'è anche chi parla di debito ecologico, per spiegare come i paesi industrializzati del Nord del mondo abbiano contratto un debito ecologico insostenibile nei confronti dei Paesi poveri, depredandoli per secoli delle loro risorse naturali e utilizzandoli attualmente come pattumiere di rifiuti tossici di tutti i tipi. L’enorme danno ambientale con conseguenze disastrose per la salute di intere popolazioni - secondo questi studiosi - superano di gran lunga, in termini economici, il debito estero dei paesi del Sud.

Chi si oppone alla cancellazione del debito sostiene invece che una eventuale cancellazione corrisponda a un assegno in bianco consegnato a governi corrotti, che spesso non usano questi fondi per combattere le povertà. Inoltre, la cancellazione del debito viene giudicata ingiusta nei confronti di quei paesi che hanno fatto sacrifici per non indebitarsi. La cancellazione costituirebbe poi un precedente che potrebbe spingere i paesi del Terzo Mondo a indebitarsi in modo incosciente sperando in una futura cancellazione. Chi si oppone alla cancellazione del debito preferirebbe vedere le stesse somme utilizzate per piani di aiuto specifici.

 

Le campagne di sensibilizzazione per la cancellazione del debito

La cancellazione di tutti i debiti - divenuti insostenibili - dei paesi poveri entro l'anno 2000 è stato l'obiettivo di una grande coalizione internazionale, ideata nel 1996 da Christian Aid in Gran Bretagna denominata Jubilée 2000. Nell'ottobre 1997 nell'ambito della 2° Assemblea dell'ONU dei Popoli, tenutasi a Roma è nata la Campagna nazionale "Sdebitarsi. Per un millennio senza debiti", che operava in collegamento con Jubilée 2000. Insieme alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) si impegnarono nella sensibilizzazione del governo italiano sul tema della cancellazione del debito e dell'adozione di programmi per favorire democrazia e sviluppo utilizzando come mezzi le stesse risorse liberate dalla cancellazione del debito. Durante il Giubileo del 2000, anche Giovanni Paolo II si espresse a favore della cancellazione del debito con la lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente. Make Poverty History portò avanti una vasta serie di iniziative in tutto il mondo fra il 2005 e il 2006. E' formata da una coalizione internazionale di ONG, gruppi religiosi, sindacati, aziende e celebrità che organizzò numerosi eventi, compresi concerti in diverse città del mondo ai quali parteciparono numerosi artisti, con l'obiettivo di rendere noto il problema anche ai più giovani. La campagna nell'insieme faceva capo all'associazione internazionale Global Call to Action against Poverty. Le reti che hanno portato avanti le campagne sulla cancellazione del debito, sono tutt'ora impegnate sui temi del debito estero, dell'aggiustamento strutturale e sulle responsabilità politiche e finanziarie della BM e del FMI nei confronti dell'indebitamento del Sud del mondo.

Il migliore risultato ottenuto da queste organizzazioni è sicuramente quello di avere reso noti al mondo intero i problemi del sud del mondo, spesso sentiti dalla gente come lontani, e irrisolvibili, o peggio ancora come una sfortuna alla quale niente e nessuno può porre rimedio. Alcune delle concrete proposte presentate per far fronte al problema erano: Il miglioramento dell'iniziativa a favore dei paesi gravemente indebitati (HIPC); l'ammissione veloce di tutti i 41 Paesi poveri ed altamente indebitati nel processo di negoziazione; un periodo più breve di attuazione dei piani di ristrutturazione economica e la cancellazione non solo del 90%. ma di tutti i debiti ufficiali; la subordinazione dell'annullamento del debito ad un investimento per lo sviluppo umano; il cambiamento della struttura delle istituzioni finanziarie internazionali; una politica più decisa a favore della cancellazione o riduzione del debito bilaterale e multilaterale, con strumenti innovativi che tengano conto dell'impegno del paesi indebitati verso lo sviluppo sociale e la protezione ambientale.

 

La ‘Heavily Indebted Poor Countries’ rafforzata e la cancellazione del debito da parte dell’Italia

Il primo risultato tangibile delle incisive campagne di sensibilizzazione prima descritte, fu la decisione del G7/G8 nel 1999, che avviò un processo di revisione della HIPC che qui prende il nome di HIPC rafforzata. Anche se il suo meccanismo non è certo meno complesso di quello precedente e prevede tre stadi prima di arrivare alla cancellazione (pre-decision point – decision point – completion point) definitiva dell'ammontare del debito (non più di una sola parte). La novità rilevante è il Poverty Reduction Strategy Paper. Che si differenzia dai Piani di Aggiustamento Strutturale perché in questo caso l' obiettivo istituzionale è quello di rafforzare la capacità dei governi di gestire programmi di sviluppo sociale e lotta alla povertà, permettendo così anche maggiore coerenza degli interventi della Banca mondiale e del FMI in tema di lotta alla povertà.

In Italia, il 28 luglio 2000 il Parlamento, sulla spinta delle richieste della campagna Sdebitarsi che raccolse milioni di firme, approvò la legge n. 209/2000, sulla cancellazione del debito per i Paesi che hanno raggiunto il “completion point” nell’ambito dell’Iniziativa HIPC, e i Paesi non-HIPC con un reddito pro-capite annuo inferiore a 380 USD.

 

Dal debito dei governi al credito dei popoli: per una globalizzazione dal volto umano

La cancellazione del debito da sola non risolve in maniera definitiva i problemi del Sud del mondo - se non accompagnata da nuove regole per evitare che il debito si accumuli nuovamente - l' esperienza dei movimenti della società civile mostra che una forma di partecipazione democratica sembra essere più vicina rispetto ai decenni passati, e capace di contribuire alla soluzione dei problemi globali. Il fenomeno del debito è solo una parte delle conseguenze che ha portato il processo di globalizzazione sfrenato. E' necessario trovare soluzioni che valorizzino i mercati interni dei paesi indebitati, rendendoli sempre meno dipendenti dai paesi occidentali, garantendo la sovranità alimentare, favorendo forme di microcredito e di finanza solidale, sopratutto un commercio equo, che rendano possibile la trasformazione del “debito dei governi al credito dei popoli” come auspicato al Social Forum di Nirobi del 2007. Nuove regole e nuove negoziazioni devono essere alla base di quella che anche l 'Onu ha definito globalizzazione dal volto umano.

 

Tabelle e dati

- Lista dei 41 Paesi eleggibili da FMI e BM all'iniziativa HIPC (Fonte Banca Mondiale marzo 2008)

- Lista dei paesi del mondo ordinata per ammontare di debito estero (Fonte CIA – The World Factbook 2008)

- Pubblicazione dell'Unesco sulla ‘Globalizzazione dal volto umano’ (in .pdf)

 

Bibliografia

Joseph Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi 2002,

George Monbiot, L'era del consenso, Longanesi 2004,

Jeffrey D. Sachs, La fine della povertà, Arnoldo Mondadori Editore 2005,

Luciano Gallino, Globalizzazione e disuguaglianze – Editori Laterza 2000,

Michel Chossudovsky, La globalizzazione della povertà, Edizioni Gruppo Abele 1998, Damien Millet, Eric Toussaint, Chi sono i padroni del mondo? 50 domande sul debito estero dei paesi poveri, Il punto d'incontro, 2006,

Miguel Ortega Cerdá - Daniela Russi, Il debito ecologico, Emi, 2003.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Elvira Corona)

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Istituzioni e Campagne

Internazionali e nazionali

Istituzioni finanziarie

Organismi dell'Onu

  • UNDP: Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo

 

Campagne e associazioni per la cancellazione del debito

Video

Jovanotti SanRemo 2000: Cancella il debito