Voci dalla Palestina

Stampa

Andrea Chiodini è un volontario che ha trascorso un paio di mesi nelle colline a sud di Hebron (Palestina) con Operazione Colombaassociazione di volontariato nata nel 1992 da parte di alcuni obiettori di coscienza della Comunità Papa Giovanni XXIII. I volontari si recano per periodi più o meno lunghi in territori di conflitto e realizzano attività legate alla condivisione della quotidianità con i civili vittime di conflitto, persone che cercano di proteggere attraverso una presenza neutrale ed internazionale. Certo, restare neutrali di fronte al conflitto israeliano-palestinese non è così facile: la spropositata violenza con cui i coloni israeliani occupano i territori palestinesi in barba al diritto internazionale ed alle risoluzioni delle Nazioni Unite sono difficili da dimenticare. E se è vero che in un conflitto le parti che utilizzano la violenza per risolvere i propri problemi sono entrambe – e quindi, in un certo qual modo, entrambe nel torto – è anche vero che in questo caso non esiste una proporzionalità tra le due parti. Il conflitto israeliano-palestinese assume sempre di più le proporzioni del conflitto tra Davide e Golia, dove per il momento è Golia a farla da padrone.

Due mesi in Palestina: come si svolgeva una giornata tipo?

In generale la routine quotidiana cambiava, dipendeva se c'erano emergenze o meno: in quel caso ti alzavi anche alle 2, le 3, le 4 di notte e andavi. Nel periodo in cui ero lì è capitato poco per fortuna. Il sabato invece venivano ad aiutarci degli israeliani, i taayush. Lì poi si vedeva insieme se entrare in azione o cosa fare.

Entrare in azione?

Di solito c'erano delle proteste contro l'occupazione illegale dei coloni israeliani, che si prendono i campi coltivati dei palestinesi. Con l'aiuto dei taayush si riusciva a lavorare su un altro livello, si poteva osare di più: loro possono comunicare con i soldati; se vengono arrestati perché magari rispondono a tono, al massimo vengono fermati per un paio d'ore. I soldati parlano più o meno tutti l'inglese, ma possono fare finta di non parlarlo e quindi la comunicazione è difficile per noi internazionali. Inoltre i taayush non possono venire arrestati dai militari, deve intervenire la polizia locale – che complica un po' le cose.

Se dovessimo fare una classifica tra chi ha più diritti in quel contesto, metteremmo al primo posto i cittadini israeliani; al secondo posto gli internazionali; per ultimi i palestinesi.

Esatto, perché anche gli internazionali non possono essere arrestati dai militari – lì bisogna chiamare la polizia di frontiera che è abbastanza tosta. Però ho notato che i militari tendono a chiamarla il meno possibile; quello che può capitare a noi internazionali è che ci mandino via dal Paese e non ci lascino più rientrare per un certo periodo. Poi la situazione cambia anche a seconda della zona in cui sei; la Palestina è divisa in area A, B, e C.

Spiegaci.

L'area A sono le città, come Betlemme, Nablus, Ramallah; amministrazione e giustizia sono palestinesi. Lì non potrebbero entrare cittadini israeliani. Se li fermano la polizia palestinese chiama gli israeliani e li fanno portare via. Poi c'è l'area B che è una specie di cuscinetto; ha l'amministrazione palestinese ma la giustizia è israeliana. E poi c'è l'area C, che copre la maggior parte del territorio ed è completamente gestita dagli israeliani. Normalmente è quella sui confini, o dove ci sono le zone di addestramento militare o le colonie. È anche dove passano le strade principali, che sono tutte a controllo israeliano e quindi i palestinesi hanno bisogno di chiedere un permesso per transitare.

Sono permessi difficili da ottenere?

Per il transito non saprei. Invece so che i permessi per costruire una casa sono difficilissimi. Per i coloni le cose sono diverse; Israele distingue tra “avamposti” e “colonie”. Gli avamposti sono ufficialmente illegali, le colonie invece per la legge israeliana sono legali. Poi di fatto tutte le colonie prima di diventare tali sono avamposti e vengono supportate ufficiosamente dagli israeliani. Calcola che per la legge internazionale sono illegali entrambi gli insediamenti. Ad ogni modo tutti, sia israeliani che palestinesi devono chiedere delle autorizzazioni per costruire su questi territori; gli israeliani le ottengono sempre in poco tempo, mentre per i palestinesi è un'altra storia.

La terra è di proprietà di qualcuno? O si costruisce dove si vuole?

Mi ricordo una situazione paradossale; un palestinese che aspettava da tantissimo tempo il permesso per costruire una casa su un terreno che era di sua proprietà. Alla fine si è stancato e l'ha costruita ugualmente. Allora sono intervenuti gli israeliani di un avamposto illegale poco distante, a lamentarsi dell'illegalità del palestinese e chiamando i militari. Alla fine il palestinese ha visto la propria casa distrutta, mentre l'avamposto è rimasto intatto.

Com'è il rapporto con i militari?

Fra i militari c'è di tutto: chi lo fa per scelta, e chi è nel servizio di leva – che è obbligatorio sia per uomini che per donne; 2 anni per le donne, 3 per gli uomini. Se vuoi essere un obiettore di coscienza rischi la prigione; gli unici che possono essere esonerati sono i religiosi. Quando hai a che fare con i ragazzi in servizio di leva vedi che alcuni sono lì perché devono, ma non ci credono così tanto. I più estremi sono i coloni, che per i nostri standard sono dei veri fanatici religiosi. Credono in quello che fanno, sono uniti verso un obiettivo: pensano che quella terra gli è stata data da Dio, e quindi se la prendono. È una specie di Far West quasi promosso, perché non vai lì con le pistole come i cow boy, ma sei protetto – basta chiamare i militari. E comunque i coloni sono tutti armati: io ho visto delle pistole, ed il custode della colonia aveva un fucile di assalto. I palestinesi invece, a quanto ho visto, armi non ne hanno e comunque non possono averne per legge altrimenti possono anche demolirgli la casa.

Un episodio che ti è rimasto impresso?

Un giorno due pastorelli si sono avvicinati troppo alla colonia – al filo spinato che ne delimitava il territorio, circa a 3-4 metri di distanza. Il più grande non avrà avuto più di 12 anni, l'altro forse 8. I coloni hanno chiamato i militari; alla fine per due bambini c'erano 9 militari, 3 poliziotti di cui uno della polizia di frontiera, e 3 coloni di cui due armati con fucili d'assalto ed uno con la pistola. In tutto 15 persone adulte armate per 2 pastorelli; in quella situazione ho notato che i militari erano venuti perché dovevano, ma non volevano essere lì.

I palestinesi come vivono questa situazione?

Dipende dall'area dove sono. Nelle aree C la vita è dura; si nota tanto la differenza tra le colonie israeliane ed i villaggi dei palestinesi. I palestinesi sono svantaggiati in tutto; acquistare un trattore è impossibile; l'acqua la devono pagare – mentre i coloni la ricevono gratis; le zone più fertili gli sono state portate via. Poi calcola che i coloni spesso compiono azioni di disturbo contro i palestinesi: appena c'è un qualche interesse lo fanno. Ad esempio sassaiole ma non solo; ad un contadino che conosco hanno rotto le gambe mentre lavorava. Erano venuti per cercare il figlio, lui non c'era e allora se la sono presa con lui. Di fatto i coloni hanno una sorta di impunità, e come stanno i palestinesi dipende da cosa conviene ai coloni. Nonostante questo tra i palestinesi ho visto tanta speranza: credono (anche religiosamente) che prima o poi Israele cadrà e loro torneranno ad essere liberi. C'è questo ottimismo di base, che li aiuta ad andare avanti.

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

Ultime notizie

Non gridate al lupo, al lupo. C’è l’Unione europea!

18 Dicembre 2018
Il successo della salvaguardia dei grandi carnivori in Europa sta facendo aumentare le possibilità di conflitto tra uomo e fauna selvatica. Che fare? (Alessandro Graziadei)

Pensare globale nell'era dei cambiamenti climatici

17 Dicembre 2018
Numerosi gruppi indigeni, soprattutto donne, negli ultimi anni hanno creato una forte e solida rete che va rafforzandosi sempre più. (Roberta Pisani)

Un nuovo tipo di trattato ambientale: il Global Pact

16 Dicembre 2018
Il clima ha bisogno di nuovo trattato internazionale: la cosiddetta Bozza del Patto Globale sull’Ambiente. (Giulia De Nadai)

Come l’arte può influenzare la politica: The 50 State Initiatives

15 Dicembre 2018
Negli Stati Uniti, in occasione delle elezioni di mid term, si è svolta la più grande campagna di arte pubblica del Nord America. (Marta Cacciavillani)

Gli scienziati avvertono: “Il tempo sta per scadere, occorre agire subito”

14 Dicembre 2018
A quasi due mesi di distanza dalla pubblicazione del rapporto speciale sull’impatto del riscaldamento globale di 1.5°, i rappresentanti dell’IPCC sono stati invitati alla Conferenza ONU sul Clima&n...