«Ti insegno la mia lingua, tu insegnami a parlare la tua»

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Foto: Corriere.it

Con Famakan il mondo gira all’incontrario. Nelle nostre convinzioni, nel nostro immaginario, sono loro che devono imparare la nostra lingua, e mai viceversa. Invece questo ragazzone del Mali entra quasi ogni giorno negli uffici di via Maria Vittoria, si siede dalla parte più importante della cattedra, anche se in realtà si tratta di più democratici tavoli da lavoro comune, tira fuori la sua cartellina e comincia a fare lezione a una platea di alunni italiani, desiderosi, o meglio bisognosi, di conoscere al più presto i rudimenti della grammatica e della lingua bambara, uno dei più importanti dialetti maliani. Dieci, cento, non ancora mille ma ci si può arrivare, Famakan. Il suo lavoro non soddisfa esigenze esotiche, ma è di grande aiuto agli operatori dei Centri di accoglienza dei rifugiati, ai mediatori culturali, persino a un traduttore della questura di Torino. E in cambio, perché il segreto di quanto andiamo a raccontare risiede nella più classica forma di do ut des, Famakan ha ottenuto di poter imparare l’italiano, come vuole, da chi vuole, basta che sia uno degli iscritti a Speak!

Era il febbraio del 2013 quando Hugo Menino Aguiar, portoghese, laureato in Scienze dell’informatica all’università di Lisbona, decise che ne aveva abbastanza della sua vita da ragazzo prodigio. Lavorava tra Dublino, nel quartier generale europeo di Google, e la sede centrale di Mountain view. Era il responsabile di diciassette comunità online, ognuna con un linguaggio diverso. Era stato appena promosso product manager e premiato con il Google golden award «in ragione della sua efficienza e produttività». Lasciò tutto all’improvviso e si mise a lavorare ad una start up dagli orizzonti solo in apparenza nebulosi, che si chiama Speak per una buona ragione: «Ho pensato a qualcosa che aiutasse a risolvere il problema dell’esclusione sociale dei migranti e potesse contribuire nel modo corretto alla loro integrazione nelle città in cui vivono attraverso un programma di condivisione delle conoscenze linguistiche e culturali». La frase può apparire leggermente pomposa, come quasi tutte le dichiarazioni di intenti. Ma Menino Aguiar è davvero un tipo particolare, quando gli viene chiesto se si è mai pentito di aver rinunciato al successo professionale, a una carriera che a soli trent’anni di età appariva già sfolgorante, è capace di risposte come questa. «Chi dice che ci ho rinunciato? Sono anni che vinco il premio per la miglior lasagna vegetale del mio quartiere...». Si definisce vegano «ma solo nel tempo libero», gran lavoratore «ma di salute mentale non ancora compromessa». 

La forza dell’idea di Speak sta nella sua semplicità. Il caro, vecchio scambio di lingue e culture tra popolazione locale e stranieri che offre la possibilità di insegnare o imparare una lingua in modo informale, attraverso corsi ed eventi di socializzazione. In Portogallo ha funzionato, arrivando nel 2015 a vincere il premio assegnato dalla Comunità europea come miglior progetto per l’integrazione. Mancava qualcosa. Mancava il resto dell’Europa. E Menino Aguiar è in possesso di un diverso tipo di ambizione, quella di aver creato un meccanismo che funziona. Torino è stata la prima città scelta per provare Speak a livello internazionale. Solo dopo sono arrivate Berlino e Madrid. La prima ragione è stato l’intervento di Fondazione Crt, che dopo aver conosciuto l’ex astro nascente di Google ha deciso di offrire il proprio sostegno all’iniziativa. La seconda invece è stata uno studio comparato tra il numero di stranieri presenti, quello di studenti universitari o in Erasmus, e una valutazione sulla possibile accoglienza di Speak. Una piccola medaglia, insomma. 

«A distanza di quasi due anni, i risultati sono positivi», dice Alessia Faravelli, project manager di Speak Torino. «Negli ultimi 7-8 mesi abbiamo superato le trecento iscrizioni coinvolgendo nazionalità molto diverse, con diverse organizzazioni che ci hanno messo a disposizioni delle loro sedi nelle varie zone città». I corsi di lingua sono binari, dall’italiano verso altre lingue, al momento la proposta è di 12, e ritorno. Oltre al Bambara, che possiamo considerare una chicca per intenditori, ci sono, tra le altre, le più convenzionali inglese, francese, russo, spagnolo, e pure il cinese. «Un progetto che consente di conoscere persone, culture e realtà molto differenti tra loro sul territorio torinesi. Anche questa è una forma di ricchezza». Famakan, che comunque parla già un francese eccellente, ha smesso di inviare messaggi whatsapp solo in italiano per allenarsi. Adesso fa tutto qui a Speak, prima professore e poi alunno. «Kùnnàndiya». In bambara, significa buona fortuna.

Marco Imarisio da Corriere.it

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