Transnistria, strumento di disturbo e provocazione

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Foto: Unsplash.com

Lo scorso 25 aprile la famigerata Transnistria è salita nuovamente agli onori delle cronache internazionali a causa di alcuni episodi dalla matrice ambigua. Esplosioni sono state registrate presso la sede del ministero per la Sicurezza nazionale a Tiraspol, capitale dell’autoproclamata repubblica; ad esse sono seguite nuove detonazioni presso stazioni radiofoniche in altre zone del paese. Non sono state accertate vittime; al momento dell’attacco il ministero era vuoto, così come gli altri bersagli.

Immediatamente sono partite le speculazioni sulle responsabilità. La Moldavia, cui formalmente la Transnistria appartiene, non ha lanciato accuse precise, sebbene abbia palesato i suoi sospetti. Il presidente della Repubblica Maia Sandu ha dichiarato che le tensioni nascerebbero “dall’interno della regione”, generate da “forze favorevoli alla guerra   ”. Il viceministro dell’Interno Sergiu Diaconu, in un’intervista al New York Times ripresa da vari media internazionali, ha detto che le granate usate contro il ministero sono in dotazione soltanto alle truppe russe, all’esercito della Transnistria e a quello del Gabon. Ha chiosato poi ironicamente esprimendo i suoi profondi dubbi sulla matrice gabonese dell’attentato.  

Solo tre giorni prima il comandante del Distretto Militare Centrale russo, Rustam Minnekaev, aveva ammesso come uno degli obiettivi del Cremlino fosse conquistare l’Ucraina meridionale per creare un corridoio terrestre che collegasse la Federazione non solo alla Crimea, ma anche alla Transnistria, dove sarebbero stati accertati episodi di discriminazione e odio contro la locale popolazione russofona. Un copione già visto, che però regge a fatica la prova dei fatti.

Transnistria: dal 1924, arma di disturbo russa

L’uso delle terre al di là del fiume Dnestr come strumento di disturbo e provocazione non è un’invenzione putiniana, né tantomeno un fenomeno post-sovietico. Nel 1924 il governo comunista di Mosca creò in una zona corrispondente in parte alle attuali Transnistria e Ucraina meridionale una repubblica autonoma, denominata Repubblica Autonoma Socialista Sovietica Moldava (RASSM). Per i primi cinque anni la capitale fu Balta; solo dal 1929 tale rango venne assegnato a Tiraspol. Attraverso la RASSM, Mosca mirava a destabilizzare la vita politica della vicina Bessarabia (l’attuale Moldavia), che dal 1918 era entrata a far parte del regno di Romania. Da Tiraspol partivano spesso gruppi di sabotatori e terroristi comunisti che andavano a compiere attentati in Romania, e nella RASSM molti comunisti romeni andavano a rifugiarsi dopo essersi macchiati di reati penali. Tiraspol divenne uno degli incubi più ricorrenti delle autorità di Bucarest, che temevano che da lì potesse partire una futura annessione sovietica della Bessarabia. Guarda caso, lo stesso timore provato oggi da molti moldavi.

La Transnistria venne sempre vista da Bucarest come un corpo estraneo, pericoloso, avulso dal resto della nazione. Le truppe romene alleate della Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale occuparono la regione nella loro avanzata verso il cuore dell’Unione Sovietica nel 1941, trasformandola in uno scenario di orrori. Lì vennero deportati tutti i rom catturati in Romania, che proprio a Tiraspol e dintorni trovarono la morte. Dopo la Seconda guerra mondiale la Transnistria tornò sotto il controllo sovietico, questa volta unita alla vecchia Bessarabia. La Repubblica Socialista Sovietica Moldava sopravvisse fino all’agosto del 1991, quando a Chișinău venne proclamata l’indipendenza. Poco dopo Tiraspol dichiarò unilateralmente la secessione, dando inizio ad una sanguinosa guerra che di fatto ha sancito lo status quo. La Transnistria, pur appartenendo formalmente alla Moldavia, è di fatto indipendente, anche se non riconosciuta dalla comunità internazionale. Da quel momento Mosca sostiene la Transnistria attraverso forniture gratuite di materie prime e continui prestiti, usati soprattutto per pagare le pensioni...

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