Vivere in simbiosi fa bene?

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Immagine: Dropbox.com

Oltre 1 milione di siti nel mondo. 28.000 specie di alberi analizzati. Una ricerca. 

Questi gli elementi protagonisti di un recente lavoro scientifico che ha portato alla mappatura delle tipologie più comuni di relazioni simbiotiche vegetali, rivelandone gli straordinari fattori che ne determinano il successo e scoprendo la “regola di Read”, un processo biologico che nel nome omaggia Sir David Read, il botanico pioniere della ricerca sulle simbiosi.

Ritorniamo però per un attimo ai termini: relazioni simbiotiche. Nel linguaggio comune, quando ne sentiamo parlare, generalmente il riferimento è a rapporti interpersonali giudicati tutto sommato non proprio sani e salutari: rapporti così stretti da determinare la compenetrazione di elementi diversi fino quasi a renderli inseparabili, associazioni di persone e intenti così intime e sintonizzate da compenetrarsi e fondersi. Aspetti insomma che, per persone che provano a definire la propria autonomia ed essenza, rischiano di stridere e diventare limitanti, soffocanti, attraenti per il ritmo che possono avere e allo stesso tempo spaventosi. Per noi umani, vivere in simbiosi ha un fascino equivoco, che ci tiene sospesi e guardinghi a metà tra il desiderio di condivisione assoluta e la difesa dei propri margini… senza contorni è un po’ difficile capire chi siamo, anche se spesso è a colorare fuori dai bordi che nascono le opere d’arte e d’amore più belle. Ma se, invece, gli alberi ci insegnassero ancora una volta qualcosa di utile per il nostro vivere? Se fossero proprio loro a indicarci il modo per radicarsi nelle proprie specificità e godere però al contempo di un mutuo beneficio scaturito da un’associazione proficua tra elementi complementari, che determinano vicendevolmente il proprio e l’altrui successo?

Le relazioni simbiotiche nel mondo vegetale hanno un ruolo fondamentale. Dentro e intorno alle intricate radici dei suoli forestali pullulano gli scambi: funghi e batteri con i loro nutrienti da un lato, le piante con il loro carbonio dall’altro, in una sorta di vasto e diramato “mercato naturale globale”. Le analisi effettuate dalla ricerca si sono concentrate su tre delle più comuni tipologie di simbiosi: due tra funghi e radici, una tra batteri e radici, corredate da mappe che stimano la distribuzione delle associazioni simbiotiche delle tipologie ecto-micorrize, micorrize arbuscolari e azoto-fissatrici. E i risultati emersi confermano ipotesi già vagliate in passato ma ancora non avvalorate dai dati oggi invece a disposizione: la variazione al rialzo delle temperature inficia questi scambi, influenzando il processo di decomposizione e determinando la distribuzione delle diverse tipologie di simbiosi. Implicazioni che, previsionalmente, potrebbero subire variazioni pesanti in conseguenza di emissioni di carbonio inalterate da qui al 2070: uno scenario che comporterebbe la riduzione del 10% nella biomassa delle specie di alberi associati con un particolare tipo di funghi, che si trova primariamente nelle regioni fredde del Pianeta.

Primi autori di questo prezioso lavoro di squadra che si è guadagnato spazio sulla prestigiosa rivista di settore «Nature» e in cui sono stati coinvolti anche scienziati italiani (Fondazione Edmund Mach e MUSE), sono stati i ricercatori della Stanford University, che hanno costruito un team di oltre 200 esperti per generare le mappe delle più comuni relazioni di simbiosi, lavoro grazie al quale hanno anche scoperto una nuova regola biologica, la già citata “regola di Read”, che stabilisce che le simbiosi fungine micorrize arbuscolari sono più comuni nelle foreste tropicali e temperate, mentre le ectomicorrize sono più comuni nelle foreste a clima più freddo, dove la decomposizione organica è più lenta. “Ci sono solo poche e ben definite tipologie di simbiosi tra alberi e microbi e il nostro lavoro mostra che queste obbediscono a chiare regole” ha detto Brian Steidinger, ricercatore post-dottorando a Stanford e primo autore del lavoro. “I nostri modelli predicono enormi cambiamenti negli stati delle simbiosi delle foreste del mondo – cambiamenti che potrebbero influenzare il tipo di clima nel mondo che vivranno i nostri nipoti.

Una ricerca complessa, spiegano i ricercatori di FEM MUSE, basata sui dati raccolti da una rete globale, la Global Forest Biodiversity Initiative (GFBI) a integrazione della quale ciascuno contribuisce con i propri rilievi: una ricerca che, oltre a offrire elementi scientifici di innegabile rilievo per lo studio delle relazioni visibili e invisibili nelle dinamiche e negli effetti che tessono il Pianeta, può farci trovare nella natura qualche utile spunto per i rapporti interpersonali che invece annodano noi umani. Che per funzionare, insieme, abbiamo bisogno di una stretta interconnessione che si muova nell’equilibrio fragile del dare e del prendere; di un’unione tra organismi e anime che determini benessere a favore di entrambi; di fare attenzione alle nostre esigenze senza dimenticarci dell’interdipendenza rispetto a quelle degli altri; di un intrico fitto e complesso, riconosciuto o ignorato che sia, per mantenere la ricchezza in condizioni di stabilità e garantirci reciproco nutrimento.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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