Ursula “Mutti" d'Europa

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Foto: swr.de

Hanno vinto le donne! Il rebus per le nomine europee, che ci ha abituato negli anni al fin troppo prevedibile pragmatismo con cui stati membri e gruppi politici si spartiscono il potere, ha questa volta sorpreso con la nomina di ben due donne, rispettivamente ai vertici della Banca centrale europea (Christine Lagarde) e della Commissione europea (Ursula von der Leyen).

Particolarmente “storica" è la scelta di Ursula von der Leyen, sia per la centralità del suo nuovo ruolo nello scacchiere europeo, sia per gli impegni con cui l'ex ministra di Angela Merkel ha inaugurato il suo mandato. Per questo ritorniamo ancora a parlare di lei.

Con la sua ascesa allo scranno più alto della politica europea, von der Leyen ha infranto quel soffitto di cristallo che aveva finora impedito a una donna di guidare l'esecutivo europeo.

Lo ha fatto con la determinazione di chi nel soffitto di cristallo vuole aprire una crepa abbastanza grande da far passare anche le colleghe: nel suo primo discorso davanti al Parlamento europeo ha infatti invitato gli stati membri a proporre un “numero sufficiente" di donne per i posti di commissario, riservandosi la possibilità di chiedere altri nomi nel caso in cui non venga raggiunta una “piena parità di genere". Un invito che i governi nazionali sembrano aver preso sul serio: sono già nove le donne proposte per comporre il prossimo collegio dei commissari (costituito da un totale di 28 posti, presidente incluso).

La nomina di una donna alla guida della Commissione europea promette fin da ora di essere una rivoluzione non solo nella forma ma anche nei contenuti.

Nel suo primo discorso davanti al Parlamento europeo von der Leyen ha presentato un programma molto ambizioso da realizzare durante il suo mandato, contente proposte di rottura, che vanno nella direzione di un’Europa più democratica e giusta.

È sull'ambiente, tema assente dal curriculum governativo della ex ministra, che von der Leyen si è sbilanciata di più, arrivando a promettere di presentare nei suoi primi cento giorni un Green New Deal, un massiccio piano di investimenti potenzialmente in grado di sbloccare un trilione di euro nei prossimi dieci anni per finanziare la conversione ecologica. Come abbiamo scritto questo non è bastato per convincere il partito dei Verdi europei che per ora stanno all’opposizione.

Sul piano sociale, tallone d'Achille della costruzione europea, la nuova presidente ha annunciato che si impegnerà per introdurre un salario minimo europeo e un regime europeo di riassicurazione delle indennità di disoccupazione, capace di integrare quelli nazionali nei momenti di maggiore crisi.

Anche sulla questione migratoria von der Leyen assicura una svolta nel segno della solidarietà tra gli stati membri, verso i paesi di origine e soprattutto nei confronti dei migranti e lo fa con la consapevolezza di chi quattro anni fa ha accolto nella propria famiglia un rifugiato siriano di diciannove anni.

Nel caso di von der Leyen il dato biografico merita di essere menzionato almeno per un altro motivo. La nuova presidente è nata a Bruxelles, quando il padre lavorava per la Commissione europea. Questo la ha portata a sentirsi “prima europea e solo poi tedesca": il giusto spirito per chi dovrà salvare l'Europa dal ritorno della piaga nazionalista.

Fare bene, fare in fretta. Von der Leyen sa che ha davanti a sé una via stretta e ne parla facendo riferimento ai suoi figli, che la spronano dicendo: “Non tergiversate, cercate invece di cambiare le cose".

Settant’anni dopo i padri fondatori, il cui ricordo va progressivamente svanendo, la nuova numero uno della Commissione ha quindi l'occasione di dare nuovo slancio al progetto europeo ed entrare così nella storia come quella madre, “Mutti" per chi preferisce il termine tedesco, tanto attesa.

Lei promette di affrontare la sfida facendo tesoro delle parole che il padre le affidò in tarda età: “L’Europa è come un lungo matrimonio: l’amore non diventa più grande del primo giorno, ma più profondo”.

Matteo Angeli

 

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