ll mercato nero dell'oro finisce negli Emirati...

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Foto: Nigrizia.it

Gli Emirati Arabi Uniti sono sia la porta d’accesso a un commercio interno, sia il luogo di smistamento verso altre aree, compresa l’Europa, dell’oro africano. Un mercato da miliardi di dollari, vero e proprio contrabbando che s’infila tra le maglie larghe delle regole e dei controlli. Un’inchiesta della Reuters ha portato a galla una situazione di illegalità in cui, come sempre, si avvantaggiano i ricchi sfruttando le necessità delle popolazioni più vulnerabili.

Dai documenti doganali risulta che nel 2016 (si fermano a quell’anno i dati ufficiali) gli EAU hanno importato 15,1 miliardi di dollari in oro da paesi africani (446 tonnellate). Un incremento notevole rispetto a 10 anni prima, quando l’importazione era stata pari a 1,3 miliardi di dollari (67 tonnellate). La maggior parte dell'oro è commercializzata a Dubai, sede dell'industria aurea degli Emirates.

Le relazioni fornite da Comtrade, archivio delle Nazioni unite relativo alle statistiche sui commerci, indicano che gli EAU sono la principale destinazione dell’oro africano. Fino al 2015 era la Cina ad avere questo primato, ma già dal 2016 gli EAU avevano importato il doppio di quanto avesse fatto la Cina l’anno prima (8,5 miliardi di dollari) e ancor più della Svizzera, hub mondiale della raffinazione del prezioso metallo (7,5 miliardi di dollari).

Nessuna registrazione

Il problema è che buona parte di quell’oro uscito dagli stati africani non risulta registrato in nessuna transazione. Le industrie minerarie africane e i rispettivi governi hanno negato l’esportazione di tale quantità di oro negli Emirates, suggerendo che il passaggio avviene attraverso canali privati e informali. Il che significa l’evasione di tasse alle aziende e alle società proprietarie delle miniere, ma anche ai governi. Ma come “escono” dai paesi africani tali quantità di oro? Persino in valigia, rispondono gli esperti, visto che i controlli sui contrabbandieri d’alto rango sono quasi inesistenti. E approfittando della porosità delle frontiere e probabilmente anche della corruzione a vari livelli.

Ghana (secondo produttore in Africa), Tanzania, Zambia, ma anche Uganda, Rd Congo, Sudan: in tutto una dozzina di stati hanno denunciato non solo il contrabbando su larga scala, ma anche lo sfruttamento intensivo di miniere illegali da parte di vere e proprie “imprese criminali”, molto spesso cinesi.

Numerosi incidenti

Uno sfruttamento fatto in deroga a ogni norma di sicurezza e rispetto dell’ambiente e delle persone. Non è più una novità che nelle miniere d’oro lavorino anche bambini, utilizzati per il loro basso (o nullo) costo e per la capacità di penetrare cave molto strette (e pericolose). In una settimana, solo nel febbraio scorso, 3 incidenti in operazioni minerarie illegali nello Zimbabwe, Guinea e Liberia hanno causato la morte di oltre 100 persone.

La ricerca dell’oro – in miniere illegali vicino a villaggi in cui sono assoldati lavoratori inesperti e in stato di bisogno – avviene sempre più spesso utilizzando non solo picconi ma escavatrici e mezzi pesanti allo scopo di ottimizzare tempi e guadagni. A fare le spese degli incidenti sempre più frequenti, sono naturalmente i lavoratori pagati a giornata. Molti di loro hanno raccontato che non gli è concesso uscire dalle miniere se non dopo aver consegnato l’oro trovato.

Effetti tossici

E poi c’è la contaminazione delle acque e l’uso di sostanze chimiche come il mercurio, usato per estrarre frammenti di oro dalle cave. Gli effetti tossici dell’uso del mercurio (ma anche di cianuro e acido nitrico, anch’essi utilizzati allo scopo) sono letali. Tra le conseguenze del mercato nero dell’oro oltre all’inquinamento ambientale vanno contati gli atti di banditismo e i conflitti decennali, come quello nel Nordest dell’Rd Congo. Quanto la presenza dell’oro, e il suo sfruttamento illegale, favorisca i gruppi armati è ben spiegato in un recente report dell’International Peace Information Service (IPIS).

Secondo l’Istituto almeno 200mila persone lavorano in miniere “artigianali” in quell’area, e gruppi armati sono presenti almeno nel 64% dei siti illegali. L’IPIS stima che una percentuale che va dal 75 al 98% dell’oro viene contrabbandato in Uganda dove assume documenti ufficiali e legali (pagando le tasse al governo ugandese) ed esportato così a Dubai, Cina e anche Regno Unito.

Gap inspiegabile

Impossibile fornire una cifra precisa di quanto oro venga contrabbandato, ma certo il gap tra le importazioni totali negli Emirati Arabi Uniti e le esportazioni dichiarate dagli stati africani è notevole. Risulta che nel 2016 gli Emirates hanno registrato importazioni d'oro da 46 paesi africani. Ma 25 di questi 46 paesi non hanno fornito a Comtrade dati sulle loro esportazioni di oro verso gli EAU. Esportazioni che, invece, secondo gli Emirates, corrisponderebbero a 7,4 miliardi di dollari, vale a dire quasi la metà dell’intero valore annuo dichiarato.

Inoltre dai 21 paesi africani che hanno fornito le cifre dell’esportazione risulta un dato inferiore a quello dichiarato dagli Emirates, che corrisponde a 3,9 miliardi di dollari pari a 67 tonnellate di oro, e dunque dicono di aver importato più di quanto concesso dalle miniere e testimoniato da transazioni ufficiali. Ovviamente parte di tali discrepanze sta anche nell’uso (e abuso) della sotto fatturazione per abbattere il pagamento delle tasse.

Molto oro quindi lascia l’Africa sottobanco. E molte sono quelle popolazioni che su questo contrabbando contano per sbarcare il lunario, prede facili in situazioni in cui mancanza di prospettive, povertà e bisogno generano queste nuove forme di schiavitù.

Antonella Sinopoli da Nigrizia.it

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