The clean approach. Essere, outdoor

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Immagino: Tiamotrentino.it

A noi, che ci abbiamo lavorato, sembra quasi di essere alla conclusione di questo bellissimo progetto. Ma, in fondo, ci auguriamo che questo sia solo l’inizio. L’inizio di un lunghissimo viaggio, l’inizio di nuovi incontri, l’inizio di un’avventura là fuori ma anche dentro noi stessi. Un approccio nuovo e al contempo antico capace di metterci - una volta per tutte - di fronte a ciò che veramente siamo.” Sono queste le parole che trovo quando apro la pagina facebook di The Clean Approach, Essere, outdoor. Parole che non lasciano indifferenti, e che da subito capisco non siano lì a presentare un documentario come altri. Sono parole che raccontano un viaggio intimo, per quanto all’aperto-che-più-all’aperto-non-si-può. E’ il cuore di tre appassionati che si trova in quelle immagini, uno spirito che si fa sguardo, mani, bocca, occhi, musica. E che parla di sport outdoor, certo, ma sopratuttto della loro pratica sostenibile e pulita, di uno stile di vita che attraversa stagioni come fossero aree protette (e qui lo sono anche davvero), che esplora paesaggi ed emozioni e si fa riflessione, filosofica e antropologica, sull’uomo, sulla sua dimensione e sul suo ruolo all’interno di un ecosistema che lo pone costantemente di fronte al limite.

L’esperienza in natura per noi è fondamentale perché homo sapiensènatura e andare in natura ci gratifica moltissimo”. E non possiamo che concodare con l’antropologo Duccio Canestrini: per l’uomo incontrare la natura senza maschere, nella sua forma più pura e selvaggia, è una gratificazione che rigenera e riporta in superficie aspetti primordiali assopiti nel profondo dell’animo. Ma è lo stesso per la natura? L’ambiente trae anch’esso beneficio dalla nostra presenza a volte invadente, chiassosa, distratta? Sentirsi montagna, sentirsi neve, entrare in empatia con gli elementi… quante volte ci proviamo, quante volte ci riusciamo? Eppure se non saremo in grado di “riconoscere che siamo parte del tutto nel sistema vivente… non abbiamo futuro. Lo afferma Ugo Morelli, scienziato cognitivo e direttore scientifico del master Unesco in “World Natural Heritage Management”se la molteplicità di attività all’aria aperta ci consente di ristabilire l’equilibrio precario che ci tiene in asse corpo, cuore e mente, il rischio di trascurare la necessaria consapevolezza della delicatezza degli ambienti in cui ci muoviamo è sempre in agguato. Le pratiche outdoor possono essere un modo di potenziare la coscienza ambientale, quel legame con il mondo naturale che ci fa sentire di appartenere a un orizzonte più ampio. Che ci propone una visione biocentrica dell’esistenza, non antropocentrica.

Il confronto con la natura incontaminata è quello che in realtà ci fa percepire effettivamente quello che siamo”: sono proprio le parole di Luca Albrisi, snowboarder, sceneggiatore e co-direttore del documentario con Alfredo Croce, a darci il senso di un prodotto che, nato dalla collaborazione di Pillow Lab e Associazione Humus, va ben oltre il semplice documentario. È un dialogo a distanza tra professionisti degli sport in esterna, esperti di tematiche ambientali, antropologi e psicologi, direttori e presidenti di Parchi Naturali italiani e… noi. Perché in effetti anche noi ci sentiamo chiamati a partecipare, ciascuno con la propria esperienza.

E la mia è questa: tempo fa, guardando il film Planet Ocean di Y.A. Bertand, una suggestiva ed emozionante visione d’acqua del nostro pianeta, ho appuntato una frase. “Tutto ciò che vive intorno a me subisce la mia presenza, lascio la mia impronta ovunque passo”. E ora mi torna in mente prepotentemente: perché spesso non ci rendiamo conto di quanto incidano i nostri movimenti, le nostre passioni, le nostre scelte e i nostri bisogni sul mondo che abitiamo. Non ci rendiamo conto di quante tracce lasciamo al nostro passaggio, impronte che modificano il sentiero, anche quando ci sentiamo leggeri come foglie nel sottobosco. Ma parafrasando Thoreau è proprio da quei boschi che dobbiamo uscire, più alti degli alberi: ovvero più consapevoli che tutto ciò che facciamo di noi dice e di noi lascia… Ecco, che sia allora qualcosa che a questo Pianeta faccia bene, che sia qualcosa che di questo Pianeta ci faccia sentire parte, e non tutto.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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