OGM

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"Se controlli il petrolio, controlli le nazioni, se controlli gli alimenti, controlli i popoli". (Henry Kissinger)

 

Introduzione

La definizione ufficiale, ripresa anche negli atti legislativi, indica come organismo geneticamente modificato (ogm) quell’organismo il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto si verifica in natura attraverso un incrocio o una ricombinazione. La creazione del primo ogm risale addirittura al 1973, anche se la prima pianta transgenica fu prodotta nel 1983 e solo undici anni più tardi fu autorizzata, negli Stati Uniti, la commercializzazione del primo prodotto di una pianta transgenica, il pomodoro Flavr Savr, che però si rivelò un vero e proprio flop commerciale.

In campo agroalimentare sono state finora utilizzate prevalentemente due tecniche transgeniche: la tecnologia Roundup-Ready, che conferisce la tolleranza agli erbicidi, e la Bt, che conferisce la resistenza agli insetti. Ad oggi le manipolazioni più comuni dei prodotti alimentari riguardano la soia e il mais.

Secondo gli ultimi dati forniti dall’ISAAA (International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications) nel 2008 sono ormai saliti a 25 i Paesi che coltivano piante gm. Gli Stati Uniti sono il Paese che coltiva il maggior numero di tipologie di piante geneticamente modificate (oltre a soia e mais troviamo il cotone, la colza, la zucca..) e vantano la più ampia superficie coltivata con ogm, più di 62 milioni di ettari.

Ma l’agricoltura biotech sta prendendo particolarmente piede anche nei Paesi meno sviluppati. L’Africa e soprattutto l’America Latina sono le aree dove si è maggiormente diffusa: la soia geneticamente modificata, ad esempio, è ormai presente in Argentina, Brasile, Cile, Paraguay, Messico, Colombia, Bolivia ecc., mentre nel continente africano, oltre al Sud Africa, dall’anno scorso si possono annoverare come Paesi produttori di ogm anche l’Egitto e il Burkina Faso.

 

I favorevoli

Oggi, anche in Italia, gran parte della comunità scientifica sembra ormai concordare sulla non pericolosità dei prodotti geneticamente modificati (gm) per la salute umana. La questione va al di là dell’aspetto scientifico; è quindi necessario valutare non solo l’ambito sanitario ma anche quelli economico, sociale, ambientale, culturale. Proprio perché tema dall’ampio respiro e dalle innumerevoli ripercussioni, quello degli ogm è un argomento che divide nettamente i giudizi dell’opinione pubblica e degli attori coinvolti.

Una questione già di per sé complessa, è poi ulteriormente complicata dal fatto che l’agricoltura biotech muove degli interessi economici così ingenti, che ogni soggetto implicato cerca di operare un’attività di lobby e propaganda a vantaggio delle proprie teorie. È questa l’accusa che viene rivolta innanzitutto alle multinazionali produttrici delle sementi e delle piante gm, ma è anche l’attacco sferrato, soprattutto in Italia, da parte di chi vede nel rifiuto politico agli ogm solo un miope interesse economico per salvaguardare alcuni agricoltori e non la maggioranza della popolazione.

Secondo questi ultimi, infatti, gli ogm non solo non sarebbero meno “naturali” degli altri, dal momento che l’agricoltura stessa non è altro che il frutto di secoli di incroci volti proprio al miglioramento genetico, ma apporterebbero notevoli vantaggi sanitari, ambientali e anche economici. Per coloro che sono favorevoli, infatti, i prodotti gm sono più sicuri di quelli convenzionali e biologici perché sono per legge sottoposti a maggiori controlli (del resto non si è finora riscontrato alcun caso di allergia o tossicità imputabile direttamente ad essi) e offrono la possibilità di inserire al loro interno il gene capace di sviluppare sostanze farmacologiche capaci, ad esempio, di effettuare una vaccinazione di massa.

Per quanto riguarda la protezione ambientale, le applicazioni delle piante geneticamente modificate sono numerose: innanzitutto la loro resistenza ai parassiti permetterebbe di non utilizzare più pesticidi, si potrebbero poi coltivare piante capaci di depurare i suoli dagli inquinanti industriali, inoltre si salvaguarderebbe più efficacemente la biodiversità. Partendo infatti dalla constatazione che a mettere in pericolo gli ecosistemi e la biodiversità non sono le coltivazioni di ogm ma le coltivazioni tout court e più in generale ogni intervento umano, si considera che grazie alla maggior resa delle piante gm si potrebbero ridurre le superfici coltivate e restituirle alla natura.

Ma l’argomento più significativo per i sostenitori degli ogm riguarda la possibilità di combattere efficacemente la fame nel mondo, tema sul quale sono riposte così tante speranze che la stessa FAO e persino il Vaticano sembrano favorevoli al loro utilizzo. Dal momento che la popolazione mondiale è in costante crescita, la soluzione migliore è quella di aumentare la produttività delle superfici coltivabili, che a loro volta possono essere incrementate grazie a geni che rendano possibili le coltivazioni in ecosistemi finora proibitivi. Inoltre per contrastare la malnutrizione si può accrescere il contenuto nutrizionale endogeno di alcuni prodotti agricoli, a beneficio di quelle popolazioni che non hanno una dieta variegata.

 

I contrari

Le organizzazioni ambientaliste, la maggior parte dei coltivatori (in special modo quelli biologici) e anche la maggioranza delle forze politiche (l’alternanza di ministri per le politiche agricole di destra e sinistra non ha modificato le posizioni governative sugli ogm) sono i più contrari all’introduzione delle sementi geneticamente modificate per gli effetti negativi che esse potrebbero produrre sull’uomo e sull’ambiente senza offrire, in cambio, neppure una valida contropartita economica per gli agricoltori.

Rispetto alla salute umana, molti esperti sostengono che i regolamenti che disciplinano i controlli obbligatori sono così vaghi e aleatori da permettere alle multinazionali di aggirarli facilmente, ma soprattutto sottolineano come i test sui prodotti transgenici vengano condotti solo nei laboratori delle industrie biotech: ciò significa che le agenzie o le commissioni preposte ad autorizzare tali prodotti possono valutarli solo in base ai risultati forniti dalle stesse multinazionali produttrici.

Benché finora non si siano riscontrati effetti negativi sulla salute umana, è pur vero che gli studi, soprattutto sulle conseguenze a lungo termine, sono ancora insufficienti: un test condotto dal prof. Pusztai (pubblicato sulla rivista The Lancet 1999, n. 354, p. 1353) ha dimostrato però come il sistema immunitario di topi nutriti con alimenti transgenici si indebolisca.

In merito alle ripercussioni ambientali, coloro che avversano l’utilizzo di ogm evidenziano innanzitutto che le piante gm oggi più diffuse sono quelle che tollerano i diserbanti, che quindi possono essere usati liberamente e in modo indiscriminato, spingendo di fatto gli agricoltori ad aumentarne l’utilizzo per essere sicuri di azzerare le perdite nel raccolto. D’altronde il fatto che le multinazionali produttrici di organismi in grado di resistere ai pesticidi siano le stesse che commerciano i diserbanti, lascia intuire che non vi sia alcun interesse a renderli inutili. La biodiversità sarebbe poi sottoposta a un grave pericolo, quello della contaminazione. La coesistenza tra piantagioni di ogm e quelle tradizionali o biologiche implicherebbe infatti o un elevatissimo rischio di ibridazione dovuto allo spostamento del polline, o costringerebbe i coltivatori a delle misure eccezionali per tenere isolato il proprio campo con costi altissimi.

Ciò significherebbe che o gli agricoltori dovrebbero spendere cifre ingenti per salvaguardare la propria produzione, oppure che la soglia dello 0,9% di contaminazione di ogm (che oggi a livello europeo indica il limite massimo perché un prodotto possa ancora essere considerato convenzionale o biologico) sarà superata molto facilmente, provocando prevedibili danni economici a un Paese come l’Italia che è uno dei maggiori produttori di alimenti biologici e che è caratterizzato da numerosi appezzamenti di piccole e medie dimensioni.

Non a caso anche l’opinione pubblica italiana sembra particolarmente restia di fronte alla possibilità di utilizzare ogm. Sempre dal punto di vista economico, non va dimenticato che, grazie ai regolamenti in vigore per i brevetti, i coltivatori sono tenuti a pagare le multinazionali per le sementi gm ogni volta che esse vengono utilizzate, e questo naturalmente vale anche per gli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo, rendendo particolarmente costoso (visto che si è in regime di oligopolio) la coltivazione di ogm. Inoltre diversi economisti sono dell’opinione che, se gli ogm aumentassero realmente la produttività abbassando nel contempo i costi di produzione, ciò provocherebbe una contrazione tale dei guadagni dei produttori da mettere a rischio qualunque beneficio per il mondo agricolo.

 

Chi ci guadagna davvero?

Al di là delle innumerevoli contrapposizioni tra i vari attori coinvolti nel dibattito, sussiste un aspetto sul quale tutti sembrano concordare, ossia gli incredibili guadagni che le sementi gm generano per le multinazionali produttrici. Pare infatti che esista un settore che non risente affatto della crisi economica globale ma anzi abbia aumentato i proventi nel 2008 e prevede ulteriori crescite per il 2009.

Secondo una ricerca effettuata dal Cropnosis (organismo internazionale che studia il mercato delle sementi transgeniche) il valore del mercato delle sementi gm è arrivato nel 2008 attorno ai 7,5 miliardi di dollari e le stime per il 2009 prevedono un ulteriore aumento che dovrebbe attestarsi sugli 8,3 miliardi circa.

Del resto è sufficiente valutare le cifre delle tre principali multinazionali impegnate nel biotech. La multinazionale statunitense Monsanto, leader nel settore, ha registrato un aumento degli utili di circa il 104%; la DuPont, anch’essa americana, prevede per i prossimi cinque anni un aumento del 15% degli utili sia nel settore Nutrizione che in quello Agricoltura; la Syngenta (svizzera) ha chiuso il 2008 con 11,6 miliardi di dollari di vendite, frutto di un forte aumento sia nel settore delle sementi che in quello dei pesticidi (dato che sembra dunque confutare, almeno ad oggi, la diminuzione dell’utilizzo dei pericolosi agenti chimici). Simili numeri sono dovuti essenzialmente a tre fattori: il primo, di carattere contingente, è legato all’incredibile aumento del prezzo del petrolio nella prima metà dell’anno scorso, aumento che ha fatto impennare l’interesse per i biocarburanti; gli altri due, invece, dipendono dall’aumento dei terreni coltivanti con le sementi gm e dall’obbligo di pagare i brevetti alle multinazionali.

Secondo l’ISAAA dal 2007 al 2008 si è registrato un incremento dei terreni coltivati del 9,4%, passando da114,3 milioni di ettari a 125 milioni, mentre se si prende come riferimento il 1996 (anno della prima commercializzazione) l’aumento della superficie coltivata supera addirittura il 70%! Questo significa anche che 1/10 di tutti i terreni lavorati nel mondo sono ormai coltivati con sementi gm. Per quanto riguarda i brevetti bisogna ricordare che gli accordi Trips (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) nell’ambito del Wto, considerano brevettabile anche la materia vivente e impongono una tutela del diritto di proprietà intellettuale per almeno venti anni. Da ciò deriva che le multinazionali come Monsanto sono tenute ad esigere non solo il pagamento per la licenza tecnologica ma anche che le sementi acquistate non si tornino ad utilizzare l’anno seguente senza pagare i diritti derivanti dal brevetto.

 

La legislazione europea

La politica europea nei confronti degli ogm è stata caratterizzata fin dall’inizio da maggiore cautela e precauzione rispetto agli Stati Uniti, tanto che nel 2003 Washington non ha mancato di accusare l’UE di una vera e propria moratoria verso i prodotti transgenici.

Oggi il quadro legislativo dell’Unione Europea nel settore delle biotecnologie è regolato essenzialmente da tre normative del Parlamento Europeo e del Consiglio:

- Regolamento n. 178/2002 “Requisiti generali della legislazione alimentare europea e istituzione dell’EFSA”

- Regolamento n. 1829/2003 “Alimenti e mangimi geneticamente modificati”

- Regolamento n. 1830/2003 “Tracciabilità ed etichettatura di prodotti alimentari e mangimi ottenuti da ogm” (recante modifica della Dir. n. 2001/18)

Questi regolamenti hanno permesso di sostituire il principio dell’Equivalenza Sostanziale (secondo cui un prodotto geneticamente modificato e il suo “parente naturale” sono equivalenti quando i loro due componenti chimici non differiscono in modo sostanziale) con il Principio di Precauzione (già promosso dalla Carta della Natura dell’ONU) secondo il quale chi voglia commercializzare determinati prodotti è tenuto prima a fornire tutte le dimostrazioni capaci di confutare ogni dubbio sulla loro pericolosità per l’ambiente e la salute dell’uomo. Oggi quindi chi vuole commercializzare un ogm o prodotti derivanti da ogm deve presentare richiesta all’autorità predisposta di uno Stato membro, che a sua volta deve avvertire l’EFSA (European Food Safety Authority) e fornirle tutta la documentazione in merito. Spetta poi all’EFSA avvertire la Commissione, che si pronuncerà in merito all’autorizzazione anche in base al parere tecnico scientifico dell’EFSA stessa.

Nonostante il parere negativo del Parlamento europeo, nel giugno 2007 la Commissione ha approvato un Regolamento che consente la contaminazione da ogm dello 0,9% anche nei prodotti biologici (come avviene da tempo per i “prodotti convenzionali”). L’obiettivo era quello di avvantaggiare i produttori sgravandoli dagli ingenti costi di controllo ma paradossalmente sono stati gli stessi coltivatori bio i primi a protestare contro questa decisione. Soprattutto in Italia, le opposizioni sono state molto forti sia da parte del mondo agricolo che di quello politico. Il nostro Paese, infatti, è da anni il più intransigente contro qualsiasi introduzione di prodotti gm, anche se ha comunque l’obbligo di sottostare alle Direttive e ai Regolamenti comunitari.

 

Bibliografia

- Sala, F. Gli ogm dono davvero pericolosi? Roma - Bari, Laterza, 2005

- Monastra, G. “Maschera e volto” degli OGM Roma, edizioni Settimo Sigillo, 2002

- Nardone C. Cibo biotecnologico: tra globalizzazione e rischio di sviluppo agro-alimentare insostenibile Benevento, Hevelius Edizioni, 1997

- Robin, M.M. Il mondo secondo Monsanto Arianna editrice, 2009

Normativa: Normativa Comunitaria e nazionale

(Scheda realizzata con il contributo di Emanuela Limiti)

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